Re Salomone e l’alfabeto cirillico

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Ho da poco pubblicato la mia risposta a Roberto Bolognesi sul tema dell’identità sarda. Botta e risposta a muso duro, con i quale abbiamo chiarito le ragioni di un  profondo disaccordo rispetto ad una perte del pensiero espresso da Bolognesi.

Da poco però, lo stesso Bolognesi ha presentato degli emendamanti allo standard LSC (Liba Sarda Comuna). Condivido ed apprezzo il lavoro fatto. Sono un sardo del Campidano e non posso non vivere le varianti proposte, come utili a semplificare e aumentare la corrispondenza tra lingua scritta con l’orale. Non sono un linguista e non mi permetto di scendere in particolari; non conosco tutte le esigenze o le obiezioni di chi parla una variante settentrionale e mi astengo dal fare commenti ‘tecnici’. Posso fare una valutazione politica: la proposta di consentire l’uso della ‘x’ nello standard ha un valore identitario importantissimo per un campidanese. Aiuterebbe molto la costruzione del legame con lo standard, considerato -a torto o a ragione- filosettentrionale.

Detto questo, oggi vi direi che a me va bene tutto. Datemi uno standard e lo imparerò! Quello che vi pare,  purchè vi decidiate: meridionale, settentrionale, di mesania, anche l’alfabeto cirillico o gli ideogrammi…accetto tutto!

Provocazione a parte; negli ultimi anni il sardo è comparso nelle scuole, nei mezzi di comunicazione e nel materiel informativo della Regione; perfino in ospedali e uffici pubblici. Ci sono chilometri di strada da fare e questo è solo l’inizio. Qualcosa si è mosso però, nelle istituzioni e nella pubblica opinione (penso a cantanti giovani, giornalisti e alla politica -sensibile più ai voti che porta che per sincero interesse…ma che importa? Se la lingua vale un voto è solo un bene!). Non si può credere che tutto rimarrà staticamente così, che la stagione propizia continui per sempre, rischiando di piombare in un nuovo Medioevo, senza rendercene conto.  Bisogna far tesoro dei risultati e rilanciare; potare a casa il goal definitivo, quello della salvezza. Capisco la passione che in molti mettono nella difesa di questa o quella forma grafica, di questa o quella modifica della LSC, ma non capisco che ci si faccia la guerra. Abbiamo bisogno di essere uniti nella diversità d’opinioni e disponibili a fare un passo indietro, per il bene della lingua.

Come un genitore  farebbe per amore del proprio figlio.

“Poi vennero dal re due prostitute e si presentarono davanti a lui. Una delle due donne disse: «O mio signore, questa donna ed io abitiamo nella stessa casa; io partorii quando essa era in casa. Tre giorni dopo che io avevo partorito, partorí anche questa donna; e non c’era alcun altro in casa all’infuori di noi due. Il figlio di questa donna morí durante la notte, perché ella gli si era coricata sopra. Ella allora si alzò nel cuore della notte, prese mio figlio dal mio fianco, mentre la tua serva dormiva, e se lo pose in seno, e sul mio seno pose il suo figlio morto.  Quando al mattino mi alzai per allattare mio figlio, trovai che era morto; quando però lo esaminai attentamente al mattino, vidi che non era il figlio che io avevo partorito». Allora l’altra donna disse: «Non è vero; mio figlio è quello vivo, e il tuo è quello morto». Ma la prima insistette: «Non è vero; tuo figlio è quello morto e il mio quello vivo». Cosí bisticciavano davanti al re. Allora il re disse: «Una dice: “Quello vivo è mio figlio e quello morto è il tuo”. E l’altra dice: “Non è vero, quello morto è tuo figlio e quello vivo è il mio”». ll re allora comandò: «Portatemi una spada!». Cosí portarono una spada davanti al re. Il re quindi ordinò: «Dividete il bambino vivo in due parti e datene metà all’una e metà all’altra». Allora la donna del bambino vivo che amava teneramente suo figlio, disse al re: «Deh! Signor mio, date a lei il bambino vivo, ma non uccidetelo!» L’altra invece diceva: «Non sia né mio né tuo ma dividetelo!». Allora il re, rispondendo disse: «Date alla prima il bambino vivo e non uccidetelo, perché è lei la madre del bambino».” (La Bibbia, 1Re 3-5; Luca 20:1-26

