La Regina , FS e gli archi-divi

parigi foto 560-1

Articolo de Il Fatto Quotidiano relativo alla stazione ferroviaria progettata dall’architetto Calatrava.

L’opera  realizzata nella ricca Emilia Romagna, nella periferia di Reggio Emilia è costata 97 milioni di euro, stanziati da Ministero delle Infrastrutture e dalla Regione Emilia Romagna.

E’ un gioiello dell’architettura contemporanea, non c’è che dire e Calatrava è uno dei divi dell’architettura contemporanea. Alcune delle sue opere sono oggetto di turismo, altre hanno contribuito alla riqualificazione di interi quartieri e allo sviluppo turistico delle città che le ospitano (vedi la Ciudad de las Artes y las Ciencias a Valencia).

Finanziare grandi opere dell’architettura, come quelle di Calatrava non è solo una moda, costituisce un interessante modello di sviluppo turistico, promozione e valorizzazione della città; per non parlare della qualità delle strutture che si presentano come monumenti contemporanei.  

Ho poi personalmente un debole per Calatrava e lo considero insieme a Frank Gehry e Zaha Hadid il meglio dell’architettura contemporanea. 

Ciò che mi disturba, non è quindi la scelta -corretta a mio modo di vedere- di coinvolgere i divi dell’architettura per grandi progetti infrastrutturali. Mi disturba lo spreco di denaro pubblico per costruire un’opera sovradimensionata; quanto l’opportunità di farlo in un contesto già ricco, che non necessita di alcun rilancio economico, con un sistema industriale diffuso territorialmente e solido. Per giunta in una città – che ben conosco- che gode di ottima cura e non ha bisogno di alcuna riqualificazione. 

Lo spreco diventa insopportabile, se si guarda alla condizione disastrosa delle ferrovie della Sardegna, che hanno visto negli ultimi 50 anni la riduzione di circa 200 Km.

La Sardegna è priva di tracciati elettrificati, di treni dignitosi e si impiegano circa 4 ore per andare in treno da Cagliari a Sassari (2h15min circa, in automobile), su cui pesano ritardi cronici, treni obsoleti e stazioni fatiscenti. 

Una sorte simile riguarda altre regioni italiane, specialmente quelle meridionali, dove la rete ferroviaria versa in degrado e abbandono; sempre a rischio di essere ulteriormente ridotta. A questo va unito il totale disinteresse nella manutenzione delle stazioni ferroviarie, sulle linee minori del meridione e delle isole. La responsabilità, anche in Sardegna -alla faccia dell’Autonomia!- è responsabilità delle Ferrovie dello Stato. Non vale dunque la solita litania dell’efficienza delle regioni del nord e dell’incapacità di quelle del sud. Qui si tratta di un abbandono voluto. Si trascura il servizio ferroviario nelle aree svantaggiate del paese in favore dell’investimento esclusivo nelle aree con un sistema economico, ed una forza di indirizzo delle scelte politiche, più forte. La giustificazione di FS è che le linee ridotte o trascurate hanno un numero di fruitori molto basso e che costituiscono per questo un costo per la società. E’ comica come giustificazione. Perchè difficile per ogni essere stentatamente pensante, immaginare che una rete ferroviaria come quella sardo, con la quale si impiegano quattro ore per un percorso che in macchina richiede poco più della metà del tempo, possa essere assalito da un numero di viaggiatori entusiasti. E’ ovvio che affrontare un viaggio della speranza come quello descritto da Cagliari a Sassari scoraggerà anche l’amante più sfrenato del treno. E’ dunque un alibi ridicolo quello del numero di passeggeri che viaggiano sulla linea. Bisognerebbe fare un discorso di strategia , di economia locale, di sistema integrato dei trasporti. Bisognerebbe fare un calcolo sui passeggeri potenziali, prevedere le tratte che compiranno, non certo basarsi sui numeri reali. E’ come se  un ristoratore rinunciasse ad aprire il proprio ristorante perché là dove vorrebbe allestirlo non c’è una fila di persone che attendono. E’ evidente che quel ristoratore dovrà calcolare la sua clientela potenziale, ma non certo in quel modo.  Sorprende che manager che amministrano società che investono milioni di euro non capiscano la differenza. Infatti la sensazione è che la capiscano bene e ciò che fanno, lo facciano a ragion veduta, con consapevolezza e sulla base di chiari obiettivi. Intendiamoci, non parlo certo di complotti! Parlo della dipendenza di certe gerarchie politiche e manageriali ai grossi poteri economici e lobbistici italiani. Poteri che si trovano dove si trovano i soldi: nel nord.

