Sardegna, quasi un continente

Si legge di qualcuno affezionato alle differenze dialettali della Sardegna – 377 varianti (sempre che siano 377)- che teme l’appiattimento su un’unica lingua standard. Il timore è che lo standard possa discriminare le parlate locali e portarle all’estinzione.

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Un timore motivato in un paese -l’Italia- che vede morire la sua varietà dialettale con la nascita di ogni nuova generazione. Se questo è vero, è altrettanto vero che ciò non è accaduto e non accade in tutta Italia. Esistono parti del territorio nazionale dove il fenomeno d’erosione è limitato e a distanza di 150 anni dall’Unità d’Italia e 100 dall’inizio della scolarizzazione delle masse, conserva-con poca erosione- la propria parlata: è il caso del napoletano, dell’umbro o del siciliano. Il che dimostra una diversa percezione del dialetto, probabilmente dovuta ad una legittimazione politica, come nel caso del napoletano e della sua illustre storia musicale, dei grandi del cinema e del teatro, dai De Filippo  a Totò. Nel complesso però i dialetti soffrono e hanno sofferto, di una pessima fama, additati come nemici dell’italiano; residui di una cultura arretrata, incapaci secondo i detrattori di rappresentare la modernità. Probabilmente per una malintesa volontà di rafforzare lo spirito unitario di una giovane Nazione, o più semplicemente per risolvere i problemi di comunicazione; sta di fatto che chi parla il dialetto in questo paese è un ignorante, un cafone che in modo inappropriato porta in pubblico un registro linguistico che i benpensanti vogliono relegato all’uso domestico o dell’intimità. La stessa parola ‘dialetto’ ha assunto un senso dispregiativo che originariamente non avrebbe. Il dialetto è un lingua meno fortunata, che non per ragioni storiche non è stata scelta per un uso ufficiale. Questo non dovrebbe renderla disprezzabile, solo relegata ad altri utilizzi, non ufficiali; non dovrebbe essere motivo di vergogna o di emarginazione il parlarla nei luoghi pubblici. Eppure nella pancia d’Italia i dialetti sono ancora delle bizzarre, sgraziate e perfino volgari, rappresentazioni dell’ignoranza popolare.

Il sardo non ha alcun legame con l’italiano -se non per la comune parentela con il latino -non è dunque in alcun modo rappresentato, ne la Sardegna ha dato il suo contributo al dibattito per la nascita della lingua nazionale italiana; come invece ha fatto la Sicilia (vedi Scuola Siciliana), prima a porsi il tema di una lingua unitaria. La Sardegna era spagnola quando l’italiano prese piede e lo fu fino al 1720 . Ciò significa che il sardo costituisce una eccezione, ha diritto di avere una tutela speciale, esattamente perché incompatibile con lo standard nazionale, privo di qualsiasi legame ed impossibilitato a riconoscervisi. Nonostante tale specialità, o forse proprio per questo, la stessa sorte toccata ai dialetti è stata riservata al sardo, con un po di violenza in più.  C’è chi racconta degli insegnati che rimproveravano i genitori che parlavano in sardo ai propri figli e di maestri che punivano la pronuncia di una parola sarda con bacchettate sulle mani.

Su Majolu ha di recente pubblicato quanto segue: “una nota riservata del Ministero – regnante Malfatti – del 13-2-1976 in cui si sollecitavano Presidi e Direttori Didattici a “controllare eventuali attività didattiche- culturali riguardanti l’introduzione della lingua sarda nelle scuole”. Una precedente nota riservata dello stesso anno del 23-1 della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva addirittura invitato i capi d’Istituto a “schedare“ gli insegnanti”.                                                                                                                       Il fatto che sia accaduto in tempi tanto vicini a noi mette tristezza.

La politica italiana di gestione dei dialetti e della loro relazione con lo standard, non è però l’unica possibile. Chiunque parli il sardo ha a cuore la propria variante, non è ostile alla difese della propria specificità, anzi; è difficile che possa imparare a disprezzare la propria parlata. Chi afferma la difesa della varietà locale, afferma un principio di senso comune, che tutti condividono perché tutti sono coinvolti emotivamente nell’affetto verso la propria variante. E’ certamente più facile continuare a dire ad ognuno di parlare la variante sua che chiedere uno sforzo generoso e l’impegno ad utilizzare ed imparare uno standard.

