Casteddu bilingue

CARELLO

Sa risposta mia a s’articolu de VitoBiolchini:

Pro annos meda s’ant fatu cree chi una limba est mègius de duas: si ci pensamus bene est unu machiore! Est ora de sarvare su sardu de su gheto e de se ghetizatzione, de ddu manigiare comente una limba normale. Casteddu capitale de sa limba, istandard, ufitziale e reconnota pro chi  sa brigòngia siat a faeddare una limba isceti imbecis de duas!

ps. S’istandard est s’ùniga possibilidade pro unu sardu reconnotu dae is leges, andat melloradu cun s’impreu.

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Giocando a fare l’Europa

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Il sito del Parlamento Europeo ospita un istruttivo gioco-test per saggiare le proprie conoscenze in merito al funzionamento della macchina europea  e capire la compatibilità tra eurogruppi e opinioni personali. Una sorta di orientamento per sapere che Europa vogliamo e quali partiti ci siano più affini, ma anche per capire quanto non sappiamo sull’Europa e le sue istituzioni. Non è un test facile, neanche per un malato di politica come chi vi scrive.  

Dell’Europa conosciamo poco, troppo poco; eppure decide sempre più del nostro futuro. Dobbiamo uscire dal provincialismo che ci condanna all’ignoranza, imparando a conoscere e capire il grande continente che abbiamo scelto come famiglia. Se vogliamo avere un posto nel mondo, dobbiamo rendere compatibile la nostra identità e dare il giusto valore alle scaramucce nazionali, per prendere parte attiva e consapevole al tavolo continentale, potendo avere autorevolmente la parola. Quest’Europa ha tutto per essere grande e forte: è compito nostro decidere di farne parte in modo attivo e determinato, spingendola a cambiare per essere ancora quel grande spazio di pace e speranza che è stato nei passati 50 anni.  

Grazie al sito è possibile confrontare la corrispondenza tra voto del parlamento e l’opinione dei cittadini, spesso in conflitto. 

Sentirsi famiglia, significa anche conoscere, dialogare e riflettere. Riflettere sulla democrazia e su come e quanto i nostri rappresentanti sappiano rispondere alla loro responsabilità, rappresentando realmente il sentire popolare.

Insomma basta un giochino fatto con ironia per capire che valore abbia la conoscenza. L’ UE è ancora un grande cantiere aperto che ha le fondamenta ma non i pilastri portanti, è una casa della quale definire la divisione degli spazi, i materiali e gli arredi. Abbiamo bisogno di discutere di come la vogliamo; forse inizieremmo a fare sul serio e a vedere i primi muri tirati su. Perchè è una casa che non vedremo finita, ma che abbiamo il dovere di rendere abitabile per i nostri figli e per onorare chi ci ha lasciato le solide fondamenta e il lusso di camminarci -e litigarci- sopra. 

L’inglesismo insopportabile del giorno: ‘selfie’

selfie

Un virus terribile sta colpendo milioni di persone in tutto il mondo; i sintomi sono sempre gli stessi: deformazione delle facce, espressione demenziale o ridicolmente accattivante, egocentrismo della serie ‘guardate con chi sono/come sono figo/come mi diverto’.

Da Obama a Renzi, passando per decine di personaggi pubblici, persone comuni e arrivando fino al Papa; il selfie fa strage. Sarcasmo a parte, non c’è nulla di male nel farsi delle foto da pubblicare sui network sociali; è legittimo però mettere l’accento sul livello ridicolo a cui siamo giunti. Personaggi improbabili, in pose tutt’altro che edificanti che si mostrano al mondo con il peggior fotografo possibile: se stessi. Ma il livello più alto del brutto lo raggiungono i selfie di gruppo: tre o più faccioni schiacciai l’uno contro l’altro come melanzane in un vasetto per conserve.  Viene da dire che forse non è così terribile che foto tanto brutte si definiscano con un inglesismo piuttosto che con l’italiano; ma una lingua ospita pure brutte parole e la selfie-demenza non dovrebbe fare eccezione. Per questo non si capisce per quale assurda ragione TV e giornali ci costringano ad imparare un inglesismo per sostituire una parola che tutti già conoscono: autoscatto. Perché il selfie è un autoscatto, come le escargot sono le lumache: se le presenti in francese a tavola, non sono meno viscide quando le ingoi!

Per un sardo vivo.

Camminando per le strade di una qualsiasi città della Sardegna la sensazione è che il sardo sia ormai una lingua marginale; che appartenga alla storia passata e che al massimo serva di corredo all’italiano regionale di Sardegna, per condirlo con qualche espressione colorita. Poi quando si scorrono i dati degli studi sull’uso del sardo, si scopre che si tratta di una lingua tutt’altro che estinta: il 70% dei sardi ha con essa un rapporto giornaliero in modo attivo o passivo. Significa che la Sardegna oggi è bilingue.