L’Emilia Romagna è insieme alla Lombardia è tre le regioni più ricche d’Europa, al livello dell’opulenta Baviera. Spendere milioni di euro per costruire una stazione ferroviaria sovradimensionata con soldi pubblici e, soprattutto con soldi delle Ferrovie dello Stato -quelle che non hanno soldi per fare manutenzione alle stazioni, per elettrificare la linea sarda o per mantenere aperti collegamenti poco redditizi- costituisce uno scandalo da denunciare, merita la nostra indignazione. E dirò di più. Anche se quella struttura fosse a pieno regime sarebbe stata un investimento sbagliato. Sarebbe stata una regalia ad una zona del paese che di quel tipo di struttura non aveva alcun bisogno, ne per incrementare l’economia, ne per il turismo. Mi ricorda un po la corte di Versailles, dove la Regina Maria Antonietta fece costruire la sua piccola fattoria con tanto di animali e mulino ( Petit Trianon), mentre il popoli, quello che nei mulini si riempiva le mani di calli, pativa la fame. 

Fortuna che la rete ferroviaria sarda vedrà -speriamo presto- viaggiare i nuovi ‘treni veloci’ lontanissime dalle velocità dei Frecciarossa, ma almeno vanno a velocità decente!). Treni pagati dalla Regione Autonoma della Sardegna che in un sussulto di dignità decise di commissionarli alla società CAF. Le attenzioni di FS sono destinate alla prima classe, noi della seconda ci dobbiamo rimboccare le maniche, fino a quando non riusciremo a gestire tutta la rete per conto nostro. Del resto le ferrovie urbane, gestite dalla partecipata della Regione, l’ ARST, hanno già dimostrato di essere mille volte più efficienti e capaci di FS;  con un briciolo dei razionalità , nell’interesse pubblico e senza architetti-divi. 

 

 

Annunci

Scempi continentali

fore

Questa è una foto di Forte dei Marmi(da Repubblica). Se qualcuno pensasse di trasformare anche una sola delle spiagge della Sardegna un qualcosa di simile, meriterebbe l’ergastolo.

Un discorso è credere di dover garantire dei servizi base -come peraltro in Sardegna già si fa in molte spiagge, senza impattare sull’ambiente, con piccole strutture amovibili in legno, magari nascoste nella vegetazione- altra cosa e credere che il mare sia come un gigantesco carnaio, un parcheggio di lettini, ombrelloni, passerelle, discoteche e ristoranti; con tanto di colata di cemento e asfalto a ridosso della spiaggia.

Primo perché si tratta di un pessimo modo di vivere il mare, che si trasforma in un luogo privato dato in concessione interamente e il cui accesso diviene di fatto impedito a chi non possa pagare per lo spazio.

Secondo perché si tratta di uno scempio del paesaggio.

Terzo è perché non è un modello adatto alla Sardegna. La Sardegna sbaglierebbe a considerare questo modo di intendere il mare come utile alla sua economia. La bellezza  e la fama conseguente, della Sardegna, derivano esattamente dalla sua natura incontaminata, dalle spiagge naturali immerse nella vegetazione. Chi viene in Sardegna sa che il mare che trova qui è un lusso; un mare che vince su ogni devastazione umana. Ci sono mille città di mare ma solo da noi devono trovare la bellezza incontaminata di una spiaggia caraibica nel mezzo del Mediterraneo.

Preservare la naturalezza del nostro paesaggio e delle coste ci garantisce uno spazio nel mercato turistico. Ci garantisce una forte identità e un motivo di distinzione rispetto alle altre mete turistiche. Ciò non è per nulla incompatibile con lo sviluppo economico, come dimostrano esempi di coabitazione armoniosa ed economicamente fruttuosa di servizi e rispetto delle bellezze naturali. La Toscana o l’Umbria fanno della cura del paesaggio di campagna una straordinaria attrazione turistica, che aiuta a riqualificare e mantenere vivi piccoli paesi, borghi altrimenti abbandonati per lo spopolamento che affligge tutti gli abitati rurali.

Luoghi dove si chiede l’autorizzazione- esagerati!- per montare un cancello in legno.