Insomma, per come la vedo io è ora di smetterla di discutere in eterno, bisogna decidersi. Quali devono essere le fondamenta della casa LSC? Perchè è ora di iniziare a costruire la casa, c’è tanto lavoro da fare, tanti ostacoli da vincere e di tempo per i perfezionismi degli architetti o per le scartoffie dei burocrati non ne abbiamo più molto. Evitiamo che la nostra lingua diventi una delle tante opere incompiute…all’italiana!

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Si può essere sardi senza conoscere il sardo? Capitolo II

Risposta all’articolo di Roberto Bolognesi

Mi fa piacere, anche se ammetto di essere sorpreso, dell’attenzione che il mio commento ha suscitato.

Per anni lei ha scritto di lingua ed identità linguistica, con il rispetto dei più, rispetto dovuto -come è giusto- alla sua conoscenza del tema.

Io non mi sognerei mai di scrivere un manuale di linguistica o di filosofia! Ci mancherebbe, conosco i miei limiti.

La questione identitaria in senso più ampio, però, non ha solo a che fare con la filosofia o con studi sociologici. Basandosi su tali studi è certo più agevole esercitare un atteggiamento critico di analisi, studiando le cause e i meccanismi che inducono comportamenti o sentimenti sociali. Ma non è sufficiente.

Chi discutere apertamente di questioni di interesse collettivo e con un forte valore politico, si sottopone al dialogo con la pubblica opinione, ne accetta gli stimoli, espressi a vario titolo e tutti legittimi; qualcuno giusto, qualcuno sbagliato.

Se si descrive un concetto, in modo non accademico, non sulla base di studi, ma presentato quale opinione personale – come lei ha fatto nell’articolo precedente- beh mi sento in diritto legittimo di esprimere un’opinione. Che tale opinione venga rispettata e discussa al pari delle altre; con obiezioni, senza velate accuse di ignoranza e senza che alcuno si senta offeso dal dissenso.

Conosco il suo stile Roberto, ma mi dispiaccio comunque dell’approccio polemico con il quale tratta i ragionamenti contenuti nel mio commento; non c’era alcuna volontà di delegittimare le sue parole. Speravo, come altri lettori, di dare il mio umilissimo contributo. Spero che a prescindere dal suo tono(diciamo appassionato?), apprezzi i contributi dei suoi lettori, lo stimolo alla discussione e al confronto. Deve essere così, dato che scrive un blog aperto ad ogni opinione.

Noto delle incongruenze tra la sua descrizione del mio commento e l’opinione che intendevo esprimere. Proverò ad essere più chiaro:

1) Il dito e la luna. 

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Lei dice: “Queste fesserie lasciamole dire a una scrittrice che si è affermata scrivendo in italiano, che all’italiano deve tutto, e si vede”.

Temevo che utilizzare il nome della signora Murgia -per la quale non ho personalmente alcuna venerazione- avrebbe potuto ‘sporcare’ ideologicamente il contenuto che intendevo mettere in risalto. Ho voluto rischiare, per correttezza, per fornire una fonte a quelle parole.  Alla luce dell’utilizzo strumentale che ne è stato fatto, ho probabilmente commesso un errore. Lo prenda come un complimento: la credevo immune dalla moda di questi ultimi decenni che detta la delegittimazione dell’altro, con giudizi sulla persona e non sulle idee.  Così si impoverisce il dibattito, si costruiscono muri di pregiudizio. Lei può avere l’opinione che vuole su chiunque, intendiamoci, e se vogliamo parlare della signora Murgia possiamo pure farlo, esprimerei anche io la mia opinione e ne rimarrebbe sorpreso. Non mi sembra questo il contesto adatto. Non capisco e mi rattrista, il riferimento dispregiativo alla scrittura ‘in italiano’, come se fosse una colpa. Non esiste un sardo che non abbia imparato a leggere e a scrivere con l’ italiano: non è una colpa, spero. La Murgia e molti altri scrittori sardi scrivono -per ovvi motivi- libri in italiano, come del resto fa lei mi pare.

