Il futuro in 3d

TUB-3D-AutoWiindkanal15.06.2012

E’ stato come un colpo di fulmine il mio primo ingresso nel mondo dell’arte. Ho capito subito cosa avrei voluto fare, ma soprattutto dove. Ricordo ancora la prima volta che sono entrato al Liceo Artistico; la forza di quell’insieme di emozioni capaci di farmi girare la testa: entusiasmo, timore, speranza, ambizione, passione e bellezza. Entrare in un antico palazzo nel cuore di Sa Marina, pieno di quadri appesi alle pareti, con studenti appassionati che disegnavano dal vero una delle tante statue di gesso fatte da studenti come loro, prima di loro; mi lasciava estasiato. Esisteva un posto per me e per le mie passioni; non ero solo.

Il Liceo Artistico è stato per me il luogo perfetto, l’ho capito il primo giorno e non me ne sono mai pentito.

Uno spazio di libertà pieno di persone speciali, costruito per rispettare – o almeno tollerare- quell’arcobaleno di diversità che è il mondo dellumanità. Una scuola che faceva della libertà dell’essere lo strumento per creare. L’omologazione a cui i gruppi sociali dovrebbero sottostare, nel Liceo Artistico che io ho conosciuto, aveva poco spazio. La libera espressione del gusto era di casa.

Vi ho incontrato persone dalla mente creativa, persone libere. I creativi non possono essere altro che liberi. Li si può costringere in spazi più piccoli, gli si possono dare regole; ma troveranno il modo e lo spazio per trasformare quei limiti in occasioni.

Ho incontrato professori pessimi, persone grige, che sedevano annoiati dietro ad una cattdra solo per portare a casa lo stipendio per arrotondare il ricco compenso della loro attività da professionisti, soprattutto gli architetti. Professori che si ci avessero lascieti in classe con il libro di testo avremmo imparato di più e con più passione. Spesso si sottovalutano gli adolescenti. Lo fanno sempre quelli che non li capiscono, quelli che scaldano la sedia dietro ad una cattedra. Ci sono professori che rubano lo stipendio e cn esso portano via la passione per la conoscenza a classi di venti ragazzi per volta. Gentixedda.

Ho incontrato casi limite: un professore che spiegava la matematica ai primi banchi, sottovoce; mentre il resto della classe giocava a carte. Un amante della matematica, che vedeva gli alunni come un pericloso mondo ostile. Poi cera il professore di diritto, vedovo di moglie, con tre -o forse due- figli piccoli a cui badare. Da quando la moglie era morta aveva perso il senno. Non era in grado di insegnare. A pensarci mi fa molta pena: aveva bisogno di aiuto. Era un rapporto rovesciato; noi studenti servivamo a lui. Senza lo stipendio da professore non avrebbe potuto dar di che mangiare alla famiglia, per questo nessuno dei suoi colleghi ha mai avuto il coraggio di denunciare. Se esistesse lo stato sociale l’avrebbero curato; i suoi figli avrebbero avuto un padre che badava a loro e non un padr a cui badare; noi conosceremmo qualcosa del diritto. Anche se forse qualcosa di buono ne è venuto fuori; perche nessuno ha potuto appassionarsi alle leggi: ualche avvocato in meno, in uno Stato che ha venti volte gli avvocati di tutta la Francia, non è una gran perdita!

Ma la stragrande maggioranza dei professori che ho incontrato dentro quelle mura meritano una grande stima; lo ripeto oggi, con la testa da adulto e qualche esperienza in più. Persone che devo ringraziare per la ricchezza che hanno saputo condividere. Penso a chi ha saputo trasmettermi la passione per la storia dell’arte, in modo originale, trasformandla in un passato reale. Penso a quel suo affetto malcelato che il pudore e l’orgoglio volevano nascondere. Ricordo il mio professore d’inglese che passava molte ore ad ascoltarci ed i suoi pomeriggi a lavorare per noi. Penso a tutta la fantasia che ci metteva per insegnare la sua materia usando la musica, i film, i nostri interessi; penso a quando smanettava con i programmi di video a casa e il giorno dopo li usava per le lezioni: i media media come strumento. Uno così in un paese civile non dovrebbe essere un nemico per il preside -cosa che purtroppo era- ma un vanto da ostentare con orgoglio. Penso alle lezioni dalla professoressa di italiano su Pirandello per protarci poi a teatro; penso alla storia intrisa di fiosofia politica e ai concetti, semplici ma grandi, insinuati nella nostra mente col sarcasmo di un uomo d’altri tempi, un intellettuale vero. Penso alla voglia di fare della scuola molto più di un luogo.