Questa cura maniacale del paesaggio, della bellezza dei paesi, li ha arricchiti enormemente, coniando turismo rurale e prodotti locali di alta qualità hanno raggiunto alti standard nell’accoglienza turistica e reso prospere le campagne come le città. Questo dimostra che sviluppare un sistema equilibrato di gestione del paesaggio, non solo è utile per preservare la natura ma è fondamentale per uno sviluppo turistico che avvantaggi i settori che più ne hanno bisogno. Che si possa, in sostanza, creare, un sistema integrato che usa il turismo per promuovere i prodotti del territorio e i prodotti del territorio come arricchimento dell’offerta turistica. Insomma un sistema sano e sostenibile che porta ricchezza diffusa. In Sardegna vale altrettanto. Usare e riqualificare le abitazioni esistenti dei paesi prossimi alle località turistiche, garantendo un trasporto pubblico che consenta di trasferire i turisti da agriturismi e dai centri abitati fino alle spiagge. Favorire la riqualificazione dei borghi storici (ce li abbiamo anche noi…ma sono tenuti molto male quasi tutti) e ridurre lo spopolamento è possibile e utilissimo alla nostra economia.

Il modello speculativo degli ultimi venti anni basato sull’edilizia è fallito. Speculare sulle coste per vendere un pezzo di formicaio a questo o quel turista milanese, che lo occupa due mesi l’anno, ha creato un sistema economico dannoso. La Sardegna mi ricorda per molti aspetti la situazione spagnola: la crisi legata alla bolla speculativa dell’edilizia. Un mercato saturo che continua a costruire, cementificare , mangiare terra, per auto-alimentarsi. Fino a quando l’offerta non supera la domanda. Non possiamo impostare ancora la nostra economia consumando la preziosa incontaminatezza del paesaggio costiero o delle terre coltivabili -che in futuro, visto l’aumento esponenziale di popolazione saranno una risorsa preziosissima insieme all’acqua-  per rispondere in modo irrazionale ed incontrollato, allo spopolamento dei piccoli centri e al corrispondente consumo di suolo ai margini della città. Per ospitare quelle stesse persone, che meriterebbero di rimanere nei loro paesi ed esser messe in condizione di far fruttare l’economia agro-pastorale. Ci sono tutte le condizioni perché questo accada, lo dimostrano Eataly, ed ogni altra iniziativa di promozione della cucina mediterranea di qualità. L’attenzione alla qualità dei prodotti è una grande opportunità.

Il modello economico che dovremmo seguire dovrebbe essere semplicemente il nostro. Quello  dettato dalla nostra coscienza. Siamo figli di un’isola, insegniamo ai continentali che il mare si tratta con rispetto.

 

Sa limba a 150km pro ora

CAF-L'ATR 360  comprato dalla Regione Sardegna. Foto LaNuova

CAF-S’ATR 365 compradu dae sa Regione Sardigna. Foto LaNuova

Oe in is novas de Videolina si faeddat de su trenu lestru. S’Atr 365, trenu modernu chi in duas oras e mesu at trasportare is passegeris dae Casteddu a Thàthari. Unu arrogu de modernidade in sa ritza de ferru-carreras sardas, iscaressia e male pigada dae chimbanta annos. S’assessore narat su chi fiat difìtzile a no si figurare: is trenos chi andant a biagiare funt pagados dae sa Regione Autònoma de Sa Sardigna. Chi semus nois is chi pagamus su trenu proite no pedire chi is annùntzios siant fatos in sardu puru ? Sardu, Italianu e inglesu. No est cosa difìtzile oe etotu: est prena sa ritza internet fintzas de letores vocales. Chi custu sinnu de modernidade siat assotziadu a sa limba mi paret cosa bona, cosa bona finas pro sa Regione, chi at a ponnere craru chi su trenu est cosa nostra.   Pidu a is comitados pro sa limba de traballare pro chi aici siat.

Sa polìtica pro su plurilinguismu binchet a arrogus e a mòssigos…unu arrogheddu a pustis de s’àteru. E chi custu arrogheddu andat a 150km pro ora male no faghet.

 

Ligamine a su servitziu de Videolina

LSC: limba de oe

Dae su chi iscio deo is limbas ufitziales funt semper detzìdidas dae sa polìtica, eligende unu dialetu ‘nobile’ o cun unu istandard de mesania. E schiu puru chi no si podet cangiare s’iscritura pro ogna pronùntzia. Est beros puru perou, chi abbisongiamus de prus libertade pro s’istandard. Est custa ùrtima una chistione polìtica.

Abarrat a pitzus de sa mesa sa chistione de tres generatziones:
1) sa de is sardos chi faeddant unu sardu dialetale
2) sa de is sardos chi intendent su sardu de nabu e mama ma chi semper ant arrespondiu in italianu e no faeddant cun naturalesa su sardu
3) sa de is pitzocos chi no faeddant su sardu in famìllia o funt ‘sardos noos’.

