Aria fresca

Alcuni video che mi hanno fatto respirare aria fresca. Un po di speranza per il futuro nell’idea che le alterantive al mondo di oggi esistono. Possiamo scegliere, sempre. 

Sono entrambi in spagolo, per chi capisce sono illuminanti e Josè Mujica è commovente.

Intervista a Josè Mujica, Salvados – LaSexta

Intervista a Rafael Correa, Salvados – LaSexta

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La democrazia si compra

renzino copia

Viviamo oppressi da un senso di impotenza: la crisi economica che viviamo, l’immobilismo politico, la vecchiaia delle strutture rappresentative, la loro impermeabilità alla società civile, alle esigenze collettivi e popolari, ci immobilizza. L’impossibilità di accedere a spazi di dibattito pubblico costruttivo esaurisce ogni passione politica nella mera critica, nell’analisi puntuale dei problemi. Non avere spazi per rappresentare il nostro pensiero o per arricchirci del pensiero degli altri in lughi virtuali o reali; che possano apparire utili, concreti e funzionali al progresso sociale; ci rende schiavi di un sistema del quale fcciamo sempre meno parte e del quale siamo sempre più spesso donatori di risorse, fatica, denaro, speranze o illusioni. La nostra democrazia è stata svuotata degli spazi di analisi, di confronto sulle problematiche sociali e di definizione di reali e condivise soluzioni. Priva dei partiti -o di qualsiasi altra struttura istituzionale riconosciuta capace di apportare il contributo al cambiamento, capace di esercitare influenza e controllo- la cittadinanza è stata svuotata dell’unico potere di pressione che era in grado di esercitare. Oggi rimane il potere di voto, un potere vuoto quando prescinde da quello di controllo e indirizzo attivo delle politiche. Così il potere è espropriato al popolo che viaggia diviso, frantumato in associazioni o comitati, se non addirittura in individui slegati l’uno dallaltro.

Del resto l’individualismo è il fulcro della struttura sociale della civiltà contemporanea: l’individualismo trionfa nelle strutture economiche, nei rapporti sociali e dunque nella politica. La dispersione di energie, potenzialmente arricchenti, condanna la società ed ogni politica alla dipendenza dall’unico potere che in una società di mercato è in grado di esercitare la sua influenza in modo individuale: il potere economico. Chi detiene ricchezza -in quanto individuo o in quanto società economica- detiene il principale strumento di idirizzo per le politiche, cioè il controllo di queste. Quando viene meno l’influenza collettiva dei soggetti deboli economicamente, come i ‘semplici cittadini’, questa viene sostituita dai soggetti forti che non necessitano di strutture collettive, non hanno bisogno di strutture di organizzazione, ma che influenzano con il bene che hanno in abbondanza: il denaro. In una società di mercato dove è il mercato senza contrappesi che comanda (sfido chiunque a sostenere il contrario) e dove il caburante del mercato è il denaro, chi ha più denaro ha più carburante per consentire che la macchina si muova. Chi detiene la risorsa che tiene in vita il sistema ha il controllo quasi totale del sistema stesso.

