Sei i sardi mangiano la polenta

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Mi permetto una riflessione dichiaratamante superficiale, priva di argomenti, semplice frutto di una personale sensazione.

Non so se accade solo a me ma per le strade, nei bar, tra la gente sento sempre più spesso manifestazioni di simpatia nei confronti della linea di Salvini. La sensazione -lo confermano da tempo i sondaggi- è che Salvini si stia facendo spazio anche in regioni diverese da quelle a lui tradizionalmente fedeli, ma che in Sardegna raccolga consensi in modo speciale. Non mi sorprende che ciò accada nel complesso al centro e al sud, ed era previdibile che questa fosse l’intenzione delle camice verdi, visto che è da un po che ci costringono ad ascoltare Radio Padania! Ciò che realmente mi lascia basito è che tali discorsi li si senta in Sardegna, una terra con ampia tradizione indipendentista ed autonomista, con un’offerta persino esagerata di partiti sardisi.

Come è possibile che Salvini, leghista nordista della prima ora, uno di quelli che chiamavano ‘terun’ tutto ciò che stava sotto il Po, possa oggi avere presa proprio qui in Sardegna? Come è possibile che un partito estraneo al tessuto sociale e politico dell’isola sia in grado di farsi spazio con tanta velocità tra le menti dei sardi? Come è possibile che i sardi scelgano la Lega Nord invece dei partiti indipendentisti nostrani? La domanda è inquietante ma la risposta di un lettore di Castedduonline (nikname:deguddusu) ad una rticolo che proprio di Salvini parla ci dice molto: “Meglio a questo punto un buffoncello del nord che un servo del giullare fiorentino alla corte romana…un partito sardo serio che si sgancia dalle logiche di poltrone e poltroncine purtroppo non esiste con programmi concreti e realizzabili…”.

Sarà che l’assenza di un partito sardo credibile, visibile e capace di rappresentare le esigenze autonomiste o indipendentiste dell’isola stia provocando una emorragia di voti verso altri lidi (LegaNord, M5S, etc)? Del resto il bacino di voti dei simpatizzanti di partiti sovranisti arriva nelle elezioni scorse al 30%. Questi elettori spaesati, disorientati in una galassia di microscopiche realtà, incapaci per la loro condizione frantumata, di realizzare un discorso collettivo, non si sente rappresentato. Che i partiti sardisti, autonomisti, indipendentisti o più semplicemente sovranisti, costruiscano un fronte comune, diano un messaggio univoco sui grandi temi del futuro della Sardegna e siano in gradi di difendere l’interesse nazionale sardo è chiedere troppo? Nessuno qui chiede un unico partito sovranista, ma neanche una decina! Insomma è mai possibile che i partiti sardi non siano in grado di mettere da parte rancori e preclusioni e riescano ad uscire dall’autoreferenzialità e a dare forma ad un luogo di confronto e unità d’intenti, un riferimento per i sardi che chiedono sovranità su molti dei temi chiave della propria vita collettiva? Tante sono le sigle sovraniste in Sardegna che diventa difficile persino seguirne i dibattiti e dunque attribuire ai reali responsabili la colpa di tale frantumazione. Ci sono esempi virtuosi di tentativi di dialogo tra diverse forze, ma durano da anni e per quanto tutti a parole parlino di unità, nei fatti nessuno la concretizza. La questione del nucleare, delle servitù militari o delle trivellazioni ha certamante avuto il pregio di unire sotto medesime rivendicazioni sigle diverse, ma non basta. Siamo tremendamante lontani da  una proposta concreta e credibile di alternativa politica ai partiti italiani. La responsabilità è di tutti. Perfino Sardegna Possibile con il suo aggregatore ProgReS-che mantiene tutte le mie simpatie- sembra crogiolarsi nel risultato delle regionali; del resto gli scritti del segretario che mi è capitato di leggere di recente, sembrano più volti all’esaltazione della bravura dei ‘ProgRessisti’ che di una concreta azione aggregante. Si escludono coloro che hanno fatto patti con i partiti italiani, si fanno le pulci a questo o a quell’altro ma non si discute delle ragioni politiche per le quali unire le forze sarebbe impossibile. Si ben chiaro a me i convertiti tipo Pili piacciono poco, come poco simpatia mi ispirano quelli che hanno scelto di legarsi a coalizioni di partiti italiani invece che scegliere con coraggio una scelta di campo. Antipatici mi sono molti atteggiamenti Psd’AZiani, decisamente poco chiari e spesso totalemnte incoerenti: troppe giravolte, troppi salti della quaglia e troppo amore per la poltrona. Tutte le forze politiche sovraniste dovrebbero avere l’umiltà di capire quanto un dibattito politico sui temi sia necessario. Nella politica di oggi non ci sono posizioni di rendita, tutto è volubile e veloce. Per stabilizzare l’elettorato sovranista bisogna che vi sia un punto di riferimento serio, affidabile e coerente; capace di rappresentare i sardi sempre e non un cartello elettorale costruito a pochi mesi dalla elezioni. Serve un soggetto politico sardo, capace di fare politica sovranista ogni giorno: siamo in un momento cruciale, in cui potremmo erdere parte della nostra autonomia o dover affrontare una lotta contro l’arrivo delle scorie nucleari. Per non parlare delle ferite aperte: la disoccupazione, la nuova emigrazione, le servitù militari, la questione linguistica e  quella delle entrate. Questo è un buon momento per dare alla Sardegna un vero riferimento politico capace di smantellare un sistema fallito che continua a puntellare muri che perdono pezzi ogni giorno. Se non sarà un partito sardo, lo farà come sempre qualcuno che di Sardegna non sa nulla e che alimenta strumentalmente il malcontento, per interesse proprio. L’unità sovranista è un’urgenza, non ci sono scusanti: chiudetevi in conclave in una stanza a pane ed acqua se serve, ma trovate una via comune, una volte per tutte! O ci troveremo tra qualche anno a mangiare una bella sfilza di prodotti importati che ingrassano il marcato del nord a discapito dei nostri prodotti …ah no questo già lo facciamo! Vabbe, diciamo che oltre a questo ci siederemo a tavola a mangiare risotto, cotoletta e polenta e osei..arrori!

