Una lingua artificiale: l’italiano

La funzione dello standard in relazione alla lingua sarda non è molto chiara.

Sono in molti a non capire la differenza tra la scrittura e la pronuncia. La LSC-limba sarda comuna(con tutti i suoi limiti) ha la caratteristica di fare da sintetizzatore di un sistema linguistico articolato. Un insieme di regole che definiscono criteri di scrittura, rispettando le diverse pronunce. Fa cioè in modo che ad una stessa parola scritta corrispondano più pronunce. A molti questo sistema pare assurdo. l’accusa è quella che si voglia una lingua ‘artificiale’.

Parlare di lingua artificiale è un nonsenso. 

-Artificiale e naturale

il termine ‘artificiale’ è sbagliato di base: tutti gli standard sono delle artificiali astrazioni che definiscono norme di corrispondenza tra suoni e lettere, cambiando da lingua a lingua.

Ad esempio in spagnolo il suono rappresentato in italiano da ‘gl’ si rappresenta con ‘ll’; il suono ‘gn’ si codifica con ‘ñ’; mentre il suono ‘che’  è ‘que’.

Dunque uno standard serve a definire norme di corrispondenza tra suono e scrittura ed è ovviamente una scelta astratta ed artificiale.

Quando diciamo che dobbiamo scrivere come parliamo, magari per rispettare le varianti locali, pensiamo spesso di dover scrivere il sardo come se fosse italiano; senza renderci conto che non è possibile. Scrivere il sardo usando le norme dell’italiano e rappresentando suoni del sardo con regole di scrittura italiane è chiaramente una assurdità.

-Scrivo come pronuncio

Ogni lingua ha le sue regole. Non possiamo scrivere lo spagnolo con le regole dell’italiano o viceversa. Altrimenti troveremmo delle frasi scritte così: ‘perque in baño che il follio del librayo?’. Così si scriverebbe ‘perche in bagno c’è il foglio del libraio?’ se utilizzassimo i criteri di rappresentazione grafica dello spagnolo.

E’ chiaro che ogni lingua ha il suo standard di scrittura e ogni lingua differisce. Il sardo non si può scrivere usando le regole dell’italiano, esattamente come l’italiano non si scrive con le regole dello spagnolo. Chi afferma di voler scrivere come pronuncia deve prima precisare quale criterio usa.

Uno standard serve esattamente a questo: a dare delle regole che definiscano come si scrive una lingua. Nel caso del sardo la cosa è complicata dal fatto che si è passati da unha grafica latineggiante ad una di influenza spagnola, arrivando alle contaminazioni dell’italiano e dunque il riferimento storico è altalenante. Certo è che, ogni lingua ha bisogno della sua ‘maniera’ e il sardo non può fare eccezione.

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Molti di questi pregiudizi e resistenze all’idea di un sistema di regole sono, secondo me, legati da un lato all’ignoranza (nel senso di ‘non sapere’), dall’altro alla pigrizia (usare un sistema conosciuto anche se non sufficiente a rappresentare la lingua in questione non ci obbliga ad impararne uno n uovo) ed infine ad una serie di pregiudizi inculcati e legati all’unica lingua che ci insegnano a scuola (dire che ci insegnino l’inglese è- con le dovute eccezioni- una barzelletta) cioè l’italiano. 

-bugie italiane

Una serie di false verità che le nostre maestre ci hanno inculcato a proposito dell’italiano e che ci presentano l’apparente varietà di pronunce legate ad uno standard di scrittura, come assurda.

Ci hanno detto molte bugie sulla lingua italiana, le due principali sono queste:

1) l’italiano si scrive come si pronuncia

2) L’italiano è una lingua naturale nata in Toscana

L’italiano standard NON è una lingua naturale, ma è fortemente artificiale; specie se messa in relazione con altre (es. francese o spagnolo).

Ogni standard lo è, ma nel caso dell’italiano vi è una aggravante: l’italiano standard non esiste ‘in natura’. E’ vero che il riferimento storico che ha dato origine all’italiano moderno è il toscano, ma è falso che vi sia una corrispondenza diretta tra l’italiano standard e il toscano. I toscani, per intenderci, NON parlano l’italiano standard. Ancora oggi, utilizzano molte espressioni, costruzioni grammaticali e termini, non contemplati nello standard. Mescolano ad esempio plurale e singolare (es. c’è tante persone), o utilizzano a sproposito il ‘si’ impersonale (io e mia sorella si va a pranzo fuori) o l’articolo associato alla persona (la Maria, Il Marco), la coniugazione scorretta dei verbi(i fantasmi non esist-a-no).