Una polìtica de istandardizatzione depet tennere in cunsideru custos tres tipos de pesonas. S’istandard depet donare risposta a su mundu de faeddadores de oe. Duncas totu depet essere su prus fàtzile possìbile. Is regulas de sa LSC abbisòngiant -comente ogna màchina pro bona chi siat- de una revisione. Castiende a su resurtu de isperimentatzione, a bos consìgiu de chie at manigiadu sa LSC pro faghere letziones o de manera ufitziale. S’istandard est pensadu prus pro sa Regione e de mancu pro ogna die.
Est ora de unidade in su movimentu pro sa limba, ponende a s’esèmpiu is àteras minorias europeas chi giai ant tentu resurtadus. Su chi mancat est sa polìtica. Mancat chi sa polìtica fatza sìntesi, detzida no iscet cun critèrios de limba ma de identidade e cultura. 
Sa x de Campidanu est s’esèmpiu perfetu. Pesonas meda no intendent s’importu chi tenet. Sa x pro unu campidanesu est unu sinnu de identidade, chi pertocat no a sa conca ma a su coro. Proite no si podet atzetare in sa gràfica sa presèntzia in paris de aghedu e axedu? Est presente in nòmines de logos e pesonas prus ufitziale de aici?! Pesonas meda podent nai chi sa gràfica in ocasiones meda in Logudoro o mesania no rispondet a sa pronùntzia. Beru. Ma in custa ocasione sa metade de is sardos cunsìderant sa x unu sinnu de distintzione de su sardu, dae is àteras limbas, no est cosa de linguistas ma casi sotziològica. S’àtera metade connoschet su sonu de su grafema e intendet ite bolet nai. No est unu sinnu chi complicat meda s’istandard ma ddu ponet prus acanta de sa gente. Unu campidanesu, pro s’esperièntzia mia, no tenet problema perunu cun s’istandard ma bivet sa boccidura ufitziale de sa x comente unu dolu, una ingiustìtzia. Libertade in custa diretzione a me paret cosa bona.
Custa, comente àteras chistiones, podent no tennere importu in is àrexionos de is linguistas, ma ddos tenent in sa polìtica linguìstica.

Poi apo a manigiare cale chi siat istandard, chi siat su mèllus pro me o no. Pro ite s’istandard est su mellus pro su benidore de sa limba nostra e custu a me mi bastat.
Su problema sotziològicu fiat semper in is arexionus de Alexandra Porcu chi, cun pagu capatzidade diplomàtica, proponet però problemas cuncretos. Sa capatzidade de unu istandard a essere intesu dae is sardos cale chi siat sa cumpetèntzia cun su sardu, no est cosa de pagu contu. E no est de pagu contu, chi unu istandard siat de facile manìgiu pro is faeddadores traditzionales. Sa matessi cosa pertocat is noos faeddadores: sa relatzione intra una pronùntzia e una iscritura.
Deo pensu chi est unu tema chi meresset de essere arexionadu pro chi calicunu càmbiu mancare piticheddu potza tennis logu. Su chi apo iscritu no bolet nai chi depemus abetare 20 annos pro s’istandard perfetu cando sa limba at essere giai morta. Bolet nai chi is chi bolent faeddare de istandard a s’infinidu comente is chi bolent sa LSC comente est tzèrriant a su sabotamentu ogna borta chi si proponet unu megioru cale chi siat funt duas maneras de castiare de manera egoista a sa limba. Unu istandard c’est, nos praxiat o no, andamus a bide comente si podet megiorare pro chi tengiat prus èsitu. Agiuemus totus pro chi sa generatzione benidora no sia comente sa mia: italianizada e monolingua. Su traballu est meda e s’abbisòngiant a totus

La sartoria del sovranismo razionale.