Così le nostre democrazie di mercato si convertono in macchine ‘a soldi’ che danno potere e diritti agli individui in proporzione al loro potere di influenza economica. Si potrebbe parlare di “postdemocrazia”(per citare C. Crouch), ma anche di ‘democrazia delle lobbie’ o di oligarchia morbida. Sta di fatto che il potere si è spostato da organismi collettivi controllati dal popolo attraverso strutture organizzative diffuse nel territorio e democraticamente strutturate -i partiti della Prima Repubblica in Italia- a strutture liquide simili a comitati elettorali. Comitati elettorali-che a volte continuano a chiamarsi partiti ma che dei partiti conservano poco- che soprattutto dipendono da finanziamenti privati: piccoli contributi degli iscritti ed imponenti finanziamenti dei lobbisti*. Lobbisti che come azionisti di maggioranza controllano l’esistenza dei partiti, la loro capacità propagandistica (i soldi servono per le campagne elettorali) e dunque hanno potere di vita o di morte sulla carriera degli esponenti politici da eleggere. I politici eletti grazie ai finanziamenti delle lobbi faranno gli interessi di chi li sostiene. Nulla di strano sia chiaro, è un meccanismo naturale e chi si meraviglia vive nel mondo di Topolino. Del resto così è sempre stato, ed è perfino la democrazia a decretare tale legame tra eletto ed elettori. Nel senso che la relazione tra l’eletto e chi ne ha consentito l’elezione è fondamentale ed inscindibile. Se infetti in un sistema stile Prima Repubblica il candidato era eletto dai cittadini attraverso le preferenze e scelto dal proprio partito attraverso un’investitura datagli dagli iscritti -e dunque il referente era il bacino di elettori che si impegnava a rappresentare- nella democrazia delle lobbi è il denaro a determinare tutto e dunque chi più finanziamenti apporta, più potere ha. E’ il sitema a determinare la degenerazione: chi elegge il rappresentante ha il controllo di ciò che fa. Ci indignamo tutti quando veniamo a conoscienza di appalti truccati o di soldi mal spesi. Storciamo il naso quando pensiamo all’incapacità della politica di agire per risolvere problemi sociali, di far funzionare i servizi pubblici o di agire con senso pubblico. Ma come può un rappresentante eletto grazie ad interessi di lobbi fare l’interesse collettivo? Quando ci indignamo per il malaffare e la corruzzione parliamo del danno ma non andiamo mai a cercare la causa. Nulla di strano, del resto siamo il paese delle emergenze, dove quando crolla la casa dello studente in Abruzzo è il terremoto che uccide e se si allaga mezza Sardegna affogando povera gente è la bomba d’acqua. Mai che si mettesse in galera chi ha costruto fregandosene degli accorgimenti antisismici o cementificando coste e fiumi, violentando la natura. Smettiamo di curare gli effetti e concentriamoci sulle cause. Dobbiamo togliere potere alle lobbi, riequilibrare a favore del popolo il livello di influenza sulle decisioni politiche. Non basta votare, bisogna controllare la politica col denaro, bisogna sottometterla a strutture di controllo democratiche, qualunque sia il loro nome. Siamo incartati in un sistema dal quale sembra non si possa uscire. Dalla fine della guerra fredda le politiche liberiste, basate sulla deregolamentazione del mercato, hanno vinto. Oggi le strutture finanziarie domininano su quelle produttive: chi specula in borsa ha tasse inferiori a quelle di qulunque industria o attività artigiana che produca beni. Il mercati finanziari controllano le scelte politiche sia attraverso il finanziamento della politica, sia attraverso il controllo dei debiti pubblici e grazie alle decisioni che prendono al momento di riversare gli investimenti dei loro denari in questo o quel mercato, per comprare l’una o l’altra azione. La finanza, ed insieme ad essere i poteri di lobbi, gestisono in un totale conflitto di interessi sia il mrcato che chi ne influenza l’andamento attraverso le scelte economiche degli Stati. Così il potere è saldamente controllato dalle lobbi, dal denaro e da interessi individuali o comunque fortemente minoritari. Noi, persone comuni, ci gonfiamo di rabbia come in una pentola a pressione che non ammette spazio per lasciarla sfogare o convogliarla in un fine collettivo costruttivo, rimanendo in un sistema che appare bloccato e privo di senso. Ci sentiamo oppressi da una relatà che di fatto odiamo e da un destino futuro non deciso. Pare che nulla possa cambiare, che si sia condannati a sopportare le celeberrime ‘lacrime e sangue’, che si debba sottostare a delle regole che, se pure crudeli, siamo costretti a rispettare. Dobbiamo pagare il maledetto debito perche ‘abbiamo vissuto al disopra delle notre possibilità’ e perche se non pagassimo falliremmo, saremmo costretti al disastro. Siamo in crisi è vero, ma basta prendere la medicina e guariremo: privatizziamo, diminuiamo i servizi pubblici, tagliamo un po qua e un po la allora tutto andrà meglio. Il fatto è che questo è un pensiero unico, un incubo che sembra non avere via d’uscita.

