Senza peli sulla lingua: si può fare molto meglio col sardo nei media

Si fa un gran parlare della necessità di finanziare programmi in lingua sarda. Le politiche adottate dalle Gunte precedenti sono state positive e hanno permesso alla programmazione in lingua storica di crescere notevolmente, sia nei media tradizionali che sul web. E’ evidente a chiunque sia attento al tema, sa che i finanziamenti Regionali hanno giocato un ruolo centrale, moltipicando l’offerta e creando professionalità. Bisogna togliersi il cappello e ringraziare chi ha lavorato per questo.

E’ però il momento di fare un bilancio, di chiedersi cosa funziona e cosa non funziona di questa politica.

Nb. La mia vuole essere una anlisi critica costruttiva che nulla toglie agli sforzi in buonafede che tutti gli operatori del settore compiono e hanno compiuto. Il loro contributo è prezioso e nessuno qui lo mete in discussione. L’analisi critica che propongo non ha alcun intent polemico o di attacco a chi ha fatto e fa del suo meglio, anche se raggiungendo obiettivi non soddisfacenti.  Le mie parole possono apparire indelicate o troppo dirette, ma non c’è alcuna volontà di mancare di rispetto, ne alcun rancore. Quello che si vuole fare è ragionare in buona fede e con il solo obiettivo di migliorare l’offerta, su come sia possibile convogliare risorse, conoscenze ed energie nella giusta direzione. Per farlo bisogna parlare chiaro, senza peli sulla lingua. 

1) Iniziamo da cosa funziona.

I progetti finanziati dalla Regione, relativi alla lingua sarda, hanno dimostrato che è possibile parlare di tutto in sardo, che esiste un pubblico potenziale perfino maggiore, che può addirittura essere un target interessante per gli inserzionisti pubblicitari.

Questo significa che il sardo ha un potenziale che va oltre l’investimento culturale e simbolico compiuto dalle istituzioni; significa che la lingua sarda ha un potenziale di emancipazione da politiche assistenziali e che può diventare un buon investimento economico per ogni editore che decida di scommetterci.

Le politiche Regionali hanno dunque il merito di aver mostrato le potenzialità del sardo, il suo uso normale e perfino i profitti che può portare all’editoria locale.

La politica del bilinguismo ha creato operatori del settore fuori e dentro i media, che difficilmente si lasceranno manipolare da miopi e folkloristiche rappresentazioni del tema. Sarà più difficile per qualsiasi politicante ignorante invertire la rotta, intraprendere cammini sbagliati o dannosi per la lingua. Chi lavora con la lingua è motivato a continuare a farlo, ci crede, ci ha investito in formazione; significa che farà della lingua sarda una bandiera, diventando un prezioso difensore del bilinguismo.

2) Cosa non funziona

Facendo zapping tra le tv sarde, navigando su internet si trovano numerosi progetti realizzati in limba.

Ci sono i tg in in sardo, i talk, le interviste, documentari, sport, moda, etc. Alcuni molto validi, altri molto meno. 

Ottima l’idea di fare in sardo il maggiorn numero di contenuti possibile, per dimostrare che il sardo non è una lingua marziana ma che come tutte le lingue si presta a qualsiasi contesto d’impiego.

C’è da chiedersi, però, quante persone abbiano visto questi contenuti. C’è da domandarsi quante persone seguano costantemente questi programmi.

Mi viene in mente una serie di programmi -che scopiazzano dalla tv digitale italiana-  che parlano di consigli per vestirsi o per truccarsi. Apprezziamo tutti il tentativo, ma alla fine dei conti, si tratta di brutte copie dei programmi originali.

Altrettanto accade per alcuni tg (o dovremmo dire TN-Tele Novas): camera fissa, scenografia con cartina della sardegna attaccata con lo scotch, audio mal registrato e via la sfilza di notizie tradotte in sardo; magari una sisntesi dell’intera settimana. Tutto senza servizi, senza immagini o grafiche, come negli anni ’50.

Io capisco i finanziamanti ridotti, la poca esperienza e la volontà di moltiplicare lofferta ma questi programmi non li guarda nessuno.

Non si guarda un programma per il solo motivo che è in sardo. Nessuno lo fa per più di una o due volte, anche se è un amante della lingua locale.

Prendiamo il TG ad esempio.

Perché dovrei guardare un telegiornale in sardo di due minuti, senza servizi, con camera fissa, con una scnografia improponibile, se posso guardare quello -decisamente più completo e godibile- di Videolina o uno dei tanti notiziari italiani?Anche perche un Tg lo si guarda per informarsi, per conoscere ciò che accade nel mondo.