Significa anche, che la vitalità dei movimenti linguistici non è antistorica ma, più che mai attuale , tenta legittimamente di rispondere ad esigenze contemporanee reali.

Il percorso per l’affermazione definitiva del bilinguismo è sacrosanto ma si deve contare su progettazione e tempo. È chiaro che si tratta di un percorso che richiede anni per essere completato ma è già iniziato e in non molto tempo potrebbe strutturarsi in modo definitivo.

Punto per punto i capisaldi di una seria politica linguistica:

1) Il bilinguismo sardo va riconosciuto e tutelato dalle istituzioni regionali, come la Costituzione prevede e ONU e UE richiedono.

Significa:

a) insegnare il sardo standard a scuola ed utilizzarlo per l’insegnamento dalla materna fino all’università

b) promuoverne l’utilizzo nei mezzi di comunicazione e in ogni luogo pubblico

c) utilizzarlo insieme all’italiano per documenti ufficiali e comunicazioni istituzionali.

Analizzando sociologicamente -con un po di presunzione- il fenomeno, emerge che i sardofoni parlano il sardo tra le mura domestiche o in famiglia ma non in pubblico. A volte capita che nei bar di piccoli paesi il barista parli in italiano, salvo poi iniziare a parlare il sardo con le stesse persone che ha appena servito appena si toglie il grembiule e abbassa la serranda. Assurdo? Si, ma è un meccanismo voluto e ben funzionante, che relega la lingua regionale agli ambiti informali, come un dialetto; imponendo la lingua nazionale in una gerarchia superiore e, peggio ancora, come unico strumento per la comunicazione formale. È un’evidente discriminazione linguistica, che in alcuni casi, in tante parti della penisola, non viene riservata neppure ai dialetti. A Napoli ad esempio, quasi tutti conoscono e usano il napoletano, senza timore. Non si capisce per quale ragione dovremmo continuare a discriminare l’uso del sardo nei luoghi pubblici quando i due interlocutori parlano e capiscono la lingua.

Tale gerarchizzazione sta progressivamente riducendo gli spazi nei quali il sardo può essere impiegato; imponendo un lento impoverimento della lingua, relegata all’uso privato e sempre meno capace di usare termini propri per contesti formali; parole ed espressioni utili ad argomenti che esulino dalla conversazione famigliare. Questo assurdo meccanismo indotto, impoverisce il linguaggio, la proprietà d’espressione e la pluralità delle cultura, non solo del sardo ma in assoluto. E’ un processo voluto, che parte dalla fusione col Ducato di Savoia, passa per l’Unità d’Italia, il fascismo e la scolarizzazione del secondo dopoguerra. Si parla di una inversione linguistica.

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Significa che le istituzioni possono fare molto per invertire la rotta e spiegare che il sardo ha pari dignità e può essere usato ovunque. E’ compito delle istituzioni, assumersi la responsabilità di restituire dignità al sardo; perché è lo Stato ad avere avviato l’inversione linguistica a danno della lingua isolana. Qualcuno parla di reinserimento ‘artificiale’ del sardo, salvo ignorare che l’artificialità arriva con l’uso imposto e discriminatorio dell’italiano, durante processo di inversione linguistica. Sarebbe come dire ai rinoceronti africani che intervenire per evitarne l’estinzione sarebbe ‘artificiale’, quando con l’artificialità ha iniziato l’uomo, sterminandoli per strappargli via le zanne.

Nei dieci anni passati ci sono stati dei cambiamenti, che hanno trovato una spinta più energica negli ultimi anni, grazie a finanziamenti decenti, alla definizione dello standard e la scommessa degli uffici per la lingua che fanno un prezioso lavoro nei territori. Ma il cammino è lungo ed è solo l’inizio.

Perché possa innescarsi un vero, popolare e consapevole cambiamento sociale, è necessario enfatizzare i segnali di rinascita della lingua laddove possibile. Parlo di atti simbolici, in alcuni casi a costo zero, che diano il segno vero di un cambio di rotta. Simboli che diano il coraggio ai sardofoni di venire allo scoperto (non coming out perché odio gli inglesismi inutili), di esprimersi con la loro lingua in modo naturale in un contesto non più respingente.