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Il vecchio, il nuovo e la paura.

In questa settimana ho ascoltato la confessione di alcune persone delle quali ho stima. Più di un amico mi ha parlato del Movimento 5 Stelle e dei nuovi movimenti che stanno nascendo con paura. Io che non ho votato mai il M5S ne sono rimasto molto colpito, soprattutto per chi mi ha fatto un certo tipo di discorsi.

Il timore è che nuove forze come il M5S possano sfruttare il vuoto e il disincanto che tutti hanno oramai verso la politica per ripetere quanto è accaduto con l’ascesa di fascismo e nazismo all’inizio del secolo scorso. Il timore è legato all’immagine intollerante che i pentastellati danno di se con espulsioni e manifestazioni plateali e spesso radicali di opposizione alle scelte compiute in parlamento o direttamante dal governo. Gesti plateali e toni accesi che spingono i media ad enfatizzare il supposto pericolo dell’ignoto mondo ‘grillino’.

Non mi sorprende che le opinioni sulla politica e sui politici siano deformate dall’occhio strabico dei media, sempre impegnati a dare il racconto più gradito ai padroni. Media che somigliano molto di più a coloro che si cimentavano nella stesura di mamorie di uomini illustri, descrivendone le gesta…sotto dettatura degli stessi. Che quindi i pentastellati come altri partiti minori risentano del controllo dei media in favore dei partiti e dei poteri che li controllano non mi sorprende, anche se continua a farmi abbastanza schifo.

Una volta ho sentito un grillino dire che nessuno parla mai delle proposte che fanno in parlamento, di ciò che li dicnono, delle discussioni pubbliche e del lacoro in commissione che occupa la maggior parte del tempo e le principali discussioni nei blog, mentre quando c’è una discussione sugli stipendi finisce in prima pagina. Bisogna dar loro atto che l’immagine che i media ne danno è macchiettistica e ingiusta. Ma bisogna pur dire che loro non fanno nulla per veicolare un messaggio diverso.

Ciò che tento di fare, però, è capire se questi timori sono fondati, se realmente siamo a un passo dal pericolo di un sistema sovversivo. Il fatto è che il movimento spagnolo ‘Podemos’ nato dai movimenti di protesta degli Indignados e contro gli sfratti indiscriminati e massivi che ha sofferto la spagna, sta subendo la stessa descrizione nei media spagnoli da parte dei due grossi partiti storici (PP-Popolari e PSOE-Socialdemocratici) e di molti editorialisti. Altrettanto accadeva in America Latina con molti dei presidenti post liberisti arrivati al potere con la primavera delle sinistre Latinoamericane.

Si tratta di movimenti che non si possono sovrapporre ma che hanno in comune il fatto di essere nati grazie all’omologazione del pensiero politico e delle scelte economiche liberiste sia delle destre che delle sinistre di governo europee. Hanno in comune il fatto che mettono in discussione le politiche liberiste, gli interessi sul debito pubblico e  la struttura bipartitica, condannano la corruzione, spingono per una politica più vicina ai cittadini, per una democrazia più diretta e  per la riduzione di stipendi e privilegi. Lo stile è cmpletamante diverso e anche molte delle proposte differiscono.