2) Abbecedario.

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Non so se la sua introduzione fosse dedicata a me o più generica. Se fosse a me riferita le risponderei come segue:

Leggo il suo blog, e so bene che lei conosce l’antica arte della scrittura. sospettavo anche che sapesse leggere. Ho il dono della curiosità, e con un po di fatica ho imparato, anche io, a leggere e scrivere. Anche se a leggere e scrivere, veramente, non si impara mai.

3) In mezzo al mare.

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Lei scrive:

Come nell’articolo di Benidore che ho postato ieri, si torna a una vaghissima forma di “essere”, determinata dal mare–Alleluja!–e da una storia condivisa

Non so dove abbia preso il concetto del mare, perché la parola nel mio ragionamento non compare una sola volta. Quanto ai confini geografici a cui fa riferimento la signora Murgia, sono indiscutibili. Il riferimento all’insularità non è ovviamente indipendente dalle altre varianti culturali e sociali, come ho scritto. Trovo molto complicato poter affermare che l’insularità non abbia influenza nella formazione di una identità collettiva per i sardi, ma è legittimo -se ritiene- avanzare interpretazioni contrarie, con argomenti convincenti a supporto. L’esempio l’avevo poi contestualizzato, con un riferimento ad altre identità nazionali/regionali collettive, come quella catalana. Identità che diversamente da quella sarda, prescinde maggiormente dai confini geografici e si definisce in modo prevalente per lingua, tradizioni, storia e politica. Operare una distinzione di questo tipo tra minoranze nazionali/regionali in nazioni complesse/Stati plurinazionali mi pare importante per parlare poi di altre questioni.

4) La storia siamo noi.

Una visione dell’identità non determinata dalla/e lingua/e della Sardegna, ma da …
Da che?
Non tiriamo in ballo la barzelletta della storia condivisa, dato che la stragrande maggioranza dei Sardi questa storia la ignora e visto che è una barzelletta parlare di “storia condivisa”.
Condivisa da chi, poi?
A partire da quale momento?
Dal momento in cui i primi umani hanno posto piede in Sardegna non hanno più avuto una storia interamente condivisa.
La storia di Eleonora e quella dei suoi tzeracos non è la stessa. Sto dicendo, insomma, che a definire l’identità dei Sardi non basta certo la/e loro lingua/e, ma che senza quelle non rimane praticamente niente.”

Che i sardi non abbiano alcuna materia scolastica, durante il percorso di studi, dedicata alla storia della propria isola rimane una vergogna assoluta. E’ verissimo dunque che della storia della Sardegna ne sappiano poco o nulla. Seguendo il ragionamento, dovremmo usare lo stesso criterio anche per la lingua. se vale in un caso vale anche nell’altro. Dovremmo dire anche che oggi -può piacerci o meno- la Sardegna è bilingue . Il sardo è oggi la seconda delle lingue parlate, una minoranza nella sua stessa patria. Dunque? Non esiste alcuna cultura sarda? Perché se i conti si facessero solo con la storia scritta sui manuali o sulla questione linguistica, l’identità sarda non esisterebbe. Non avrebbe legittimità alcuna pretesa di autonomia politica, ne alcun ragionamento sul concetto di Nazione e sarebbe perfino inesatto parlare di Popolo Sardo. Non esisterebbe, in assoluto, alcuna cultura nazionale, ne alcun popolo.