Lo stilista Antinio Marras

Lo stilista Antonio Marras

Non c’è nulla di ideologico o arcaico nell’essere sovranisti. L’idea stereotipata e un po pittoresca dei difensori della sardità con barba lunga e cambales, è sempre stata una falsa descrizione del fronte sardista e oggi è più che mai falsa e ridicola. Il sardismo, quello serio, è la sola possibilità di sviluppo economico, sociale ed intellettuale della Sardegna. Non si tratta, per chi vi scrive, di una presa di posizione ideologica; nessuno è sardista, sovranista o indipendentista nella mia famiglia o tra i miei amici. Anzi, come molti ho vissuto in un ambiente ostile ad ogni rivendicazione localista. Ne si può derubricare il mio a nazionalismo sardo, presuntuoso e ottuso, magari isolante e provinciale. Tutt’altro. Il mio è un sovranismo razionale. Lo chiamo così perché mi sembra la migliore delle definizioni. Perché si contrappone a quel ‘sentirsi sardi’ che ha troppo spesso pregiudicato ogni seria politica utile alla Sardegna. Io mi sento sardo, certo, ragiono e rifletto del futuro della mia terra per l’amore che ad essa mi unisce. Ma non basta. L’amore è irrazionale, passionale; per amore si compiono gesti inspiegabili, spesso sciocchi e dannosi. Per amore si è disposti al sacrificio, al dolore. Il mio amore per la Sardegna è passionale ma la mia idea politica del futuro non potrebbe essere più razionale di quanto non sia. Ho realizzato che il sovranismo è una necessità per la Sardegna, leggendo, approfondendo e studiando . E soprattutto scoprendo l’Europa. Ho capito la diversità della Sardegna osservandola da fuori. Questa è appunto la prima e principale verità che motiva il diritto e più di tutto l’opportunità, di dare alla Sardegna poteri speciali. Che ci piaccia o meno sa Sardigna no est Italia. È uno slogan indipendentista che radicalizza il concetto, ma nel fondo, questo slogan dice una grande verità. La Sardegna è diversa dal resto dell’Italia: lo è per storia, per lingua, per tradizioni, per identità. Tutte i territori hanno delle specificità, certo; ma non come la Sardegna, l’Alto Adige la Val d’Aosta o l’Istria. La Sardegna è forse la più diversa fra tutte: non ha contribuito alla formazione della lingua nazionale(come ad esempio la Sicilia o la Lombardia); non ha vissuto l’epoca dei Comuni, il Rinascimento od il Risorgimento. La sua archeologia non ha una preponderanza di storia greca o romana(non più di altri paesi parte dell’impero) ma della civiltà nuragica con migliaia di torri, fortificazioni e luoghi sacri, sconosciuta nel resto della penisola. Il suo Medioevo differisce radicalmente dal resto della penisola per la sua struttura giudicale e per la successiva dominazione iberica. La lingua sarda fa storia a se nel contesto europeo delle lingue molatine (mentre tutti i dialetti italiani sono imparentati con altre lingue del continente).

La Sardegna vive una netta diversità storica, linguistica, geografica e dunque culturale-identitaria. Negarlo, come la borghesia e parte della classe dirigente sarda ha sempre fatto, significa mentire. Le menzogne fanno male, non solo per principio, anche per i risultati che portano. Per fare un vestito che possa essere ben indossato da chi lo commissiona, il sarto incaricato di confezionarlo avrà bisogno di prendere le misure al committente. Allora l’abito lo vestirà alla perfezione. Se le misure sono sbagliate,per quanto l’abito sia bello, a chi lo indossa starà malissimo. Altrettanto vale per l nostra isola’ come si può progettare un modello di sviluppo, un sistema sanitario, una politica turistica o una scuola; non sapendo bene quale contesto andranno applicati. Se non accettiamo la diversità della Sardegna continueremo a farle indossare degli abiti, magari belli, ma che le staranno male e che faticherà a portare. La Sardegna ha bisogno di un suo modello, fatto sulle sue misure reali, non su quelle che vorremmo che avesse. Dobbiamo mettere pace tra ciò che siamo in realtà e ciò che percepiamo di essere; dobbiamo guardarci allo specchio e accettare l’immagine che riflette. Accettata la diversità della Sardegna -con pregi e difetti- potremo concentrarci su ciò di cui ha bisogno.

1) Scuola e cultura

La Sardegna ha una diversità storica, tale diversità va studiata ed insegnata nelle scuole. Aprendo un libro scolastico indicato dal Ministero pare che la Sardegna non abbia alcuna storia, se non quella di terra conquista e subalterna a questo o quel dominatore. Cosa certo vera, ma solo in parte. Uno studente che esce dall’università conosce a memoria i sette re di Roma o le date della morte di napoleone e della guerra d’indipendenza nordamericana, ma non sa nulla di cosa sia una Domus de jana, chi fosse Eleonora d’Arborea e cosa il periodo giudicale o chi sia Juanne Maria Angoy. Cioè nessuno dei principali accadimenti della storia della Sardegna. Qualcuno potrebbe urlare al complotto, potrebbe dire che è tutto fatto a posta per oscurare la gloriosa storia sarda(gli indipendentisti). Altri diranno che la Sardegna è sempre stata un terra di conquista, che soli non siamo buoni a nulla e che i fatti che ho citato non sono degni di nota se non per curare illusoriamente l’ego di qualche sardista esaltato(i sardioti). Io dico semplicemente che sia legittimo e comprensibile che il resti d’Italia consideri marginale la storia della Sardegna(anche se i nuraghe li ha costruiti una delle quattro civiltà più importanti nel mediterraneo in quell’epoca e studiarli, insieme a babilonesi ed egiziani male non farebbe). È legittimo che privilegi il Medioevo feudale della penisola o l’epoca etrusca e romana. I libri, il Ministero li scrive per tutto il Paese. Lo scandalo è tutto sardo: perché non insegniamo da dove vengono ai nostri figli? perché non integrismo ed approfondiamo la storia sarda? Dovremmo farlo.