Per non parlare di moltissime parole che nell’italiano ‘corretto’ non sono contemplate. Ma la prova del nove ce la fornisce l’accento. I toscani pronunciano in modo scorretto l’italiano: la pronuncia non corrisponde a quella ufficiale dell’italiano standard. Un toscano deve studiare dizione esattamente come chiunque altro se vuole fare l’attore. Il toscano ha numerosi suoni che per un italiano parlato con corretta dizione neppure esistono.

Che sia chiaro, non ho nulla contro la pronuncia toscana, siciliana o romana; semplicemente è falso affermare che una sia corretta e l’altra no. Sono tutte bellissime espressioni della diversità nostrana.

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Se dunque l’italiano ‘corretto’ non lo si parla neanche dove è nato, come si può dire che sia una lingua ‘naturale’?

L’italiano per come lo conosciamo, con le sue regole di scrittura e dizione non esiste ‘in natura’. Si tratta ovviamente di uno standard artificiale nella scrittura (come ogni lingua scritta è una astrazione) e di uno standard artificiale per dizione. Non in tutte le lingue ciò accade: lo spagnolo è la lingua della corte, il francese anche. l’italiani invece è stato geneticamente modificato, depurandolo da tutti quei suoni che sono propri della parlata toscana tradizionale o naturale. Così scopriamo che a parte uno sparuto gruppo di attori, l’italiano NON si scrive come si legge. Non c’è corrispondenza omogenea tra scritto e parlato.

Un maestra di bologna insegnerà l’italiano e lo leggerà con il suo accento emiliano, altrettanto farà una maestra barese o milanese. Non c’è nulla di male, è anzi molto bello, basta non dire bugie.

Basta dire la verità:

1) l’italiano non ha una corrispondenza naturale tra scritto e parlato: tale corrispondenza varia: in ogni città si pronuncia in modo diverso. Esistono delle regole di dizione che definiscono dei criteri di pronuncia, quelle utilizzate da attori e conduttori tv/radio.

2) L’italiano moderno ha come base di partenza il toscano che si è modificato e modernizzato fino a diventare la lingua contemporanea che conosciamo. I9l toscano e l’italiano sono fratelli, si somigliano  ma non sono gemelli.

Sia chiaro che non stiamo in alcun modo prendendo in considerazione i vari dialetti della penisola, che sono tanti, spesso molto diversi tra loro. Parliamo esclusivamente dello standard e della sua pronuncia, presumendo che lo si parli nel rispetto della grammatica, usando propriamente verbi, parole e quant’altro. Si fa dunque riferimento all’uso della lingua ‘naturale’ non corretto dalla dizione. Ebbene in questo modo si dimostra che nonostante l’uso dello standard, le differenze di pronuncia che di fatto esistono, sono molte e arrivano a non rispettare il criterio suono-scrittura. Tutti conosciamo a grandi linee la pronuncia che rispetta la dizione e le regole teoriche che definiscono l’italiano standard ma quando la maestra ce lo insegna a scuola lo fa parlando e leggendo con il suo accento regionale, noi leggeremo i testi con lo stesso accento, senza che questo implichi alcun problema. Non solo, ci capiremo con persone che hanno una pronuncia diversa dalla nostra, anche se con qualche volta con difficoltà: nonosctante lo standard sia il medesimo.

Poi ci sono le varianti locali legate a termini, compresi del vocabolario che però sono in uso solo in aree del paese. Uno straccio può essere un canovaccio, una pezza o un cencio a seconda delle zone. Altrettanto accadrà con modi di dire o espressioni colloquiali. Tutte queste differenze eppure stiamo parlando ancora di italiano standard, un italiano che rispetta le regole di scrittura, che utilizza parole presenti nel vocabolario ed espressioni ‘consentite’.

Eppure le differenze sono tantissime, fatte di sinonimi territoriali e pronunce locali.