Quando si parla di storia di un popolo, si parla di come eventi comuni abbiano inciso sulle tradizioni, sui costumi, sul cibo, sul vestire e sul suo carattere. Si può non conoscere un solo avvenimento storico accaduto alle generazioni che hanno vissuto nelle nostre città o nei nostri paesi, senza che questo cancelli le influenze culturali che ne hanno plasmato l’anima, rendendoli ciò che sono oggi. Si può essere dentro una storia senza conoscerla.

Per non parlare di tutto ciò che è storia:

“È un errore grandissimo pensare che la storia debba consistere necessariamente in qualcosa di scritto: può consistere benissimo in qualcosa di costruito, e chiese, case, ponti, anfiteatri possono raccontare le loro vicende con la chiarezza di un libro stampato, se si hanno occhi per vedere” Eileen Power.

Solo un vaghissimo “sentirsi Sardi” che lascia il tempo che trova.

Infatti il dramma vero della Sardegna è quello di non riuscire a essere comunità, società.
La lingua serve a creare comunità.
Infatti, la funzione principale dell’italiano in Sardegna è stata ed è ancora, quella di distruggere le comunità sarde.
La mancanza di coesione sociale, di senso di appartenenza, di–appunto–identità ha prodotto quello spappolamento sociale che impedisce ai Sardi, fra l’altro, di gettare a mare le basi militari.
Questa mancanza di identità impedisce la formazione di una borghesia nazionale in grado di rappresentare gli interessi dei Sardi–della maggioranza dei Sardi–nei confronti del mondo esterno e soprattutto dello stato italiano.

Vera la malattia, sbagliata la causa. Lei afferma in sostanza, che la ragione per cui gli interessi sardi non vengono rappresentati derivi dall’assenza di una identità collettiva. Lei sembra derubricare il sentimento di appartenenza della maggior parte dei sardi ad un sentimento generico e superficiale, privo di valore. Se è così sono in totale disaccordo. Se invece -come credo- lei auspica una presa di coscienza delle classi dirigenti dell’esigenza di rappresentare il senso nazionale sardo, allora ci troviamo in perfetto accordo.

La realtà tristissima della Sardegna è il risultato di quest’idea sentimentale e–diciamolo pure–idiota che bastino il mare e l’anagrafe a darci un’identità.

Quell’identità di cui parlano Benidore e Michela Murgia ha un altro nome: si chiama identità sardignola e ci definisce come abitanti della periferia estrema della repubblica italiana delle banane.
Francamente aspiro a qualcosa di più nella mia vita.

E’ ovvio che non siano il mare o ciò che compare sulla carta d’identità a definire chi è sardo e chi non lo è. Non credo che esista nessuno in tutta la Sardegna a pensare una sciocchezza simile. Se c’è non sono di certo io. Non so da dove tragga questa conclusione. Ho il difetto di essere prolisso, ma non certo di mancare di sfumature. Non può deformare quanto ho scritto, non può farne un’interpretazione sommaria. O meglio può, ma non deve.

Quanto al ‘sardigonlo’ mi dovrei offendere, ma mi fa ridere. Una persona della sua età, con la sua cultura, che ricorre ad un termine tanto offensivo mi meraviglia. Sono certo-e non lo dico con sarcasmo- che potrebbe meglio sostenere le sue opinioni senza ricorre a queste espressioni che volgarizzano chi le utilizza.

Non ho mai scritto di voler mantenere la Sardegna in uno stato periferico. Non ho mai negato la necessità di costruire un’identità nazionale, anche per mezzo della lingua, elemento per me centrale -e perfino simbolico- per restituire dignità alla cultura sarda. L’identità sarda è viva indipendentemente dalla rappresentazione che se ne fa. Esiste anche se è spesso inconsapevole ed irrazionale. Dovrebbe essere più consapevole? Ovvio. La lingua è parte di questa consapevolezza? Certo.

