Con il cappello in mano

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Non passa giorno senza che si parli della crisi del sistema politico italiano e della sua corruzione. Dire il contrario sarebbe folle, né aiuterebbe minimizzare. Pochi però si pongono il problema in funzione della ricerca di una soluzione. La democrazia Italiana nasce -ancora prima della Repubblica- strutturata in partiti che si pongono l’obbiettivo di rappresentare classi sociali, ideologie e interessi collettivi; strutture con la funzione di operare una sintesi di idee ed interessi, educare e rappresentare il popolo. Funzioni, queste, legate strettamente alla formazione di classi dirigenti, strutture di rappresentanza radicate nei territori. Il partito riusciva ad esercitare una funzione di sintesi, a rappresentare istanze distinte e spiegare le sue scelte dall’alto di dirigenze di tutto rispetto. Con gli anni ottanta i partiti -complice il crollo delle ideologie- sono diventati permeabili agli interessi di lobby, agli affari e alla corruzione. Il mercato li ha corrotti e il denaro sottomessi. C’è sempre qualcuno col cappello in mano fuori dalla stanza di un potente: prima era un politico e il suo partito a sedere in quelle stanze, ora il politico sta fuori col cappello in mano alla ricerca di un finanziamento elettorale che gli consenta di mantenere la poltrona e per il quale ha già venduto l’anima; pronto a restituire il favore con qualche leggina, sconto burocratico o appalto sostanzioso. Tutto a discapito della concorrenza e dell’interesse pubblico, naturalmente.  

Strappare il legame con interessi privati e rammendare quello della della pubblica rappresentanza, è la vera sfida contemporanea; tutto il resto è qualunquismo.

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Ignoranza: oppio dei popoli

Ignoranza: oppio dei popoli

Interessnte riflessione sulla totale assenza della storia nuragica e giudicale della Sardegna, in raccolte di storia d’Italia e testi scolastici. Nei libri di scuola i momenti alti della storia sarda non esistono. Sono stato ad Istambul una volta, mi hanno chiesto da che parte d’italia venissi; quando ho risposto Sardegna, mi hanno subito chiesto dei Nuraghe…salvo scoprire che ne sapevano più loro di me. Che al resto d’Italia non interessi conoscere la storia di una delle sue Regioni autonome è una libera scelta, ma che dalle scuole della Sardegna si esca senza conoscere il valore della civiltà nuragica o dei 5 secoli di storia giudicale è un abominio. Vorrei che le prossime generazioni imparassero a scuola che gli ammassi di pietra circolari, che costituiscono il paesaggio isolano, erano regge e castelli; che il sitema giudicale era uno dei più progrediti sistemi politici del medioevo capace di produrre la Carta de Logu. 

Giornalismo ‘gossipomane’

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Sono anni che il giornalismo italiano si è trasformato in gossipomane. Il contenitore diventa più importante del contenuto nella società dell’immagine, dove i servizi sul barbiere di Renzi e le macchine che guida, finiscono in prima pagina. Tutti a fissare la scatola-cabaret per distrarci dal fatto che è vuota. È un sistema chiuso che ci inebetisce, comodo per chi -dovendo fare il pesante mestiere di giornalista- si adagia con pigra rassegnazione, evitando di farsi e fare domande. Noi abbocchiamo come allocchi, discutiamo del niente, mentre chi deve comanda invece che governare. Non c’è nulla di casuale, è la comunicazione, ha delle regole: se è così, la si vuole così. I politicanti( Politici erano De Gasperi o Berlinguer) ci sguazzano, sollevati dall’onere di produrre contenuti, mentre noi rimaniamo ‘popolo bue’. Facciamo come i pensionati che dirigono i cantieri: guardano da lontano, non hanno idea di cosa o come si debba fare, ma parlano e brontolano.

Finché staremo comodamente fuori a disquisire delle poche notizie che i ‘tecnici’ dei lavori decidono di renderci note, dovremo accontentarci del risultato e della nostra ignoranza; con le mani pulite e la coscienza sporca.

Blitz: quando chi informa non è informato

Un articolo comparso su Blitz Quotidiano, con il quale si intendeva denunciare un presunto spreco di soldi pubblici, si è convertito in un attacco alle minoranze linguistiche storiche, condotto con argomenti ridicoli e con profondo disprezzo delle diversità linguistiche nazionali.

I commenti seguiti alla pubblicazione sono una pioggia di messaggi di protesta e sarcasmo al quotidiano.  Non poteva essere diversamente.