Ricordo frasi di molti professori tatuate nella memoria. Come quella di un professore che sembrava non poter morire mai e che ora non c’è più :”Non mi devi dire grazie, le grazie si fanno in chiesa e in prigione”. Ricordo quelle di altri, come ” Posso essere volgare?” e ” merda la poesia!” (citazione di uno dei poeti maledetti,se la memoria non mi inganna…frase rigorosamente accompagnata da un sorriso sornione).

E poi mi ricordo i giochetti politici, le amicizie comode del nostro preside: una persona grigia che disprezzava tutti i colori brillanti dell’umanita racchiusa in quelle mura. Un uomo triste che voleva imporre la sua tristezza. Un uomo che non capiva quale tesoro avesse l’onore di organizzare. Il Signor Preside era legato a doppio filo ai poteri della città, così si vociferava. Voci, che ad esser giusti si confermavano sia per le decisioni che prendeva, che per l’attenzione che riceveva dai poteri cittadini. La mia sensazione fu sempre di avere nella cattedra più alta un arrampicatore sociale, individualista e ottuso. Un reazionario, autoritario e corrotto omino occhialuto. Sensazioni confermate da azioni e, per quanto vale, dai suoi occhi. Sensazioni, nulla di più.

Il terzo anno decisi di entrare nel corso di design e architettura, nel complesso di San Giuseppe. Ci venne presentato molto bene. Era un corso interessantissimo che mescolava le tradizonali ore di architettura con progetti di design. Corso sudiato per consentire un approccio moderno, con il quale formare delle competenze di alto profilo. Il gioiello del corso erano una serie di costosissime apparecchiature -avveniristiche tredici anni fa-  che comprendeveno: uno scanner laser 3d, un tornio/stampante 3d in grado di incidere materiali come polistirolo e legno, e un macchinario che stampava tridimensionalmente dei fogli di plastica. Una apparecchiatura finanziata da progetti europei (se non ricordo male).

Entrai in quell’aula due volte in tre anni. Non imparai mai ad utilizzare il programma di mdellazione 3d, non usai mai lo scanner e non vidi mai nulla di realizzato. Non io e non i miei compagni. Nessuno ci lavorò mai durante quei tre anni.

Allora mi sembrava un peccato, sapevo che era una cosa importante; sapev ma non capivo.

Oggi, con qualche anno in più capisco. Capisco quale gigantesco spreco restasse chiuso nell’aula di 3d. Capisco quale occasione non sfruttata sia stata quell’aula per tutti noi. Capisco quanto saremmo stati avvantaggiati, quanto antesiniani saremmo potuti essere, se avessimo sfruttato quelle attrezzature. I master per imparare la modellazione 3d costano dai 5000 a 10000 euro e noi potevamo addirittura stampare gli oggetti che modellavamo. Potevamo scansionarli con il laser e ottenere la scansione di un oggetto reale, vederlo immediatamente riprodotto in tre dimensioni sul computer, pronto ad essere modellato ancora. Il futuro. Gratis.

Era una tecnologia talmente avanti per il tempo che è ancora attuale oggi. Compaiono le prime stampanti 3d a grandi dimensioni, noi ne avevamo una tredici anni fa, gratis, chiusa in una stanza pronta per essere usata. Non ci hanno mai consentito di usare quella macchina. Forse ci sono persino dei reati legata allo sperpero di denaro pubblico e persino dei danni agli studenti che decisero di iscriversi a quel corso, presentato come un corso di design e architettura e che invece fu un normalissimo corso di architettura.

Posso però dire quello che so. So che dobbiamo smettere di sprecare risose, che siano umane o materiali. So che dobbiamo imparare a convivere in un mondo a colori, dando modo a ciascuno di essi di trovare la propria strada, di scoprire per noi orizzonti insperati. So che dobbiamo mettere la creatività in condizione di esprimersi al massimo. So che dobbiamo dare dignità a chi inventa modi nuovi di insegnare la conoscenza, che dobbiamo pagarlo di più e meglio quando è possibili e che almeno dovremmo digli grazie. So che non è più tempo di sprecare.

Ho scoperto da poco che i greci costruivano navi tanto grandi che i popoli che arrivarono dopo di loro non furono in grado eguagliare fino agli inizi dell’ottocento. Ho scoperto che insieme alle conoscenze in campo navale si persero pezzi interi della filosofia, della matematica e della geografia ellenica. I greci sapevano della sfericità del mondo migliaia di anni prima della scoperta dell’America. Il presente non è sempre la somma di tutte conoscenze accumulate nella storia; ma ciò che si è salvato. Sprechiamo così tanto sapere che dovremmo vergognarcene.