La lingua può essere uno spartiacque tra i veri sardi e i falsi sardi? Linguisticamente si, politicamente, culturalmente e socialmente no.

E’ perfino una prospettiva dannosa per la lingua, perché escludente. E’ innaturale perché la lingua nasce per unire. Ci si accanisce contro quella parte di sardi che -non per propria responsabilità- è cresciuta con  l’italiano. Una maggioranza. Escludere chi non parla il sardo da un’identità collettiva è un grave errore. E’ una manifestazione del pericolo più grande di ogni nazionalismo, quello di sfociare in contrasti etnici, di trasformare la lingua in un feticcio ideologico, di degenerare nel conflitto civile (conflitto, non guerra). Conflitti come quelli che -ad esempio- hanno lacerato e ancora lacerano la società basca al suo interno.

Un sardo ha poi il dovere -come già scrissi nel post- di imparare la propria lingua. Qui manca una reale consapevolezza dell’importanza della lingua nella cura dell’identità collettiva. Dire che si può essere sardi anche senza conoscere il sardo non significa volere una Sardegna dove il sardo lo parlino solo alcuni. La Sardegna oggi è un oggetto complesso, chi conosce solo l’italiano è limitato e impoverisce la propria cultura personale, come la propria identità sarda. Molti però non parlano il sardo semplicemente perché cresciuti i un contesto ostile: perché colpevolizzarli? Perché definirli come sardi di serie B quando non ossono neppure frequentare dei corsi per impararlo; quando non esiste neanche uno standard con riferimenti e regole grammaticali certe? Bisognerebbe lavorare in modo aperto per renderli consapevoli, non per farli sentire esclusi. Reagirebbero altrimenti, rigettando la questione linguistica, sulla quale sono già stati ben educati al pregiudizio. Io voglio una Sardegna bilingue -una scuola sarda e bilingue- la voglio perché credo sia il meglio per il suo futuro. Perché credo che la lingua contribuisca a restituire dignità all’identità sarda e permetta insieme ad altri pezzi della cultura ‘de logu’, una riqualificazione della storia locale ed una sua gestione più attenta ed arricchente. Allora ci saranno gli strumenti perché ognuno possa scegliere, conoscere e imparare la lingua. Quando questo accadrà potremmo dire che non si è davvero sardi se non si sa anche parlare il sardo.

Sono stato molto chiaro sulle differenze che ci sono tra me e il pensiero della signora Murgia, non mi ripeterò. Dato che è capace di leggere, le consiglio una rilettura.

5) Tristezza

“Non mi piace che si dica che sono triste, perché non è vero.” E. Berlinguer

Quanto alla parola ‘sentire’ tanto vituperata, le dirò un paio (alla sarda) di cose.

Io amo la Sardegna, come amo casa mia. Mi sento partecipe del suo destino come di quello della mia famiglia. Sono formato nel carattere, nei gusti, nei miei lati migliori -perfino in quelli peggiori- dalla mia terra. Sentivo la sua storia ancor prima di conoscerla. Potrei spiegarglielo raccontando la mia vita, i posti in cui cono stato, le persone che ho incontrato, ma non servirebbe a molto. Se non è in grado di ‘sentire’ la sardità non c’è soluzione. Non sono cose che si insegnano. Se non sente il legame che ogni sardo ha per la sua terra, un legame forte ed irrazionale, non troverà manuale, filosofo o intellettuale capace di provi rimedio.

Se le appaiono parole retoriche, vuote e prive di senso, me ne rattristo per lei.

Ps. In Sardegna non si parla un italiano corretto. Ma l’italiano si parla massimo da nord a sud…compresa la Toscana! Saprà certo come mescolano plurale e singolare, parole dialettali, della confusione che fanno con il ‘si’ usato impropriamente, della pronuncia, del ‘l’è’ e tanto altro. Errori scusati perché ‘noi s’è la patria della lingua’, errori che fanno dottori e avvocati, maestri e professori. Questo ‘italiano corretto’ è un oggetto mitico e artificiale, come ogni standard che si rispetti.