Detto questo: perché gli stessi che fanno allarmismo parlando di ‘artificialità’ dello standard non temono lo standard che parlano e scrivono tutti i giorni? Se vale per il sardo perchè non dovrebbe valere per l’italiano?

Altra confusione si fa tra standard e sinonimi. Nelle norme di riferimento della LSC si parla di alcuni sistemi per scegliere un termine in luogo di un altro. Ma questo vale per la burocrazia regionale, al fine di essere il più chiari ed universali possibile nella stesura dei documenti. Non c’è nessun divieto all’utilizzo di sinonimi per parole che non sono rappresentabili da una scrittura unica. ad esempio: ‘est’ corrisponde alla pronuncia ‘esti’ e ad ‘este’ senza che si parli di sinonimi, perche la grafia rimane invariata ed è capace di rappresentare entrambi i suoni. Altrettanto vale per ‘andende’ che rispetterà sia la pronuncia che si conclude in ‘e’ che quella che si conclude in ‘i’. Ma se prendiamo un termine come ‘manngiare’, si potranno utilizzare in sardo standard sia ‘pappare'(letto anche ‘pappai’: anche gli spagnoli, lingua a noi vicina, dice ‘coprao’ e scrive ‘comprado’) che ‘mandicare’ come sinonimi, entrambi validi. Questa è una differenza importante che pochi hanno capito. Altrettanto può valere per altri aspetti della lingua che non sono omogenei e non possono essere uniformati. In tutte le sue applicazioni locali la LSC ha tenuto conto di queste differenze, dei sinonimi territoriali come delle costruzioni grammaticali alternative e specifiche al territorio. E’ stata cioè adattata alle diversità locali. L’idea è sostanzialemente quella di uniformare ciò che si può uniformare ad una scrittura unica, ad una forma grafica sola e di lasciare, invece, libera la convivenza di forme alternative, sinonimi o modi di dire.

Non mi pare che con questa filosofia si possa parlare di uccisione del sardo, ne di artificializzazione, o neolingua.

Se nel caso dell’italiano(come di tutte le altre lingue) sono contemplati diversi accenti, per quale ragione non li si deve contemplare in sardo?

Se in italiano(ed in tutte le altre lingue) vi sono delle parole/espressioni/frasi d’uso comune con un uso local che vengono considerate parte dello standard, perché la sardegna non potrebbe avere i suoi sinonimi locali, le sue espressioni de logu?

Detto questo, la LSC ha dei forti limiti. E’ indispensabile chiarire tutti questi dubbi in modo definitivo, consentire la maggiore libertà possibile, senza compromettere l’omogeneità dello standard. Ci vogliono regole molto chiare e molto semplici, capaci di avvicinare le persone e di rendere efficace la politica linguistica.

Per tirare le somme:

1) la lingua deve avere un solo standard

2) lo standard deve basarsi su regole semplici e chiare

3) lo standard deve consentire le varie pronunce

4) lo standard deve essere aperto a tutte le eccezioni e localismi che non ne compromettano l’omogeneità

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Risposta a Michela Murgia

Michela Murgia, presente alla manifestazione indipendentista di Capo Frasca contro le servitù militari, ha pubblicato oggi una analisi politica molto precisa. Ecco l’articolo: http://www.michelamurgia.com/sardegna/indipendenza/844-o-affronti-le-cause-o-ti-tieni-le-conseguenze

Manifestada in Cabu Frasca, Foto de Progress

Manifestada in Cabu Frasca, Foto de Progress

Ed ecco cosa ne penso io:

Cara Michela, concordo assolutamente con te sul fatto che l’indipendentismo non sia una malattia. E’ una legittima aspirazione. Specie quando-come nel caso sardo- si vive l’appartenenza ad uno Stato altro, pur essendo una nazione per storia, cultura, lingua e perfino confini geografici.

Un’aspirazione legittima che tu e tutta Sardegna Possibile state tentando di sdoganare. Tu scrivi sostanzialmente: i sardi sono indipendentisti e non lo sanno. E’ un sentimento- quello del rigetto nei confronti dell’indipendentismo- che ha radici lontane, che vivono di una forte ostilità mediatica e delle classi dirigenti della Sardegna, storicamente ostili ad ogni forma di sardità. Perfino i giornali sardi usano -parlando di aspetti importanti della nostra cultura- un approccio superficiale, se non sprezzante, spesso esotico. Un linguaggio che li presenta come forestieri, come turisti in vacanza in Sardegna: degli stranieri in casa propria. Questo è un cortocircuito che nel piccolo ritroviamo anche nelle questioni che tu hai messo in evidenza; questioni di grande importanza per il futuro della Sardegna.