Il problema del sardo -come detto in altre occasioni- non è la difesa di questa o quella variante, ma la difesa del sardo in quanto tale. Il sardo sta morendo a prescindere, a causa della primazia dell’Italiano standard e non della LSC o di altre forme di standardizzazione. Una inversione linguistica operata scientificamente, con la scolarizzazione monolingue (una lingua è meglio di due), dell’assenza di diffusione nei mezzi di comunicazione. Un dissanguamento della lingua naturale dei sardi operato, questo si, in modo artificiale. La nostra lingua è in agonia, costretta in tale stato da un atteggiamento discriminatorio continentale e delle élite sarde ammalate dell’idea che il sardo rappresenti il vecchio, la povertà e l’ignoranza; un atteggiamento di supponenza e superiorità molto presente a Cagliari e oramai non solo. Si tratta di una discriminazione che genera uno spazio di ostilità fortissimo nei confronti del sardo nei luoghi pubblici e tra le nuove generazioni. Pepe Corongiu dice che tutto potrebbe cambiare, ed è vero e percepibile che l’ostilità è diminuita rispetto a qualche anno fa. Ma oggi il sardo è nella categoria di lingue in via d’estinzione e qualcosa bisogna fare.

La soluzione?                                                                                                                                                                                                                                       Beh innanzi tutto uno standard che sia in grado di rappresentare sinteticamente la maggior parte di accenti e parlate possibili, esattamente come l’italiano, l’inglese o lo spagnolo. Artificiale, come artificiale è stata l’imposizione dell’italiano d’origine toscana in tutta la penisola o dello spagnolo di corte in tutta la Spagna. Solo in modo più democratico, non imponendo un dialetto ma tentando una possibilissima mediazione. Uno standard unitario c’è già: la LSC. Uno standard di partenza da migliorare, come ho già scritto su questo blog; con tanti limiti a cui porre rimedio. Ho molto rispetto per le opinioni in buona fede, che partono dal timore che uno standard, troppo lontano dalla propria parlata, possa generare un rigetto e peggiorare la situazione. C’è chi auspica un processo partecipato con referendum sul tema; chi ritiene che sia necessario aumentare gli spazzi di libertà nell’adattamento dello standard alle parlate locali; altri vorrebbero provare un altro standard in contemporanea per valutare quale funzioni meglio. Tutte obiezioni comprensibili e per la maggioranza sensate. Ci sono poi però, le voci di chi afferma che il sardo si divida in logudorese e campidanese e che questo debba portare a due standard. Ecco, quest’ultima opinione mi pare francamente assurda.

Provo a spiegare perché:

1)Le lingue nel mondo

E’ sorprendente ma lo spagnolo con più di 400 milioni di madrelingua è la seconda lingua più parlata al mondo dopo il cinese.

Grazie alle colonie dell’ex impero spagnolo il castigliano ha sparso dei semi in mezzo mondo, più del francese e dell’inglese (l’inglese -pur avendo meno madrelingua- è la lingua più studiata e conosciuta e quella più utilizzata nelle relazioni internazionali). Lo spagnolo è una lingua sana ed in crescita; anche negli Stati Uniti ha preso preso piede tanto da mescolarsi con l’inglese (vedi spanglish). Una lingua che varca oceani e confini nazionali, raccogliendo in una unica, imponente, comunità di parlanti quasi mezzo miliardo di persone.

Nonostante questo lo spagnolo si scrive con un unico standard; mezzo miliardo di persone distribuite in quattro continenti (i madrelingua) e 22 paesi. Le differenze tra latinamerica e Spagna esistono eccome. Esistono forti differenze nella pronuncia, nell’uso del voi e in parole che sono presenti solo in alcuni paesi, come è normale e auspicabile in una comunità tanto vasta che arriva ad essere riconosciuta coufficale nelle Filippine! Nella stessa Spagna il primo Presidente socialista dopo la transizione, l’andaluso Felipe Gonzalez si mangiava la metà delle parole; l’attuale Primo Ministro Rajoy dice ‘comprao’ e scrive ‘comprado’; il suo predecessore Zapatero diceva ‘verdaz’ e scriveva ‘verdad, pronuncia grazie alla quale vennero coniati slogan e spot elettorali.

Altrettanto potremmo dire dell’inglese e delle consistenti differenze di pronuncia che si riscontrano anche solo nel Regno Unito, o con gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia; quando la scrittura rimane esattamente uguale.

La domanda è: se decine di milioni di persone distribuite in 5 continenti riescono a parlare un unico standard, è mai possibile che in Sardegna -1,3 milioni- ne dobbiamo avere due? una ogni 500mila persone?!

2) La scuola

Pensiamo ora ai libri di testo, ai materiali didattici, alle spese che comporterebbe realizzarli in duplice standard, pensiamo alla mobilità degli insegnanti  e all’organizzazione scolastica. Sarebbe tutto più costoso e complicato.

3) I media

E la TV, internet, i giornali? In che variante scriviamo e leggiamo il TG? E wikipedia? Nel mondo dei media i numeri sono fondamentali, 1.3 milioni è già troppo poco.

4) Ufficializzare

E nella regione? oltre al catalano, al tabarchino, al sassarese, al gallurese dovremmo avere altri due standard ufficiali?Peché un discorso è definire che le lingue alloglotte essendo minoritarie hanno possibilità di generare documenti nelle aree di competenza e che la regione usa in uscita sardo e italiano; altra cosa è avere due standard maggioritari che sostanzialmente si equivalgono. In che variante usciranno i documenti della regione? O dovremmo conservarne un terzo solo per la regione? Temo che dopo liti furibonde, l’unica produzione di atti sarà in italiano.