2) Il bilinguismo

La Sardegna è di fatto bilingue sardo-italiano. Siamo la prima minoranza linguistica italiana e le nuove generazioni fanno fatica a sapere cosa significhi ‘s’oru e mare’ o ‘su meri’. non sanno spesso cosa significhi il proprio cognome o il nome della località in cui vivono. Che senso ha? Perché non educarli anche a saper leggere e scrivere in sardo. Perché -sapendo che il bilinguismo aumenta le capacità e l’intelligenza dei bambini- dobbiamo costringerli in un monolinguismo artificiale. Seguire la nostra realtà attuale significa dare alla Sardegna di domani il diritto al bilinguismo. Risorsa per l’economia editoriale(libri e giornali). Risorsa per il multimedia(video e TV)

3) Trasporti africani

Fs-Ferrovie dello Stato ha gestito in modo indecente la rete ferroviaria sarda per quasi un secolo, riducendo tratte e mantenendo dei treni che forse si trovano in qualche paese del terzo mondo (con tutto il rispetto). A Fs non interessa la gestione delle ferrovie sarde, non sono redditizie. Ma a noi interessa. Ci interessa perché sono fondamentali per sviluppare delle strategie turistiche serie e per garantire la mobilità interna. Perfino per ragioni di tutela ambientale. Perché la rete ferroviaria, che a fs non serve, che non si collega a nessun’altra Regione deve essere gestita dallo stato e non dalla Regione? Fare come già si è fatto con la rete FdS-Ferrovie della Sardegna e la ristrutturazione dei percorsi di metropolitana leggera sembra ad oggi la soluzione più sensata. Il discorso vale anche per Tirrenia e per ogni altro mezzo di trasporto.

4) Giocando alla guerra: le basi militari

Facciamo parte di uno Stato nazionale, e comunque abbiamo da fare la nostra parte nella gestione della difesa dell’occidente, tocca a sacrificarci. Parole di real politic vere, ma inappropriate. La Sardegna è la prima regione in Italia per numero di basi; con più del 60% rispetto alla media italiana del 35%! È difficile accusarci di non fare la nostra parte. Facciamo il doppio della nostra parte! Non esiste motivo per il quale si possa giustificare la presenza di tante basi, la devastazione del territorio, il gioco della guerra nei poligoni, le malformazioni e le morti per cancro. Sovranità vuol dire impedire che ci prendano per fessi. Impedire che continuino ad ucciderci.

5) Democrazia

Molte volte si parla della Sardegna come di un potenziale luogo di ‘sperimentazione politica’ (ad es. Cossiga e Veltroni). Agire in modo autonomo potrebbe voler dire scrivere uno statuto che ampli la partecipazione, che consenta referendum, come quelli abrogativi delle province o consultivi (quello contro il nucleare). Sovranità può voler dire dare alla sardegna un modello innovativo, magari ispirato e compatibile alla sua storia (vedi i Giudicati). Partecipazione diretta e propositiva, magari ispirandosi al modello svizzero.

6) Economia verde

Siamo un’isola. Un territorio geograficamente definito dove presto verranno fabbricate delle auto che vanno ad aria compressa, dove si progetta un’edilizia eco-sostenibile. Dove si produce più energia di quella che serve e lo si fa spesso con sistemi puliti. Perché non usare la sovranità per diventare una regione ad emissioni zero?

7) Turismo e storia

avere coscienza di se significa poter investire sul più grande patrimonio archeologico che abbiamo: migliaia di torri e fortificazioni, regge, dolmen, domus, pozzi sacri o bronzetti. Il periodo nuragico e tutti suoi tesori, inimmaginabili anche per me. Quando li ho scoperti ho capito che sediamo su un patrimonio immenso e ricchissimo e non lo sfruttiamo. Con un po di organizzazione (stile nurnet) un po di leggende(es. Atlantide) e un po di conoscenza e informazione storica, potremmo dare un futuro turistico alla Sardegna centrale d grande impulso all’economia. Potremmo essere caratterizzati dalla civiltà nuragica, unire archeologia, leggenda e natura. E magari un giorno qualcuno ad Hollywood deciderà di farci un bel film.