La manifestazione di Capo Frasca è stata importante ma ha mostrato tutte le debolezze e le divisioni del mondo indipendentista: le mille sigle, i rancori interni e l’incapacità di costruire una narrazione uniforme e sintetica ad uso dei media. Per far parlare tutti gli indipendentismi si è rinunciato a parlare all’opinione pubblica, a mandare un messaggio chiaro e univoco, un’immagine di prospettiva.

Da questo punto di vista a me è parsa una occasione perduta. C’era ancora un buon pezzo di indipendentismo folkloristico, quello col baffo lungo alla Doddore, quello da berritta e cambales per intenderci. Quel modo di presentare l’indipendentismo più come una rivendicazione identitaria che una speranza di progresso. Se l’indipendentismo ha una possibilità (e questo è un raro momento propizio) sarà perché è in grado di presentarsi come un’alternativa più solida e più moderna di quella che qualsiasi partito nazionale italiano potrà mai offrire. Per questo gli atteggiamenti autoreferenziali di alcuni interventi su quel palco li ho trovati ottusi: non ci si può chiudere nel ‘circolo degli unanimi’: quello dove tutti si danno ragione a vicenda. Bisogna conquistarsi chi sta ancora a guardare, chi è indipendentista e non lo sa.

E fin qui tutto ok. Ma c’è un aspetto che non condivido: l’idea che battaglia come quella della chiusura delle basi siano necessariamente legata ad una prospettiva indipendentista. Volere spazi di sovranità non significa volere necessariamente il 100% della sovranità. Si può voler far parte di uno Stato plurinazionale, ad esempio. Si può immaginare una relazione di equilibrio tra lo Stato italiano e la Nazione sarda.

Si può decidere liberamente di limitare la propria sovranità su alcune questioni. Lo hanno deciso gli stati americani per formare gli USA, lo abbiamo deciso noi per consentire la nascita dell’UE. Limitano la sovranità(purtroppo solo bellica e purtroppo solo in teoria) le Nazioni Unite. Se la scelta è libera e rappresenta il volere del popolo si tratta di un’idea più che legittima. Si tratta di patti di convivenza con i quali le entità sovranazionali si impegnano a rispettare le identità nazionali presenti al proprio interno. Lo si può fare e io credo che sarebbe conveniente per ambe le parti.

Nel caso specifico delle basi mi pare che i dati parlino molto bene da soli: il 65%delle servitù della Repubblica italiana sono in Sardegna, il restante 35%si divide tra le 19 Regioni restanti. E’ uno squilibrio insopportabile. Chi lotta contro le basi parte dal semplice buonsenso. Credo che chi critica l’impronta indipendentista della manifestazione(di cui era a conoscenza), si senta preoccupato per il fatto che questa battaglia per essere vinta ha bisogno del supporto di tutti, indipendentemente dall’ideologia in cui crede. Questa non è solo una battaglia indipendentista e in uno Stato moderno e democratico può essere più che mai una battaglia di popolo. Per sanare un’ingiustizia profonda e uno squilibrio che -pure nell’ambito di uno Stato italiano che non contempla l’esistenza della nazione sarda- ha legittimità di trovare ascolto e di innescare un cambiamento rispettoso del volere maggioritario dei territori. Parliamo naturalmente in linea di principio.

Sulla punta della lingua…

1) Le caste

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E’ vero il movimento linguistico pro limba sarda non conta quanto dovrebbe. La sensibilità sull’argomento del popolo sardo esiste, ma è superficiale e manca di consapevolezza. E soprattutto le promesse non mantenute sulla lingua non generano indignazione. La grave crisi economica, la disaffezione per la politica, la delusione, la rassegnazione e il pessimismo non aiutano.  

Per quanto i sardi vogliano restituire dignità alla propria lingua, non riescono a definire il modo. 