Per non parlare del riassunto settimanale o del mini tg in sardo dopo il tg di 30 min in italiano! Paiono format studiati per chi non capisce l’italiano, come se ci fosse ancora qualcuno in sardegna che non capisce l’italiano. Personalmente ho esperienza di persone che non capiscono il sardo, altre -anziane- che parlano solo in sardo ma capiscono entrambe le lingue; non mi è ancora capitato qualcuno che non capisca l’italiano; non escludo che ci sia, ma se esiste è lo “zero virgola talmente poco”(cit. G.Gaber). Allora che senso ha limitarsi a tradurre i contenuti in sardo? E’ ancora più assurdo se pensiamo che le difficoltà maggiori le abbiamo con le nuove generazioni, che spesso vengono cresciute in italiano; soprattutto se consideriamo che questi programmi dovrebbero servire a spingere all’uso della lingua storica chi non parla il sardo o lo parla poco.

Qui arriviamo al nocciolo della questione: il contenuto.

Non si può pensare che una persona guardi un programma per la lingua che viene utilizzata, lo fa per ciò di cui il programma parla. Oramai tanti guardano le serie tv e i film in streaming su internet. Chi guarda le serie non le sceglie in funzione della lingua ma in funzione della bellezza della serie. Che senso ha per un bilingue italiano-inglese guardare una serie perche è in italiano se ce ne sono di più belle in inglese o viceversa?

Se il mio bagaglio di conoscenza delle lingue ne comprende più di una, sarà per me importante il contenuto e quasi indifferente la lingua. E’ il contenuto che fa la differenza. 

Non possiamo pensare che ci siano persone che seguano un brutto contenuto solo perche è in sardo, quelli sono soldi e sforzi mal impiegati.

Bisogna ridisegnare il sistema dei finanziamenti e reimpostare l’approccio. Ora che abbiamo dimostrato che in sardo si può parlare di tutto (il fatto che ci fosse bisogno di dimostrarlo racconta bene in che sistuazione di ignoranza sulla questione ci troviamo!) abbiamo bisogno di un sistema di finanziamento maturo.

3) Che fare?

Proviamo ad immaginare cosa serve.

Abbiamo bisogno di standard di qualità maggiorni e di contenuti ben realizzati. Concentraimo i finanziamenti in progetti che possano lasciare il segno, esistono tante risorse nel territorio.

Il criterio deve essere quello di rivolgersi ad un pubblico bilingue, al quale si propone un’offerta integrata, non una copia dei programi già trasmessi, ma un contenuto che si può vedere solo in sardo. Un contenuto non alternativo ma integrabile con quello italiano. Sarebbe sensato avere articoli in sardo sui giornali regionali –insieme al resto in italiano- che trattino temi distinti: l’articolo di cronaca in italiano e la pagina internazionale in sardo; lo spettacolo in una lingua e lo sport nell’altra. Altrettanto si può fare con i servizi nel tg.

Non sarebbe poi male pensare al doppiaggio:  cartoni animati doppiati in sardo, modo semplice per educare i bambini; serie tv d’importazione etc. Soluzione economica, che garantisce l’uso della lingua per gli argomenti più diversi. La Regione potrebbe perfino fare un accordo con la Rai per l’utilizzo di alcuni prodotti realizzati dalla TV di Stato o che la stessa Rai acquista all’estero senza che vi siano costi ulteriori se non quello relativo al doppiaggio. Del resto il servizio pubblico realizza pochissimi contenuti in sardo (e solo radiofonici); che almeno metta disposizione i suoi contenuti gratuitamente!

Usiamo i format che esistono, inseriamoci il bilinguismo. Aumentiamo la qualità e miglioriamo i contenuti.

Non usiamo i finanziamenti per il bilinguismo come ricostituente per reti televisive marginali che non accettano la necessità di uscire dallo stadio embrionale per coalizzarsi e fornie una qualità all’altezza dei tempi. Usiamo i finanziamenti per costruire una macchina per il bilinguismo basata su criteri omogenei che riguardino tutti i contenuti finanziati.

Innestiamo il sardo in format già conosciuti e di successo; premiamo le produzioni che ottengo buoni ascolti.

Questo è il libro dei sogni ma poi c’è la dura realtà.

4) Attentato al bilinguismo

E’ notizia recente che la Regione vorrebbe inserire la lingua sarda all’interno delle iniziative relative alla promozione della cultura regionale.

Una sorta di grande contenitore che preservi tradizioni e folklore made in Sardinia.

Uno spettro si aggira tra gli scranni del Consiglio: si chiama Folklore!