 

 

 

Si può essere Sardi senza conoscere il sardo?

Risposta all’articolo di Roberto BolognesiImmagine

Mi pare che l’analisi di Roberto sia un’ottima analisi. Sono però in disaccordo sulla definizione del concetto di sardità. Michela Murgia nel suo viaggio in Catalogna, interrogata sulla questione linguistica, rispose con degli agomenti che mi fecero riflettere. Dopo aver detto che il sardo merita dignità e che il bilinguismo è un obiettivo, argomentò un’interessante analisi relativa alla questione identitaria. Disse -vado a memoria- che l’identità nazionale e dunque culturale della Sardegna, prescinde dalla questione linguistica. I confini della Sardegna sono geografici, a differenza di quelli catalani, e dunque definiti. L’identità sarda è dunque indipendente, prescinde dalla lingua parlata, perche geografica: basta su un medesimo destino storico e culturale. Credo che il concetto espresso dalla Murgia abbia la sua ragionevolezza, spacie quando si parla di nazionalità. La catalogna si considera una nazione ma il territorio catalano era una parte solamente del Regno Aragonese, il Regno comprendeva l’attuale Comunità Valenziana e le Isole Baleari(che parlano una variante del catalano). La sua rivendicazione identitaria è dunque legata strettamente alla lingua, perfino alla standardizzazione e alla definizione dei confini politici regionali attuali e non a quelli storici: sei un vero catalano se parli catalano. Nel caso della Sardegna la quastione dell’identità può prescindere dalla quastione linguistica perchè rafforzata dai confini geografici che hanno determinato le vicende storiche e i mutamenti culturali, responsabili della forgiatura del suo carattere e dell’identità collettiva sarda (nazionale o regionale che la si voglia definire). Ma credo anche, che per quanto la sardità -l’essere sardi o meglio il entirsi sardi, come il nostro amico Sandro- prescinda dalla lingua; chi tale si sente debba sentire il dovere ed il desiderio di conoscere, imparare, difendere e legittimare la lingua della propria terra. Direi che è sardo chi tale si sente, chi ama la Sardegna e la rispetta. Se è sardo amerà la lingua della Sardegna, la vorrà imparare, impiegare, difendere e tramandare, come una ricchezza di cui essere orgogliosi. Lo farà che sia la lingua con cui è stato cresciuto o la lingua con cui sono crsciuti i suoi vicini di casa, gli amici di famiglia o il compagno di scuola. La sardità è incompleta senza la lingua, ma il sentimento di apparteneza rimane in ogni caso legittimo, come legittimo è il sentirsi parte di un passato e di un destino comune, di una comunità. L’identità collettiva della Sardegna è stata volutamente violata nel corso dell’ultimo secolo, per assimilare un territorio anomalo alla ‘normalità’ della cultura nazionale italiana; generando la schizofrenia identitaria che affligge oggi la moggior parte dei sardi e che lei, Roberto, ben descrive: la dimostrazione ce la fornisce l’ispiratrice del suo post. La lingua è un elemento di riconciliazione, uno strumento politico e culturale di ridefinizione dell’identità collettiva sarda, che non si riduce ormai più alla lingua, ma con essa trova la sua migliore espressione simbolica. La Sardegna di oggi è bilingue, spesso madrelingua italiana; non si può tornare indietro, sarebbe prfino stupido. Sarebbe pure vile aspettare il cadavere della lingua sarda passare. Rimane l’unica soluzione sensata, frutto del ragionamento di chiunque abbia a cuore la varietà delle culture, che sia sardo o meno. La soluzione è accettare la realtà sarda odierna: consentire che vi sia un impiego equilibrato di entrambi i registri linguistici, normalizzando e ufficializzando la situazione di fatto; con tolleranza e buonsenso. Che mai si dimentichi che una lignua nasce per unire.