Il fatto è che siamo spaventati dal terrorismo che ruota intoro a questi temi.  Eppure basta guardare senza pregiudizi alla struttura economica e si capisce che di fatto non è tutto così idiscutibile questo pensiero unico. Basta ragionare senza i totem dei maghi della finanza, senza quella che è oramai l’ideologia liberista e tutto è più leggero.  Se infatti si gurda con occhio pulito alla realtà, senza pregiudizi ne nei confronti del mercato, ne nei confronti dei servizi pubblici; se si sceglie di non odiare o amare cecamente ne il privato ne il pubblico; beh allora di pensieri se ne posso fre molti e molto poco ‘unici’. Per esempio, si può scoprire che l’ultimo Stato europeo a non pagare il proprio debito pubblico è stato la Germania negli anni ’50 (Germania che all’inizio del 2000 ottenne dal resto dei paesi europei di non rispettare il patto del 3% deficit-PIL). Si può scoprire che molti stati nel corso della loro storia hanno deciso di non pagare o di pagare in parte il debito. Si può sapere che parte degli stati dell’America Latina hanno ridiscusso il loro debito pubblico, considerando impagbili gli interessi nel caso di legami corrotti, o di speculazione illegittima sul debito. Che questi stessi paesi hanno visto crescere le loro economie e, in alcuni casi, ridurre della metà il tasso di povertà. Hanno raggiunto questo risultato storico quando hanno deciso di buttare nel cestino della spazzatura le indicazioni liberiste del Fondo Monetario, che dagli anni ’80 fino all’inizio del 2000 aveva dettato le scelte economiche disastrose di tutto il meridione del continente. Oltreoceano si sta realizzando un interessantissimo esperimento politico, fatto di un misto inusuale di mercato e politiche sociali che, comunque la si pensi, va tenuto d’occhio.

I poteri finanziari stanno esercitando un potere immenso sui sistemi economici, possiedono parti importanti di debito pubblico e sono dunque i principali finanziatori degli stati. Gli organismi finanziari che speculano sul debito e sulle economie, coinvolgendo in queste speculazioni la vita di milioni persone, sono i medesimi che giudicano l’affidabilità degli stati, cioè la probabilità che questi hanno di pagare il debito contratto. I governanti sono spesso referenti politici di tali poteri che ne hanno consentito l’elzione finanziando la loro campagna elettorale; a volte gli stessi ministri sono specultatori e traggono profitto personale dalle politiche che fanno. Pare che non ci sia alternativa e invece c’è; giusta o sbagliatache sia. Io non sono in gradi di dirlo. Il sospetto, però, e che non siano in gradi di dirlo neanche i grandi economisti che hanno sbagliato ogni previsione dalla crisi economica in poi. E il dubbio è soprattutto che la maggior parte di loro non sia legittimato a dare alcun consiglio o ad articolare alcuna opinione. La maggior parte di questi luminari infatti, oltre ad aver sonoramente toppato nel consigliare le soluzioni, ha anche un consistente coflitto d’interessi. Le loro medicine sono anche molto amare; soprattutto per lo stato sociale, cioè per poveri e classi medie, quelli che non si possono permettere di pagare la sanità e la scuola private, o qualsiasi altro serivizio. Che affidabilità ci danno questi signori che con una storia di di fallimenti così alle spalle, con un conflitto d’interessi così forte, che le loro ricette siano fatte per il nostro bene e non per favorire i grossi speculatori finanziari? Chi ci garantisce che i nostri rappresentanti in Parlamento o nel Governo stiano agendo nel nostro diretto interesse quando attuano scelte ‘ipopolari’ ma necessareie se sono finanziati da lobbi internazionali (vedi le cene per finanziare il PD di Renzi con la Nestlè ad esempio)? Del resto le politiche di austerità che abbiamo adottato in questi anni non hanno certo ridotto il debito pubblico, anzi l’hanno fatto aumentare: è lecito il sospetto. Siamo sicuri che gli organismi finanziari che valutano il debito pubblico (agenzie di rating) non abbiano interessi che ne influenzano la valutazione? Siamo sicuri che gli ‘attacchi al debito’ del 2012 fossero esclusivamente determinati da movimenti di capitali naturali dei mercati? Siamo sicuri che questi mvimenti non fossero connessi con speculazioni sugli interessi del debito da parte dei possessore e che questi non avessero un legame con interessi finanziari? Siamo sicuri che quanto ci viene consigliato per rinascere dalla crisi economica non abbia a che fare con una impostazione economica favorevole allìinteressere delle famose lobbi? Chi vi scrive è negato in matematica e non ha la presunzione di capire un sistema così complesso come è il funzionamento dei meccanismi economici contemporanei (chissà se è un caso che non ci si debba capire una cippa?) e magari questa analisi è superficiale ed imprecisa. Quello che qui si riporta, non è un’analisi personale della situazione economica, ma alcune informazioni che non vengono date nei mezzi di comunicazione italiani. Informazioni che generano dubbi e riflessioni politiche o di semplice buonsenso e che potebbero aiutarci a realizzare un confronto su quale modello dobbiamo intraprendere, che potrebbero darci un’alternativa, giusta o sbagliata che sia. Sarebbe importante, vista la disastrosa situazione nela quale ci troviamo, porci un po di queste domande. Del resto il secolo scorso è stato dominato dallo scotro freddo tra due modelli di società alternativi, socialismo e liberismo. Dove il modello sociale e l’idea di futuro erano centrali, mentre il modello economico una loro conseguenza. Oggi pare che sia l’esatto contrario, che il modello economico sia indiscutibile e tutto ciò che arriva come conseguenza di tale modello sia inevitabile. Anche se questo modello d’economia ci ha portati nella crisi dei mutui americana che ha dato origine all’istablità dei mercati; anche se il debito pubblico dei paesi oggetto d’attacco era identico a quello che aveva prima della crisi. Anche se ora quello stesso debito è cresciuto a causa della crisi e delle politiche di asterità.