5)Strategia di difesa

Immaginiamo di avere un castello con due torri e un esercito per ogni torre. Arriva l’invasore che è intenzionato ad assediare e conquistare entrambe le torri. Cosa facciamo? Beh la cosa più intelligente dovrebbe essere alleasi con la torre accanto,unire le forze e respingere, o quantomeno arginare, l’avanzata dell’invasore. Perché con la lingua dovremmo fare il contrario? Perché quando possiamo trovare un solo standard di mediazione forte ne dobbiamo creare due debili.

Ogni opinione è discutibile e legittima, ma se il risultato è quello di generare confusione, dividere e spezzettare ciò che è rimasto a suo modo unito per secoli, io dico di no. Usiamo tutte le belle idee che ci sono, facciamolo con la più vasta partecipazione possibile ma facciamo uno standard,uno solo e facciamolo bene. Diamo nuova vita alla lingua sarda che non vede l’ora di spiccare il volo.

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La sinistra nascosta

Nel 1980 avevamo il più grande partito comunista d’Europa, a soli 20 anni di distanza il PD -erede storico del Pci- Non è voluto entrare nel Partito Socialista Europeo(dove siedono le sinistre di governo di Francia, Germania, Spagna e perfino il Labour!) perché considerato troppo radicale, fino a quando non è diventato il ‘Partito dei Socialisti e Democratici‘.

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Insomma, dalla sinistra più sinistra d’Europa, al fronte progressista più moderato.

È chiaro che in soli due decenni abbiamo assistito ad una rivoluzione epocale che ha portato la rappresentanza della sinistra ad annacquare con meticolosa costanza i principi fondanti della socialdemocrazia. Concessioni al liberismo -avvenute in tutta Europa- unite a volute derubricazioni di diritti civili e del lavoro. Lo svuotamento della democrazia rappresentativa e il liderismo(volutamente li-derismo e non lea-derismo) hanno permeato la cultura di sinistra frantumando la comunità di partito e culturale che storicamente la definiva. Così oggi rimangono vivi -anche se acciaccati- i principi del socialismo ma cambiata la struttura sociale, moltiplicati i mestieri e le classi, la sinistra è incapace di rappresentare un popolo maggioritario. Rappresentare classi proletarie e lavoratori era facile fino agli anni ’70: la struttura sociale era rigida, e ogni classe vi si riconosceva. Proprio i progressi economici e i diritti raggiunti hanno generato, paradossalmente, un assenza di riconoscimento nelle classi sociali di riferimento. I partiti della sinistra hanno perso capacità di rappresentanza, attratti da un lato dall’illusione liberista del progresso nell’assoluta libertà di mercato(vedi T.Blair); per l’altro dal conservatorismo.

Sono passati venti lunghi anni; anni di berlusconismo, di conservatorismi di sinistra e ottusa e fallimentare ideologia liberista a destra. Una cupa e lunga notte per la sinistra italiana che pareva non dovesse finire mai. Ora la stella del Blair italiano, il rottamatore della Leopolda sembra poter trasformare un polveroso catorcio in una fiammante auto sportiva, capace com’è di manovrare i media, di accattivare il pubblico. Tutti a credere che le ideologie sono morte e ciò che conta è voler e saper fare. Che il carisma è tutto perchè la marca della macchina non ha importanza, ne il carburante che usa o la scuderia, ciò che conta è il pilota. Il pilota è la sola garanzia e con lui si vince la partita. Peccato che le ideologie non siano proprio morte tutte; perche quella liberista è viva e vegeta ed è l’unica rimasta. Ha ottusamente consentito al mercato di non avere contrappesi, di essere l’unica astrazione organizzativa umana a non richiederne. Anche i poteri dello Stato hanno dei contrappesi che garantiscono la stabilità e arginano ogni possibile tracimazione dell’uno a discapito dell’altro; creando delle rigidità e dei limiti burocratici che rallentano i processi, ma che vale la pena di sopportare: meglio qualche muro in più che il rischi di esondazione. Il mercato invece viaggia libero, produce ricchezza a dismisura pari a molte volte quella reale del pianeta. Crea crisi imponenti, scommette sul fallimento per generare profitti, controlla le scelte della politica in un sistema globale e globalizzato con un potere più volte superiore a quello frammentato degli Stati e dei loro popoli. Davanti a tanto, la sinistra cos’è? Dopo essersi annacquata per venti anni, il nuovo tempo di Renzi sarà capace di trovare una nuova strada?  Oggi Londra è la prima piazza finanziaria d’Europa: tutto merito del blairismo e della sua post ideologia…poco post, tanto ideologia e molto liberista. Il nostro Renzi ha tanto in comune con lo statista inglese? Speriamo di no.