E’ sbagliato, a mio avviso, attribuire al popolo sardo -con tutta la genericità e l’approssimazione che questa espressione porta con se- l’incapacità di fornire un’analisi risolutiva per la questione linguistica. 

Il fatto è che in Sardegna esiste una fortissima opposizione culturale -potremmo chiamarla ‘costante resistenziale anti-sarda’?- che ostacola ogni progresso della lingua locale.

Non parlo di questa o quella fazione del movimento linguistico. Faccio riferimento alle classi sociali più agiate, alle gerarchie universitarie (i così chiamati baroni), all’alta borghesia cagliaritana o sassarese. Non c’è solo una trascuratezza dl tema da parte dell’opinione pubblica ‘pop’ (un fastidioso inglesismo non può mancare nell’italiano contemporaneo neo-lingua anglo-scema), esiste una netta opposizione di una borghesia che disprezza la sardità come fosse un fardello per il progresso della Sardegna -progresso che credono ottusamente di impersonare.

Non devo poi ricordare io, che le classi dominanti sarde sono da secoli non sarde (aragonesi, spagnole e piemontesi) e dunque storicamente intrise del disprezzo verso il popolo colonizzato e sottomesso: atteggiamento naturale per il conquistatore e necessario a legittimare se stessi e l’a rieducazione’ del popolo controllato. Il passato vive nel presente, con le classi dominanti che reiterano questo atteggiamento, astraendosi dal contesto nel quale vivono, disprezzando la cultura popolare.

Imputare all’opinione pubblica l’incapacità  di elaborare un pensiero complesso sulla questione linguistica è ingiusto.

I pensieri complessi, organizzati e strutturati che permeano l’opinione pubblica, sono il risultato di un profondo dibattito intellettuale e politico. In un tempo dove le strutture d’organizzazione politica sono implose da un ventennio; insieme ad esse la maggior parte dei luoghi deputati all’analisi e alla proposta politica, seguita dall’autorevolezza sempre calante del ruolo dell’intellettuale, non c’è da meravigliarsi. Se l’opinione pubblica si trova nello stato di essere incapace di elaborare in modo razionale questioni complesse è per l’assenza di spazi -fisici o astratti- per elaborarle. Non esiste spazio nell’editoria, spesso gestita da italioti, ne nella televisione -in lingua italiana anche se sarda. 

Le classi dirigenti la osteggiano o -nel migliore dei casi-  la considerano decorativa e pittoresca; una lingua rievocativa. Come una sagra di paese dove si porta il costume e si balla su ballu tundu più per attirare i turisti che per se. Se poi sommiamo a questi qualche docente universitario più preoccupato di mantenere la cattedra che di difendere il principale elemento dell’identità culturale di un popolo -la lingua- non è difficile capire perché ci troviamo sempre al punto di partenza come nel gioco dell’oca. E’ giusto ricordare qualche intellettuale pentito dell’abbandono della lingua (Fois,  Murgia o Soriga); o del lavoro concreto e prezioso di qualche politico e barone universitario. Nel complesso però,  davanti a tanta ostilità, c’è solo da meravigliarsi ed apprezzare che i sardi si ostinino a voler legittimare politicamente e istituzionalmente la lingua sarda.

2) La politica

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In un sistema democratico di stampo europeo, con strutture politiche organizzate, capaci di una seria sintesi; di fare da cerniera tra le istanze sociali espresse da singoli o organizzazioni e i luoghi legislativi; le divisioni del movimento linguistico sulla politica che la Regione deve adottare sarebbero puro materiale per i cronisti e per gli addetti ai lavori. Sarebbe, e dovrebbe essere, responsabilità dalle politica operare un sintesi e scegliere una direzione tra le proposte in campo. E’ responsabilità della politica decidere sulla LSC, sulla scolarizzazione in sardo e sulle strategie per l’inversione linguistica. Ma non può essere così.

Orfani della struttura partito, luogo dell’elaborazione e della sintesi politica, le organizzazioni e i comitati d’interesse hanno tentato di riempirne il vuoto. I comitati e con essi i movimenti che promuovono politiche culturali o sociali, linguistiche nel nostro caso, si trovano a svolgere un ruolo storicamente innaturale nella nostra cultura democratica: quello politico in senso stretto.