Siamo proprio sicuri che questa sia la direzione giusta? Che il nostro futuro debba ridursi ad essere una mera conseguenza di dove sceglie di stare il denaro?

Questa non è una crisi economica, questa è una crisi di sistema, di democrazia.

Qui ci giochiamo tutto.

IMPORTANTE: vedi il post successivo per alcuni video interessanti connessi all’argomento, fonte per questo articolo.

*scrivo ‘lobbisti’ perche mi oppongo all’esterofilia tonta che vuole il continuo innesto di sgradevoli inglesismi mal adoperati, mal pronunciati e spesso impropri nella lingua italiana. Se un termine non esiste nella nostra lingua non vedo alcun problema nel suo uso e perfino nel suo inserimento nel vocabolario: molte nostre parole sono in uso in altre lingue. Da qui a parlare come chi lavora nel settore della pubblicità o in quello finanziaro milanese -che pare una radio rotta che trasmette mezza frequenza inglese e mezza italiana- ce ne passa. E siccome siamo il Paese del ‘Jobs Act’, dei ‘call center’ e del ‘know how’ ( in italiano rispettivamente: legge sul lavoro, centralino e esperienza) direi che abbiamo passato il segno, direi che stiamo diventando ridicolmente anglofili e che parliamo una inascoltabile neolingua. Mi oppongo a tanto cattivo gusto e a tanta stupida subalternità. Se devo usare una parola che non esiste in italiano e che proviene da un’altra lingua non ho problemi, ma se entra nell’uso corrente allora faccio come gli spagnoli: la scrivo come si pronuncia. Non sono mica tenuto a sapere come si scrivono tutte le lingue del mondo! Tutti devono poter pronunciare quella parola quando la leggono, è una questione di democrazia, di amor proprio e di decenza. 