Una interssante risposta all’articolo (definizione generosissima in questo caso) di Bltiz quotidiano:

“Sono basito davanti alla totale ignoranza dimostrata da questo articolo in relazione alle minoranze linguistiche italiane. L’articolo 6 della costituzione e gli Statuiti delle Regioni Autonome in questione, la carta delle lingue minoritarie UE e le Nazioni Unite richiamano l’Italia al rispetto delle minoranze linguistiche. L’Italia discrimina gravemente le minoranze linguistiche storiche non rispettando il diritto umano internazionale, dopo essersi resa volutamente responsabile dell’inversione linguistica in varie aree del paese, prima e dopo Mussolini. La costrizione al monolinguismo(una lingua è meglio di due) a cui sono state obbligate le minoranze linguistiche sarda e friulana sta sistematicamente mettendo in pericolo la varietà linguistica, ricchezza nazionale. Le minoranze in questione fanno riferimento a Regioni Autonome per le quali la Costituzione definisce un regime speciale, ammettendo la diversità di tali territori, per ragioni di natura culturale, linguistica e geografica. La Rai sta semplicemente rispettando la Costituzione e le leggi internazionali, garantendo una rappresentanza- fino ad oggi praticamente inesistente- delle lingue storiche al pari di quelle straniere(tedesco e francese) e al Ladino. Quanto al paragone con dialetti della lingua italiana, che fanno riferimento a territori che hanno storicamente contribuito, a vario titolo, alla forgiatura della cultura e alla lingua nazionale; nulla hanno a che vedere con lingue che in ogni manuale sono indipendenti della lingua italiana. Vi invito a studiare o quantomeno a sfogliare un manuale di linguistica. Male non farebbe perché si impara a rispettare la diversità, i diritti altrui e le ragioni della tolleranza.”

Andrea  26 marzo 2014 alle 21:05

Il balletto di Villa Devoto

Sono ormai anni che i vari presidenti della Regione si divertono in un’incomprensibile balletto tra Viale Trento, Villa Devoto, il Forte Village(!!!) e Villa Scano. Villa Devoto è la sede ufficiale della Presidenza della Regione Sardegna ma il balletto inizia negli anni sessanta, con un trasferimento breve a Villa Scano, poi si torna alla villa di Viale Merello. Col nuovo millennio si rinizia. Pili diceva che Villa Devoto è ‘troppo piccola’ e si riuniva con la Giunta al Forte Village, Soru affermava di voler fare una scelta di ‘sobrietà’ spostandosi in Viale Trento e Cappellacci vi ritornò dopo il restauro, intendendo rispettare l’etichetta che vuole la villa, sede istituzionale della Presidenza. Oggi il Presidente Pigliaru, forse seguendo i passi di Soru, si trasferisce nuovamente in Viale Trento.  C’è da chiedersi se sia più economico usare Villa Devoto o trasferirsi ad ogni Giunta in un posto nuovo. In ogni caso si tratta di una totale assenza di buonsenso, un balletto ridicolo. Senza contare il valore simbolico che le istituzioni  -secoli di storia sono lì a dimostrarlo- portano con se; Villa Devoto, o quale che sia la residenza del presidente sardo, dovrebbe diventare un simbolo dell’istituzione e non di chi la abita pro tempore.  Chi siede su quella poltrona deve avere la consapevolezze che ha il grande onore di occuparla per poco tempo, che tanta storia è passata in quelle stanze e che della storia che si farà si dovrà render conto. La sede del Presidente sardo è la casa del suo popolo, come tale deve essere un simbolo stabile, perchè l’istituzione che rappresenta tale appaia. Paiono discorsi di etichetta o galateo, ma sono-a parer mio- molto più ricchi di significato e valore. La schizzofrenia legata alla sede istituzionale rappresenta quella politica di cui abbiamo sofferto negli ultimi anni. L’instabilità di una sede istituzionale simbolica deprime l’istituzione e dimostra lo scarso valore che chi la occupa le attribuisce. Non si sposta la sede di un’istituzione come fosse l’ufficio di un dirigente qualisasi, con leggerezza. Perchè il Presidente della Sardegna per me, ha un ruolo istituzionale alto, importante, onorevole; non rappresenta solo una carica ma un popolo che si riconosce come tale- non per una divisione amministrativa artificiosa- per ragioni storiche, culturali e linguistiche. Forma e sostanza non sono la stessa cosa ma l’impegno dovrebbe essere indirizzato a che lo siano, onorando l’istituzione i luoghi che si rappresentano. Non so quali altre danze ci riserverà il futuro ma è il caso di chiedere ai politicanti che occupano -troppo spesso indegnamente- le istituzioni di decidersi su un luogo e di rispettarne il valore. Bello sarebbe che non fossero tutte molto brutte le sedi di rappresentanza del popolo sardo, perchè diciamocelo, tra Via Roma e Viale Trento è difficile scegliere quale sia la più brutta delle due. Interessante sarebbe  smetterla di fare finte scelte di sobrietà e riorganizzare la regione tentando di costruire un polo amministrativo unico; evitando la frammentazione, certo onerosa, di stabili per uffici regionali e assessorati sparsi qua e là per il capoluogo. Si sta liberando il carcere di Buoncammino, accanto vi sono numerose caserme semivuote o inadatte alle nuove esigenze delle forze dell’ordine, non sarebbe male pensare ad un progetto di riqualificazione che accorpi tutti gli edifici della Regione riqualificando l’area e rivitalizzandola.
buoncammino
Riportare il centro delle istituzioni nel cuore della città potrebbe dare nuovo vita al quartiere di Castello, consentirebbe alla Regione di riutilizzare edifici storici e prestigiosi (molte caserme lo sono)  e ridurre la frammentazione. Ci sono ottimi esempi di riqualificazione di strutture carceraria, una tra tutte quella di Firenze che ha trasformato il carcere in centro città in un luogo multifunzionale con abitazioni, librerie, ristoranti, centri di socialità, bar, e sale mostre. Se la casa del Presidente dei sardi fosse un carcere liberato dalle sbarre il suo valore simbolico sarebbe poderoso, una citazione potente dell’inno di Sardegna:

[…]

Su pobulu chi in profundu 

Letargu fit sepultadu
Finalmente despertadu
S’abbizzat ch ‘est in cadena,
Ch’istat suffrende sa pena
De s’indolenzia antiga:
Feudu, legge inimiga
A bona filosofia!
Custa, populos, est s’ora 
D’estirpare sos abusos

 

[…]

Estratto dall’inno sardo popolarmente noto come ‘Procurade ‘e moderare’

Sa limba sarda: comuna, istandard e normale.

Sa polèmica a giru de sa limba sarda paret una gherra aunde onniunu pretendet chi sa tesi sua siat lege. Aici b’est chie bolet duas istandard e chie finas tres o abarrare cun unu sardu pro bidda. Su traballu pro s’istandard LSC ddu tzèrriant ‘artifitziale’, gherrant contra de is ‘barones de sa limba’, is inimigos de sa traditzione e bia sighende. Sa chistione oe est cuncreta, de emergèntzia. Comente fait immoe una polìtica de inversione linguìstica pro su plurilinguismu, chi siat realista e cuncreta?Immagine

Pepe Coròngiu tenet arexione cando narat chi su sardu depet essi ‘limba normale’. Paret cosa rivolutzionària ma est sa prus facile de su mundu. A bortas paret chi su sardu depet essi una limba istràngia, ispetziale, distinta dae totus is àteras limbas. Ite si narat semper de su sardu: est una limba arcàica, antiga, spartzida in dialetos chi no si cumprendent, chi est complicada etc. Fàulas. E comente no ant a essi fàulas? Possìbile est chi su sardu fatza ratza propria, chi sia s’ùniga limba chi no tenet conca ne pees? S’ùniga aici spartzida chi sa gente no si intende a paris, chi no tenet solutzione de iscritura possìbile? No est de aici; su sardu est banale chi is àteras limbas chi no tenent aplicatzione ufitziale. Est unu grupu de variedades de una matessi limba: onniuna cun sa parte originale sua. Como fiat su frantzesu antis chi calicunu aiat detzìdidu sa grammàtica e s’iscritura ufitziale, s’inglesu, s’ispanniolu e prus de totus s’italianu. Aici funt is limbas no normalizadas, totus. Duncas chi naramus chi su sardu est – comente est dimustradu- una limba paris a is àteras pro ite nois depemus tennere una partzidura de sa limba in duas variedades, in duas, tres o finas bator istandard? Pro ite depemus nare chi unu campidanesu no intendet unu nugoresu? No est de aici! Prus ancora cando faeddamus de iscritura, est una chistione de costume a s’iscuta de àteros sonos. Cando si càpitat chi unu italianu faeddet cun unu atzentu regionale , est difìtzile pro unu àteru a ddu intendere. Poi basta pagu tempus e sa pronùntzia paret prus crara, est chistione de origa e abitùdine a s’iscuta. Pro unu vènetu e unu toscanu comente pro unu nugoresu e unu casteddaju. Una limba istandard schet, est sa cosa chi tenet prus sentidu pro s’imparu in s’iscola e is libros, pro su manìgiu in sa regione e in is logos pùblicos, pro essi reconnota dae s’Istadu e dae is istitutziones internatzionales (chi difatis una scheti nde reconnoschent). Cale chi sia s’istandard si impone de istudiare, fortzare sa grammàtica e s’iscritura italianizada a una grammàtica sarda a beros, chi respetat s’istòria de sa literadura in limba. E duncas, chi depes istandardizare, pro ite duas? Una bastat e est fintzas tropu: cantu complicadu at essi su traballu pro ‘bilinguizare’ s’iscola sarda? Cantos materiales didàticos ant a serbire? Cantos curretores pro s’iscritura e vocabulàrios? Una limba faeddada dae unu millione e mesu de pesonas si difendet cun sacrifìtzios mannos, figurade duas de unu mesu millione peruna, o is de cada bidda! Est tempus de castiare a sa limba cun conca aberta e generosa: chi bolemus sarvare su sardu depemus gherrare in paris, rinuntziende a bolere chi s’istandard siat su de bidda nostra. Chi sighimus cun su campanilismu sa limba at morrere, s’istandard elaboradu (LSC) e is dialetos de donnia logu. Su sardu tenet benidore, chi ddu impreamus comente is àteras limbas, comente una limba, una limba normale.

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Ligàmenes ùtiles:

Ditzionariu

LSC- Limba Sarda Comuna