Se la Regione mettesse a disposizione il contributo delle professionalità al suo interno alcuni segnali sarebbero a costo zero:

1) Trasporto bilingue

a)Annunci in sardo, italiano e inglese su metro e treni (e nelle rispettive stazioni), sugli aerei e in aeroporto.

b)Biglietti con le tre lingue

2) Attività commerciali

a) Presenza dei nomi sugli scaffali nelle due lingue per gli articoli in vendita

b) Annunci in sardo e italiano

c) Menu dei ristoranti nelle tre lingue

 

Altri con costo relativo:

3) Toponomastica

a) indicazioni stradali: l’obbligo a che vi siano nomi bilingue all’atto della sostituzione ordinaria dei cartelli sarebbe a costo zero.

b) intestazione bilingue aziende pubbliche

c) Luoghi pubblici: nomi bilingue per scuole, ospedali, uffici

 

Altre semplici regole dovrebbero prevedere che nel momento in cui si affigge una targa sia presente anche il sardo; che quando si crea una società pubblica, la sua intestazione sia bilingue come il suo logo, che le informazioni turistiche ( classici cartelli marroni che troviamo sotto i monumenti comprendano assieme alle lingue straniere anche il sardo).

 

Nb. quanto detto per il sardo vale per le lingue alloglotte nei territori di competenza

4) La Chiesa

Pare che la Chiesa cattolica abbia avuto un importante ruolo nella questione delle minoranze spagnole: che quindi, la Regione coinvolgesse le gerarchie ecclesiastiche regionali nell’utilizzo del sardo -problema sollevato alla venuta del Papa Francesco- sarebbe da auspicare.

Anche ciascuno di noi è responsabile.

Cambiare il clima significa usare in pubblico la lingua che si usa in privato, senza pudori immotivati. Dare una mano al sardo perchè continui ad esistere, significa impegnarsi in prima persona nel nostro piccolo.

2) chi parla sardo in famiglia che lo parli anche in pubblico, che il sardo si senta per le strade e nei bar.  

Altro problema è l’eredità mancata.

I ragazzi stanno smettendo di parlare il sardo perchè pure in famiglie completamente sardofone si parla ai più piccoli in italiano. Questo meccanismo assurdo di inversione linguistica costringe i nostri figli al monolinguismo. Si tratta di un meccanismo indotto dallo Stato per combattere la scarsa conoscenza dell’Italiano in favore di dialetti e lingue minoritarie. Una narrazione che derubricava la lingua regionale sarda a lingua volgare, ignorante e cafona e nel migliore dei casi, ad ostacolo per l’apprendimento dell’Italiano.

Falso. Il bilinguismo -come è ampiamente dimostrato- rende più intelligenti i bambini e più predisposti all’apprendimento delle lingue straniere; privarli di una lingua in più li condanna. Una condanna anche per il futuro del sardo.

3) Insegnamo il sardo ai nostri figli, gli daremo una marcia in più; anche per essere cittadini del mondo. 

L’inglesismo insopportabile del giorno: problem solving

In tedesco si dice Problemlösung, in francese résolution de problèmes, in spagnolo resolución de problemas; in italiano?

problem solving.

Eh si perché noi siamo internazionali, siamo un popolo che parla fantasticamente l’inglese; così bene che ormai non riusciamo a distinguere la nostra lingua dalla altre.

Sarcasmo a parte, siamo gli unici a credere di essere fighi ad usare una parola inglese in luogo di espressioni italiane esistenti (il resto dei paesi citati ci crede ridicoli).

In italiano vero ‘problem solving’ si traduce in: ‘risolvere un problema’, ‘fronteggiare un imprevisto’ o ‘risolvere controversie’.

Se volete parlare in italiano, avete molte possibili espressioni su cui fare affidamento per esprimere un simile concetto; se poi volete farlo in inglese, abbiate la decenza di evitare il minestrone.

Se vi piace tanto questo inglese da utilizzarlo per sostituire (senza alcun senso pratico) parole/espressioni d’uso comune proprie della lingua italiana, beh nessuno vi impedisce di parlare in inglese…sempre se sapete farlo.

Perché la sensazione sempre più forte è che gli ‘anglo-malati’ non sappiano più parlare l’italiano senza usare inglesismi assolutamente inutili ed insensati e che, nella maggior parte dei casi, non sappiano neppure parlare un inglese decente. Usare l’inglese quando si parla inglese e l’italiano quando si parla italiano è così difficile?

It’s Renzi time!

Giovane, veloce, battuta pronta, coraggioso e spregiudicato: è il nuovo Presidente del Consiglio Renzi.

Tanti elementi che insieme ne fanno un personaggio accattivante, le TV lo rincorrono e i giornali riempiono pagine e pagine col suo nome. Il personaggio funziona non c’è che dire e i tempi che viviamo alla ricerca di un salvatore sono perfetti. Siamo tutti distratti dalla forma e poco disposti a seguire i contenuti. Ormai stanchi della politica impresentabile ed immobile, ci va bene tutto purché qualcosa si muova. Il fatto però è che siano in uno snodo storico per la democrazia italiana, uno snodo che deciderà forse più dei prossimi vent’anni. Stiamo di fatto entrando nella terza Repubblica, riformando il bicameralismo e ristrutturando la legge elettorale, i poteri dello Stato e gli enti locali. Verrà varata a breve una legge del lavoro che propone una rivoluzione dei diritti sindacali e dei rapporti tra lavoratore e datore di lavoro. Se tutto o parte di questo rivoluzionario programma dovesse compiersi, vivremo in un nuovo paese. Nuovo però non significa migliore.