Questo ruolo innaturale diventa, nel caso de sa limba sarda, ancora più centrale: davanti al totale disinteresse delle classi dirigenti di partito e universitarie sarde, il movimento si trova nel mezzo; obbligato ad una posizione unitaria. Non c’è purtroppo scelta alla sostituzione della politica nell’opera di sintesi. E’ oggi compito vitale del movimento linguistico decidere al posto della Regione.

3) I lobbisti della lingua

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La politica in stile americano che -unici in Europa occidentale- abbiamo importato, ci impone di agire in senso corporativo: come lobby che contrattano la difesa del loro interesse con il potere politico, in una sorta di scambio d’affari. 

E’ un triste sistema, intendiamoci, e se fosse per me lo abolirei; ma dobbiamo lavorare con gli arnesi che abbiamo.

L’elemento centrale è l’unità ma più di questo è importante il potere d’influenza che il movimento linguistico può mettere in marcia. 

Dobbiamo trovare il modo per contare, per essere determinanti, per avere potere nel baratto. 

Questa politica italiota e degenerata è sensibile solo al ricatto, diventare una spina nel fianco e con fatica essere uniti, o sarà peggio per tutti. 

Proviamo a guardare la questione da una diversa angolazione: perché il movimento non è capace di incidere?

Abbiamo già detto che è incapace di imporre una adeguata presenza nei media, che non penetra la sensibilità della classe dirigente sarda (intellettuale ed economica, più che politica). Aggiungerei che non ha ancora avuto la capacità di diventare un tema realmente popolare.

a) La presenza nei media si raggiunge o grazie all’attenzione di una stampa sensibile al tema, che non c’è o attraverso fatti eclatanti. Attraverso una comunicazione capace di suscitare curiosità: si parla del tizio che sta in acqua con la coda da sirena  vicino alla Maddalena, si potrà trovare un modo per perlate del tema linguistico o no? 

b) Le classi dirigenti non sono interessate. Molto spesso le classi dirigenti sono anti-sarde, come detto; ed interessate a marginalizzare una lingua che non conoscono, spesso disprezzano e che assimilano al peggio della cultura popolare. Esistono però altri due tipi di borghesia medio alta: quella sensibile alla cultura e quella che ha origini modeste. La prima potrebbe avvicinarsi alla questione linguistica persuasa dalla necessità di difendere -come accade in altre nazioni europee- un pezzo di cultura, come farebbero per un quadro o un monumento. I scendi posso essere persuasi perché spesso venino da piccole realtà, sono cresciuti in contesti umili, magari con il sardo come lingua madre, ma hanno abbandonato quel contesto nella loro scalata sociale. Rimangono affezionati alla loro lingua, e se consapevoli potrebbero essere degli influenti sostenitori. Una parte di essi sarà forse più ostile:  L’italiano è un simbolo della scalata sociale, del successo;  rinnegare le origini serve a legittimarsi nel nuovo mondo del quale si fa parte, ma con glia argomenti giusti…

c)Il legame con la gente, la presenza nel dibattito pubblico della questione linguistica non è solo responsabilità dei media. Il movimento deve mostrarsi aperto alla gente, anche a modificare le proprie posizioni adattandole a delle necessità pubbliche, con un approccio politico. Penso a strumenti come referendum o consultazioni popolari: perché non togliere alla regione ogni scusa proponendo di far decidere ai sardi cosa fare? Se sono codardi o indecisi, togliamogli la patata bollente dalle mani…e pure ogni scusa.

Comunque dovesse andare la questione linguistica sarebbe oggetto di u ampio dibattito pubblico, il popolo farebbe le sue riflessione, aumenterebbe in consapevolezza. E’ più ciò che si può guadagnare che cil che si può perdere. 

ma per fare tutto questo bisogna essere organizzati, determinati e uniti su alcuni punti fondamentali…o almeno apparire tali!

Il muro che con fatica teniamo in piedi da anni -quello del sardo- è stato buttato giù per un po, poi ricostruito e restaurato dalla sensibilità sociale nuova degli ultimi anni. Ora rischiamo di finire malta e blocchetti, litigando su quanta sabbia e quanta acqua ci vogliono per il cemento perfetto, mentre qualcuno è pronto con perversa pazienza, a staccare un mattone dopo l’altro fino a che qual muro non diventi solo un ricordo per nostalgici.