Una lingua non vale l’altra

La difesa del diritto al bilinguismo è centrale nella vita politica sarda, ha a che fare con la difesa dell’Autonomia, con la dignità di popolo. Difende la lingua significa dare futuro all’oggetto culturale e identitario più importante per un popolo; significa avere dignità: quale popolo lascia morire la propria lingua? Difendere il sardo significa difendere ciò che siamo. Non facciamoci distrarre dalla retorica che ci hanno inculcato per cui la lingua che usiamo è indifferente. La lingua racconta un popolo più di quanto qualsiasi sociologo sia in grado di fare. Tornare a parlare il sardo in contesti formali, significa tornare a vivere la nostra identità culturale in modo pubblico, sano, senza i pregiudizi e il senso di inferiorità che ci sono stati inculcati. Significa ritrovare la centralità del nostro destino collettivo, senza complessi, con dignità e dando futuro alla nostra storia. La lingua è fondamentale e lo dimostrano i popoli che sono riusciti a resistere e a vincere la subalternità culturale rispetto a nazioni e lingue dominanti. Se abbiamo un futuro, se sapremo liberarci da basi militari, devastazioni ambientali o prevaricazioni economiche che ci danneggiano, sarà perché avremo ritrovato ciò che siamo, perché avremo capito il valore che ha: che vale la pena compromettersi. La lingua non è indifferente, la lingua è centrale.

Ignoranza accademica

pinocchioasino

Ho ritrovato un vecchio articolo del Prof. Giovanardi sul sardo a scuola. Un perfetto riassunto della boriosa ignoranza accademica.

Era il 2012, condivido ancora quanto scrissi a Giovanardi: valse per lui allora, vale per tutti i Giovanardi del mondo.

ps. Giovanardi è omonimo dell’ On. Giovanardi: inizio a pensare che tale cognome sia una maledizione per l’intelligenza di chi lo porta… 

“30 settembre 2012

Gentile prof. Giovanardi,

La cattedra universitaria dovrebbe obbligare, e non esimere chi la occupa, dalla conoscenza degli argomenti dei quali tratta, dalla precisione e al rigore.
Per questa regione le contesto di seguito, con amarezza, numerose imprecisioni della quali dovrebbe render conto, relative alla mia lingua (il sardo) e non solo.

“La particolare storia linguistica italiana ha fatto di questo Paese un unicum in campo europeo.
Il Paese dei cento campanili e delle tante capitali è anche il Paese dove i dialetti hanno da sempre prosperato e, soprattutto in certe aree, ancora prosperano”.
Fa bene a precisare che il dialetto prospera solo in ‘certe aree’ del paese, perché in altre è avvenuta una voluta inversione linguistica, che ha imposto in modo culturalmente violento l’Italiano, non solo in ambito scolastico o per redigere documenti ufficiali.

“Dobbiamo però renderci conto che da 150 anni esiste uno Stato unitario con una sua lingua unitaria (seppure non ufficialmente riconosciuta nella Costituzione), ovvero l’italiano.”
La Repubblica riconosce e “tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”(Art.6 ) e applica tale tutela (tra esse vi è il Sardo) con L’art. 2 della legge 482/1999. Si tratta forse di un articolo della Costituzione da eliminare?
“Difendere e valorizzare il dialetto è giusto, imporlo come materia d’insegnamento scolastico è profondamente sbagliato. Si tratta di atteggiamenti di retroguardia, spesso mossi più da interessi politici che genuinamente culturali. In tempi di restrizione delle finanze pubbliche, mi sembra sacrosanto che il governo intervenga a tagliare le spese non dico inutili, ma quanto meno superflue.”
Quindi se capisco bene, Lei, un linguista, considera superflue le spese legate alla difesa della varietà linguistica nazionale in ambito scolastico. Avrebbe ragione se parlassimo di una diffusa e generica distribuzione di denaro a questo fine, peccato però, che la tutela di tutti i dialetti italiani non è in discussione, ed in ogni caso, non otterrebbe finanziamenti necessari da parte dello Stato.
La informo infatti, che si tratta di finanziamenti dell’Unione Europea, che se non a noi andranno ad altri paesi membri e che, in ogni caso, le minoranze linguistiche che sono oggetto di tutela sono definite dagli articoli di legge già citati.