Dopo anni di buona politica linguistica volta alla normalizzazione istituzionale del bilinguismo (perche nella socetà sarda il bilinguismo è un fatto) si trona al pericolo della folklorizzazione del sardo.                                                                   L’inserimento dlla lingua in un generico contenitore della sardità, rischia infatti di compromettere gli sforzi fatti e i successi raggiunti. L’idea che la lingua sarda possa essere gestita come una sagra di paese o una festa patronale è ridicola.

Il bilinguismo ha l’assoluta necessità di entrare in relazione con la vita di tutti i giorni delle persne, deve entrare nelle scuole, nelle strutture pubbliche, nelle istituzioni e nelle attività private. O è così, oppure non è bilinguismo. O è così, oppure divente un oggetto rievocativo, un feticcio folk, un pezzo della identità storica. La lingua smette di essere presente e viva. Folklrizzando la lingua la si uccide.

E’ evidente che una lingua è insieme l’elemento più importante e caratterizzante dell’identità culturale di un popolo, ma anche l’aspetto più labile, il più mutevole. Una lingua ha senso se esiste, se è viva. Non può essere gestita come una tradizione, come il costume sardo o i canti popolari. Una lingua esiste se racconta il presente. Altrimenti diventa come il latino, una lingua morta. Io non voglio che il sardo sia una lingua folklorica, perche una lingua non può essere folklore. Una lingua è strumento di comunicazione, se non vi sono persono capaci di utilizzarla per comunicare, la sua esistenza non ha alcun senso.

Non è cosa di poco conto in una Sardegna che vede morire il sardo in bocca alle nuove generazioni; conseguenza di un pregiudizio precostituito e voluto, che discrimina il sardo. ” Se non state attenti i mass media vi fanno oiare le persone oppresse e amare quelle che opprimono” dice va M. Luther King. E’ ciò che è avvenuto per l’dentità culturale sarda e per la lingua che la esprime. ‘Bilinguismo’ è una parola vuota, come tutte le parole -e come ogni lingua- va riempita di senso e consapevolezza. E’ tempo di fare un passo avanti nelle politiche per il bilinguismo, senza peli sulla lingua(appunto), senza timori reverenziali e con un solo obiettivo: dare al sardo un futuro.

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Tanto cemento per nulla

Pubblico fedelmente un interessantissimo post di Stravinsky su skyscrapercity.com

“Faccio un discorso da vecchio rompicoglioni anche un po’ qualunquista

In questo paese non è possibile, non con la mentalità attuale.

Non ci si può nemmeno iscrivere a un corso di laurea italiano con un titolo di studi straniero, o iscriversi al relativo ordine per una professione regolamentata, perché lo dice LALEGGE. Nemmeno se hai studiato a Harvard.

Non abbiamo le aree metropolitane perché ci sono i comuni, residuo napoleonico, che legalmente azzerano le differenze e le competenze politiche di posti oggettivamente diversi come Milano, Cagliari, Las Plassas, e Venezia.

Tant’è che, non esistendo le suddette aree metropolitane, le città italiane sono fra le più estese in Europa. Cagliari perde abitanti e Sestu ne guadagna. I piani urbanistici non sono coordinati e non esiste strategia d’insieme per l’area metropolitana.

Milano e Londra alla stessa scala:

La prima è immensa, nella seconda foto ci sono più abitanti che in Lombardia.

Un sacco di volte sento parlare di riforme (dell’università, della gestione del territorio) ma senza l’adeguamento di leggi, che se va bene sono fasciste, agli standard del 2014, è tutta aria fritta.

Contrastare la fuga di residenti da Cagliari? E come, quando la gente va a vivere a Sestu perché èppiùconveniente e lì sicostruiscedittuttoenontiromponoicoglioni?

Salvare i negozi in centro? Quando i centri commerciali possono aprire a Monserrato, Elmas, Quartu, Sestu?

Provate a parlare in giro di questi problemi (ma anche di altri). Si è così abituati a ragionare per scatole chiuse, categorie mentali scolpite nel marmo, che subito salterà fuori qualche legge, provvedimento, normativa, meccanismo da oliare, antipatia in Regione… per cui non si può fare niente di migliorativo. Non ora, perlomeno, bisogna parlarne, bisogna vedere, i soldi son pochi, teniamo tutti le creature a casa da sfamare…

Vecchiaia, molta vecchiaia. Dopotutto non puoi chiedere a un paese governato da 65enni di essere creativo, innovativo, reattivo. Anche io vorrei grattarmi i coglioni tutto il giorno a quell’età.”