8) Pomodori  d’importazione 

Oggi l’80% dei prodotti distribuiti dai supermercati sardi viene da fuori. La frutta e la verdura come tutto il resto. Possibile che da noi non si possano coltivare abbastanza pomodori o pesche da rifornire più del 20% degli scaffali? Possibile che ci dobbiamo rassegnare a frutta e verdura in pessime condizioni dopo che arrivano da oltremare sui nostri scaffali: giorni in container, autostrade e navi? Certo che è possibile. Basta costruire una rete di distribuzione che privilegi i prodotti sardi, consentendo dei prezzi accettabili e la freschezza del prodotto. C’è chiaramente un grande spazio nel mercato per i produttori sardi, hanno solo bisogno di un distributore che gli consenta di aumentare la quantità riducendo prezzo. Questo, unito alla definizione di prodotti di qualità locale anche per l’esportazione, fa del settore una risorsa potenziale straordinario. Come per la frutta e la verdura vale anche per chi esporta materiali da rielaborare(per mattonelle) e materie prime che esportiamo grezze e se imparassimo a lavorarle qui, saremmo esportatori competitivi e tecnologicamente avanzati. Una economia non solo di materie prime.

Ciò che ho detto serve alla Sardegna, lo si ottiene gestendo i poteri dell’Autonomia pienamente (non per finta) e esigendone di nuovi. Non c’è nulla di ideologico, ne alcun idealismo utopico. Quanto ho descritto è il piano necessario allo sviluppo della sardegna, sono le misure di quell’abito su misura da confezionare. Il sarto siamo noi

La foto di Marras di riferisce ad un articolo di Domus che vi invito a leggere.

Autonomia addio?

Da poco Vito Biolchini ha sollevato il pericolo che la Sardegna perda definitivamente il suo status di regione autonoma. Le modifiche costituzionali relative alla relazione di potere tra Regioni e Stato, potrebbero compromettere l’autonomia di governo della Sardegna e non solo quella delle Regioni ordinarie. 

Il pericolo è stato più volte, ma genericamente, messo in evidenza sia da personalità politiche che da noti editorialisti. 

 

1) La balia

Quando si inizierà a parlare del tema realmente, verranno fuori i discorsi di chi crede che la Sardegna abbia bisogno di una balia. Uno di quei tanti che dicono: “ma dove vogliamo andare da soli”. 

Queste persone vanno tratte con compassione: non conoscono la storia delle Sardegna; sono degli illusi che credono che qualcuno dal mare porti la salvezza: un po come gli indiani con i colonizzatori europei! A loro non parlo perché sono perduti, malati di senso di inferiorità o di auto-colonialismo, sono assuefatti alla cattività, come chi soffre della sindrome di Stoccolma.

A chi nutre qualche dubbio sulla nostra capacità di autogestioni invece, voglio semplicemente dire che di governanti forestieri ne abbiamo dalla fine del medioevo e si sono tutti dimostrati molto capaci di fare i propri interessi e totalmente incompetenti al momento di fare i nostri. Anche il peggior governante che possiamo esprimere farà meglio il nostro interesse di qualsiasi messia forestiero.

2) I giovani vecchi 

Ci saranno poi quelli che urleranno contro la casta; quelli che diranno che chi non vuole cambiare è un conservatore, che vuole mantenere privilegi e corruzione ostacolando il progresso.

A questi giovani vecchi c’è da dire subito che noi SI che vogliamo rinnovare, ma vogliamo farlo andando avanti, non indietro.

Garantendo più autonomia alla Sardegna, o applicando quella che c’ è e che i politicanti con testa a Roma hanno finto non esistesse. 

La riforma della Costituzione per ridefinire i poteri regionali è sacrosanta: le Regioni hanno speso cifre folli, sia per le caste locali che per la gestione – inefficiente- di dei servizi.

La necessità di riformare le regioni e le autonomie, non può però essere l’alibi per privare di competenze locali e democrazia territoriale i cittadini delle Regioni italiane. 

 

3) Libertà di spendere…troppo. 

Avere un centro d’acquisto unico per la famosa siringa (quella che costa cento volte di più in alcune Regioni) non toglie in alcun modo autonomia ai territori.