Oggi, nel 2014, aggiungerei che il Prof. Giovanardi conosce anche pochissimo la politica sarda. La ragione per cui il sardo non ha ancora la piena legittimazione in tutti i settori della vita pubblica è esattamente responsabilità della politica, che non ha mai inserito il tema in agenda. La politica in Sardegna si è sempre disinteressata della questione linguistica: imputare la questione del sardo al interessi politici significa non sapere nulla -oggettivamente- della politica sarda. Per non parlare dello scarso rispetto per la volontà popolare che lo chiede a gran voce da anni, davanti a politici e accademici sordi e ignoranti. Gli unici a difendere il sardo oggi sono persone di cultura, scrittori, giornalisti o insegnanti che hanno capito che la lingua è l’elemento centrale di ogni cultura, di ogni popolo e della sua identità.

“Per quanto riguarda la Sardegna in particolare, inoltre, quale sardo dovrebbe essere insegnato? Quello di Cagliari o quello della Gallura? Quello di Nuoro o quello di Sassari?”
Non credevo che si potessero dire in due righe tante inesattezze. Mi meraviglio che a scriverle sia Lei. Inesattezze per le quali sarei stato bocciato dal mio docente di linguistica: come fa a non sapere che il gallurese è una variante del Corso meridionale, che non appartenente alla Lingua Sarda e che al pari del Sassarese non viene codificato come tale? Per ciò che concerne ‘quello di Cagliari’ e ‘quello di Nuoro’, le due varianti sono codificate e prendono il nome di Campidanese e Logudorese.
Non esistono lingue che nascono regolarizzate, lei mi insegna.
La sua domanda è comunque superata da anni perché la Regione Autònoma de Sadigna utilizza la LSC. La invito ad informarsi in merito.
“come chiunque sa, non esiste il dialetto sardo, ma esistono diverse varietà anche piuttosto distanti tra loro da un punto di vista strutturale.”

Varianti di una stessa lingua, che chi l’ha studiata approfonditamente ( Docenti delle università sarde e italiane o straniere come il prof. Shigeaki Sugeta che lo insegna all’Università di Waseda) identifica come poco distanti tra loro per struttura.
La divisione in due blocchi distinti è nozionistica, imprecisa e superata.
Vorrei leggere un suo manuale di linguistica, perché quelli da me conosciuti fino ad ora parlano del Sardo come di una lingua, pari al Francese, allo Spagnolo, al Catalano o al Ladino. Per quanto tenue possa essere la differenza tra dialetto e lingua, i suoi colleghi l’hanno sempre considerata tale. Non che tale differenza le attribuisca una maggiore dignità o che modifichi le ragioni per cui l’indiscutibile maggioranza dei cittadini sardi ne chiedono l’insegnamento nelle scuole. Le ricordo poi, tutte le leggi comunitarie, nazionali e statutarie che identificano i sardi come la principale minoranza linguistica italiana e ne richiedono la tutela.
Le ricordo che il rispetto di tale minoranza, mai avvenuto per consapevole volontà delle istituzioni nazionali, è già stato oggetto di richiami formali da parte di autorità sovranazionali. Seguendo con coerenza il suo ragionamento, mi sorge spontaneo il dubbio su quale possa essere la Sua opinione in merito all’insegnamento del Ladino(che pure è vario) o della variante del tedesco parlata in Alto Adige. Sarebbe per la discriminazione anche di tali minoranze di lingua? O è una discriminazione che riserva solo alla Lingua Sarda?
“I politici locali farebbero bene pertanto a tener vive le tradizioni locali, le feste, le ricorrenze, che portano con sé l’uso parlato del sardo.”
Le feste di paese e le ricorrenze? E’ qui che si dovrebbe parlare il sardo? Secondo Lei il sardo vive in feste e ricorrenze? Perché in feste e ricorrenze è giusto e normale che si parli il sardo e al di fuori no, oppure le feste generano nei partecipanti un desiderio innato di parlare il sardo dopo cinquant’anni di inversione linguistica?
Ci sono altre interpretazioni della sua affermazione? Mi dica di sì La prego, o dovrò iniziare a sperare che Lei abbia un ghost writer…