Ciò che però risulta funzionale al nostro ragionamento è che additare come pericoloso il nuovo -e dunque l’ignoto- è la più facile delle strategie di comunicazione. I due principali giocatori in campo (PD e FI nel nostro caso e PP e PSOE in Spagna) che vivono un’emorragia di voti gridano al pericolo per scoraggiare eventuali elettori delusi, per spaventarli e tenrli lontani dalla tentazione di avvicinarsi alla nuova offerta politica sulla piazza. Descrivere il nuovo come il pericolo diventa ancora più semplice perche il nuovo è l’ignoto e abbiamo tutti paura di ciò che non conosciamo, è parte della natura umana. Se poi a questo ignoto associamo la Repubblica di Waimar o la marcia su Roma, tutto assume dei contorni parecchio cupi. Credo che questa accusa vada presa con le pinze, e che non ci si debba far distrarre dalla propagnada, ne del vecchio ne del nuovo.

E’ vero che teoricamente i pertiti tradizionali sono garanzia di stabilità istituzionale, ma è pur vero che è naturale, in un sistema democratico capace di adattarsi ai tempi che in un mmento di staticità e rigidità del sistema si possa immaginare e considerare con serenità la nascita di un nuovo soggetto politico capace di dare nuovi stimoli e di rigenerare il vecchio.

Del resto senza la pressione del M5S il PD non avremmo assistito ad un cambio tanto veloce e importante della classe dirigente e dell’assetto politico del Paese. E’ un merito che, comunque la si pensi, va riconosciuto: si tratta di una semplice constatazione di fatto.

Poi c’è da considerare che le leggi restrittive delle libertà individuali non le propongono certo i 5 stelle, e neanche lo spagnolo Podemos; ma i governi dell’usato sicuro che consento un certo livello di brutalità nella repressione delle manifestazioni ad esempio (vedi le cariche contro gli operai della fine 2014 a Roma o contro i malati di SLA durante il Governo Monti) o le leggi che riducono i diritti sindacali varate da Renzi. Questo per parlare del passato recente ma potremmo scomodare il ventennio berlusconiano e il G8 di Genova, le leggi bavaglio; passando per la trattativa con la mafia (non è chiaro quali parti dell Stato ne fossero a conoscienza e ne presero parte e quanti fossero, ma i contatti ci furono) per arrivare fino alla strategia della tensione. Anche in Spangna gli stessi che parlano di pericolo sovversivo varano leggi che proibiscono di riprendere degli agenti di polizia mentre lavorano, anche se dovessero servire a denunciare eventuali abusi o violenze gratuite (con multe fino a 20mila euro per chi riprende).

Il dizionario Garzanti definisce il populismo come un “atteggiamento politico demagogico che ha come unico scopo quello diaccattivarsi il favore della gente”.

Credo che in diverse situazioni Grillo abbia usato argomenti demagogici, ma non mi sebra che gli altri partiti negli ultimi 20 anni ne siano stati esenti. Mi risulta che tra il populistissimo Brlusconi e l’inconcludente ed incoerentissima sinistra (vedi conflitto d’interessi) nessuno abbia mai promesso cose che intendeva mantenere in campanga elettorale. Mi sembra che l’usato sicuro ci abbia dato una sicurezza: quella di scrivere dei programmi da non rispettare appena entrati a Palazzo Chigi.

Che sia chiaro ‘tutti ladri nessun ladro’ non è il mio motto: se i 5 stelle hanno fatto populismo, va condannato. Le uscite populiste di grillo non mi piacciono, non mi piace lo stile ne la superficialità di alcune uscite.

Ma possiamo davvero dire che ciò che dicono e prometto in campagna elettorale gli altri partiti sia credibile? Possiamo veramente dire che non fanno promesse al solo scopo di ‘accattivarsi il favore della gente’?

Se tra il vecchio e il nuovo devo dire chi ha fatto più promesse con tale scopo, non posso che considerare populisti proprio i vecchi partiti.

Insomma quando pensiamo al populismo dovremmo ricordare che i primi populisti sono proprio i partiti tradizionali, che hanno promesso e promettono, presentano proposte, obiettivi e puntualmente non solo non li raggiungono ma fanno l’esatto contrario. Stessa riflessione meriterebbe la paura di ciò che il nuovo potrebbe fare. Il vecchio ha svilito questo Paese, ha tolto dignità alle persone, impoverito la classe media, tagliato servizi fondamentali e diritti basilari (vedi scuola e sanità): questo non ci fa paura? Quello che è stato fatto negli ultimi venti anni non ci fa paura? La corruzzione, gli appalti fatti solo per compiacere grosse lobbi, la privatizzazione di servizi essenziali e il controllo dei media non ci fanno paura? I partiti che fanno cene con le lobbi per ottenere finanziamenti da restituire i leggi e comportamenti di riguardo non ci fa paura? Il malaffare e le relazioni con la mafia? Insomma io non sono un grillino -e forse non voterò mai M5S o altre forze politiche affini- ma possiamo realmente dire che queste forze politiche nuove ci fanno paura o sono populiste, quando i maestri del populismo e della limitazione della democrazia li votiamo allegramante da 20 anno senza batter ciglio?