Avere un Consiglio Regionale i cui componenti vedano i loro stipendi limitati da leggi statali non pregiudica l’autonomia, rispetta il buonsenso. Che, ad esempio, il sistema di promozione turistica italiano, o anche solo del centro Italia non sia frantumato in quattro o cinque politiche turistiche e strategie distinte, aiuta la costruzione di un sistema integrato con il quale si possa realizzare una seria rete concorrenziale con il resto delle località europee.

Sono solo alcuni esempi di quante competenze regionali, se attribuite allo Stato, o co-gestite con lo Stato possano servire meglio l’interesse locale, ridurre i costi e il sistema di corruzione che è esponenzialmente cresciuto negli ultimi anni. 

Questo però è un discorso generale, legato agli interessi di Regioni che confinano l’una con l’altra, con radici culturali comuni, interessi comuni, storia arte e lingua comune. 

Quanto detto vale per le Regioni peninsulari ma non può valere anche per la Sardegna.

 

4) La diversità della Sardegna 

Se nel caso della siringa può valere il ‘copia e incolla’, altrettanto non si può dire per la strategia di promozione turistica, per il sistema scolastico, per le infrastrutture o i trasporti. 

E’ folle, ma tocca ricordare, che la Sardegna è circondata dal mare e non ha alcun senso che il suo sistema dei trasporti venga gestito dallo Stato. Stato che peraltro ha ampiamente dimostrato la sua totale incapacità (vedi ferrovie e traghetti) in tutti questi anni. Altrettanto vale per il turismo: l’insularità, le caratteristiche speciali del territorio richiedono una speciale gestione delle strategie turistiche. 

Mentre è stupido promuovere Toscana Umbria e Marche in modo distinto(i territori si somigliano per tipo di turismo che attraggono, per struttura del territorio etc) è indispensabile una gestione speciale del settore da parte della Sardegna. Il che si collega con il sistema dei trasporti ferroviari e navali, che nel caso sardo sono evidentemente connessi all’economia turistica. La tutela del paesaggio non fa eccezione. E’ chiaro che una regione con le caratteristiche naturali della Sardegna, con la speciale belle zia del suo mare, non può dipendere da norme nazionali ma deve rispondere a vincoli maggiormente restrittivi. Altrettanto vale per la scuola: la Sardegna, è una regione che ha la necessità di insegnare la sua storia peculiare, distinta per ragioni storiche da quella peninsulare. Siamo la prima minoranza linguistica italiana e anche se ce ne dimentichiamo spesso, questo ci da il diritto ad un sistema scolastico, lamento parzialmente, gestito dalla Regione. 

Molte di queste competenze, le RAS le ha, ma non le ha mai utilizzate.

Questa è una gigantesca colpa della nostra classe politica, degli intellettuali sardi e di tutte le classi dirigenti sarde in generale. Non aver sviluppato una politica di difesa e valorizzazione delle peculiarità sarde ha condannato la Sardegna ad un costante trapianto di sistemi industriali e strategie economiche fallimentari; rigettate come un organo estraneo. 

Del resto a nessuno verrebbe in mente di piantare degli agrumi in russia, non crescerebbero. 

Eppure ci siamo ostinati a impiantare produzioni industriali e modelli economici che non potevano attecchire. Ci siamo ostinati e continuiamo ad ostinarci. Abbandoniamo ciò che è parte della nostra identità culturale, ciò che è proprio del territorio; dalle colture alla storia dell’arte. 

Fare tutto questo con una sovranità ancor più limitata diventerebbe impossibile. Diventerebbe impossibile decidere di gestire direttamente i trasporti ferroviari, spendendo per mantenere una rete certo poco redditizia per l’azienda che la gestisce, ma molto utile per il turismo.

Diventerebbe impossibile insegnare il sardo a scuola, creando, come in molti sostengono (85% dei sardi), un sistema scolastico multilingue che comprenda sardo, italiano ed inglese. Non ci sarebbe consentito insegnare la storia della Sardegna nelle scuole e manterremmo dei testi scolastici regionali dove a malapena la Sardegna esiste. Sarebbe impossibile -come dice anche Vito Biolchini- rifiutare le basi militari o generare vincoli di tutela ambientale seri.

Diventeremmo una regione come tutte le altre. 

Lo diventeremmo politicamente, perché di fatto siamo diversi.

Che ci piaccia o meno è così; che a Roma lo capiscano o meno.

Se hanno paura dell’indipendentismo, credo debbano ricordarselo, perché quella che stanno per gettare è benzina.