“Ma lascino in pace la scuola, che già ha tanti problemi a formare giovani in grado di usare in modo corretto e adeguato la lingua italiana.”
I problema della scuola italiana non sono i dialetti, dato che nel dopoguerra, in poco più di vent’anni, la Repubblica portò il tasso di analfabetismo da livelli drammatici a poco sotto la media europea.
Questo mi lascia immaginare che Lei, pur facendo riferimenti ai problemi legati al bilinguismo, non abbia letto neanche uno dei numerosi studi secondo cui “I bambini esposti a due lingue, fin da piccoli sviluppano strategie di apprendimento più flessibili. E a un anno sono in grado di imparare in maniera più veloce ed elaborata rispetto ai bambini della stessa età che di lingue ne ascoltano solo una”, secondo il prof. Jacques Mehler (studio studio pubblicato su PNAS)ad esempio, migliorano anche “gestione e pianificazione di attività e coordinazione delle azioni”.
Lei parla del Sardo, ma lo fa dimostrando di non avere conoscenza dalla sua storia, di quella della Sardegna e delle ragioni di discriminazione subite. Discriminazioni che hanno obbligato il Popolo Sardo ad una inversione linguistica violenta dagli anni ’50 ad oggi. Sono stati imposti i nomi in italiano durante il fascismo, tradotti goffamente e a volte inventati nomi di paesi, località e città. E’ stato di fatto vietata la parlata sarda e si è costruita volutamente l’immagine del sardo come lingua ignorante. Ai genitori nel dopoguerra veniva detto: ‘no feddeis a is fillos bostros in sardu chi est limba de sa gentixedda’ (non parlate ai vostri figli in sardo che è la lingua dei cafoni). Il sardo si è convertito (e non per volontà del suo popolo) in una lingua da occultare, della quale avere vergogna.
La Sardegna era la terra dove si mandavano per punizione i funzionari dello Stato, era il carcere naturale per prigionieri politici e mafiosi; dovevamo occultare la nostra sardità per sembrare più italiani possibile. Molti l’hanno dimenticato, ma non noi e non gli strascichi vivi di una cultura tipica più vicina alla retorica colonialista che alla democrazia liberale.
Si è trattato di un processo innescato con l’inversione linguistica e che ha prodotto danni enormi nella cultura di un popolo, nella percezione che i sardi hanno di sé. Oggi il sardo si è trasformato in una lingua in via d’estinzione per un processo che non si può definire certo ‘naturale’. La invito ad informarsi e ad evitare paralleli con il resto dei dialetti e delle lingue minoritarie parlate nel territorio nazionale, perché il sardo ha subito un trattamento molto differente, molto più intollerante e violento. Lo dico per conoscenza e per esperienza.
In Sardegna al tempo della Scuola Siciliana o del Dante si parlava lo Spagnolo come lingua ufficiale, e solo dopo l’Italiano con la cessione del Regno di Sardegna ai Savoia. La Sardegna è estranea al dibattito linguistico italiano, al Rinascimento, come ad ogni altro tassello culturale che ha costruito l’Italia. Questo per la ‘costante resistenziale sarda’ che ha fatto vivere parallelamente ad ogni dominazione il sardo come lingua dei sardi e la cultura sarda come cultura indipendente, solo leggermente sfiorata da influenze esterne. Non riconoscere alla Sardegna tali specificità culturali (quando lo fa perfino la Costituzione) mi parrebbe un’avventura verso un cammino oscuro.”
Con queste parole lei tocca un nervo scoperto, lo fa senza la giusta consapevolezza, senza conoscere bene il contesto e con superficialità e argomenti deboli ed imprecisioni che non le rendono onore. Se facciamo parte di questa stessa Italia è necessario il rispetto delle identità reciproche, specie quando non le capiamo o conosciamo.
I sardi stanno riprendendo coscienza e dignità; questo cammino passa inevitabilmente per il Sardo.
Siamo un popolo deciso, vogliamo il diritto di parlare e scrivere nella nostra lingua, e mi creda, lo avremo.