Dobbiamo cambiare non c’ è dubbio e siamo già in ritardo ma è quella che stiamo prendendo, la giusta direzione?

renzi

Il renzismo -come altre impostazioni lideristiche- si basa sull’abdicazione del popolo nell’ esercizio del potere attivo, limitandosi a quello passivo del voto. Tutto decide il capo, e a lui ci si affida fideisticamente o quasi. Definiamo i titoli, dello svolgimento si occupa lui. È chiaramente l’opposto dell’assemblearismo grillino o ‘indignado’, che predica la democrazia diretta e una partecipazione responsabilizzante. Ma è anche lontano dall’idea di democrazia costituente che voleva un potere del popolo mediato da una rappresentatività democratica, la cui sintesi e concretizzazione spettasse a partiti e intellettuali. È un modo superficiale e molto mediatico di dare risposte a giuste domande quando non si entra nei contenuti ma ci si limita alla forma. Chi critica è il parruccone conservatore. Ora, se questa fosse solo una strategia mediatica certamente sarebbe azzeccata. Il timore è che si tratti di una strana concezione della democrazia. Il diritto di critica e il dibattito pubblico sono il carburante del sistema democratico; il dissenso si contrasta nei contenuti non con la vuota accusa di essere conservatori, incoerenti o professoroni polverosi. Tutto questo pare non preoccupare il renzismo che prosegue dritto per la sua strada, giusta o sbagliata che sia. Il fatto è che conta il viaggio ma la destinazione non è indifferente. La democrazia è fatta di tre fasi: proposta, dibattito e decisione. Se manca una delle tre- quale che sia- o viene svuotata, la democrazia ne esce svilita. Abbiamo svuotato la fase della decisione per vent’anni, ora che sembriamo averla recuperata non vorremo abolire il dibattito per i prossimi venti?

E’ vero che sono trent’anni che attendiamo una riforma della Costituzione e non si deve iniziare dall’inizio ogni volta ma è vero anche che chi sta modificando la Costituzione nei suoi assetti istituzionali, agendo cioè sulle colonne portanti della democrazia: quelle che reggono il palazzo, che si può rafforzare o  venire giù. Che si presentino delle obiezioni non è solo legittimo ma auspicabile. Il fatto è che non si sta solamente trasformando il Senato in assemblea delle Autonomie, si sta mettendo mano alla legge elettorale, alle province, ai poteri del premier e al Titolo V (poteri delle Regioni). Si sta ridisegnando lo Stato. Un democrazia seria riforma la Costituzione con un’assemblea costituente, seguita da un referendum che ratifichi la nuova carta. Siamo all’assurdo di un parlamento eletto da una legge elettorale,  dichiarata incostituzionale dall’alta corte, che modifica la Costituzione repubblicana. Il tutto aggravato da un premier che -pur designato nel rispetto della legge- ha un mandato dei cittadini di Firenze e da segretario del suo partito, non da premier, ne da deputato.  Se veramente stiamo iniziando la terza Repubblica, Renzi deve essere in grado di ricostruire la democrazia dalle fondamenta. Un democrazia forte, non forzata dal potere; che sia legittimata dal voto ed in grado di abituarsi a trovare soluzioni che possano essere messe in discussione nei contenuti e che migliorate dal dibattito arrivino alla decisione. Il Presidente Renzi ci dice sempre che è necessario restituire alla politica la responsabilità delle decisioni e il dovere di risponderne al popolo, in modo chiaro e lineare. Si governa uno alla volta, con un programma chiaro e tempi certi, perché si abbia il tempo di riformare e perché il popolo possa avere modo di giudicare, premiando o mandando a casa chi è responsabile. Sacrosante considerazioni. L’Italia ha bisogno di decidere, come nelle democrazie di tutta Europa. Se questa democrazia nuova deve nascere però, che sia una democrazia fatta di pesi e contrappesi, educata al rispetto del solo potere riconosciuto dalla Repubblica: quello del popolo sovrano. Decidere in democrazia è necessario, come discutere, accettare le critiche e difendere le proprie idee prendendosi la responsabilità di decidere. Se Renzi avrà il coraggio di essere il primo leader veramente democratico della modernità, saprà rispettare la sacralità della democrazia in tutte le sue parti; con velocità, ma anche con una meta chiara. Perché conta la destinazione, conta il viaggio ma anche come ci si arriva.