Continuo a chiedermi se quel gioiello tecnologico funziona, se qualcuno lo utilizza. Mi domando se qualce ragazzo ci abbia messo le mani liberando la propria fantasia. Mi chiedo se quelle macchine non stiano ancora là, in quel grande complesso salesiano dietro quella porta blindata, nell’angusta stanzetta che gli avevano dato per soggiornare senza entrare in funzione mai, in vacanza perenne.

Vorrei che smettessimo di sprecare. Vorrei chi sfruttassimo tutte le dimensioni del futuro, quelle in 3d come tutte le altre. So che si tratta di un pensiero ingenuo per la sua semplicità, so che i furbi -padroni di questo tempo- rideranno; ma non c’è nulla di più giusto delle cose semplici.

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L’inglesismo insopportabile del giorno: la tigre in gabbia e la neolingua tele-scema

Notizie_lingue

Ho commesso peccato pure io. Come una grande parte di italiani ho guardato alcuni pezzi della diretta sanremese.

Credo sia buon costume, per chi ha una qualche nozione di scienze della comunicazione, dare un’occhiata allo spettacolo più costoso d’Italia. Un programma che tiene incollati al teleschermo la metà dei telespettatori. Un mostro d’ascolti (a volte un mostro e basta) che si concentrano nel seguire la gara canora, più in ossequio a una tradizione che per reale merito degli autori.

Sanremo è il programma nel quale si concentrano le migliori professionalità del servizio pubblico, costi imponenti e attenzione al dettaglio, maniacali.

Sanremo fa la storia, segna i tempi e le sensibilità dell’Italia; sembra uno spettacolo nazional-popolare, trito e ritrito ma in realtà ne racconta i mutamenti sociali, gli alti e i bassi dell’Italia, l’eleganza e la volgarità.

E’ forse il più politico dei programmi per l’autorevolezza che assumono i suoi messaggi, in modo subdolo e proprio per questo efficace.

Insomma tutto ciò che succede a Sanremo ha una ricaduta sulla società; si riversa su di essa, quando non ne è il frutto quale spettacolare rappresentazione.

Così, per quanto ospiti un livello musicale spesso mediocre, monotematico e conservatore è un programma da vedere, anche solo a “struzz e vuccun’ ”(Pezzi e bocconi, in dialetto lucano).

Ecco allora che se a Sanremo nasce una neolingua, non si tratta di una trascurabile bizzarria, una trascurabile scelta di cattivo gusto. Se l’anteprima diventa ’Sanremo Start’ e la pubblicità inizia con “Sanremo Stop”, qualche problema ce lo dobbiamo porre. Perché si tratterà anche del Festival della canzone italiana, ma sicuramente non lo è della lingua. Cosa induce gli autori e poi i grafici a trasformare l’anteprima in Sanremo start e la pubblicità in Sanremo Stop?

Ma perché l’inglese fa figo, è ovvio! Vuoi mettere quelle belle erre strascicate? Quelle fantastiche acca aspirate? Mica come questa lingua cafona che parliamo noialtri! Un bel tocco moderno, un po’ di lingua del futuro. Pensate che c’è gente che dice ancora che ‘la giornata è iniziata bene’…che antiquati! I moderni invece dicono che lo “start della day è stato al top”. Non sentite come suona meglio? Che modernità!

Per non parlare di atre fantastiche trovate moderne della Rai.

Ad esempio RaiNews: unica tra le TV pubbliche europee ad utilizzare una lingua diversa da quella nazionale per chiamare il suo canale d’informazione: ma che moderni! Che precursori! E per coerenza i corrispondenti e gli inviati non si collegano mica in diretta, si collegano ‘live’ e non con lo studio ma con la ‘newsroom’. Possiamo immaginare che la riunione di redazione sia diventata moorning meeting, i conduttori anchorman e i caporedattori teamleaders. Che progresso!

Fortuna che mediaset si adegua con le ‘breaking news’ di tgcom24.

Nel caso non si fosse capito: era sarcasmo.

Il problema è che questa anglomania si sta trasferendo nella società. Le classi dirigenti ed intellettuali italofone accettano che in solo 50 anni il 5% del vocabolario italiano sia in lingua inglese, senza batter ciglio.

Non siamo davanti ad una naturale evoluzione della lingua – che come è ovvio comprende anche l’ingresso di parole in prestito da altre- ma ad una sostituzione forzata ed artificiale di parole esistenti in favore dell’inglese; in tempi storici ridottissimi.

Ho già parlato in altri ‘Inglesismi insopportabili del giorno’ della ricca varietà dialettale alla quale attingere e della stupida sottomissione linguistica che accettiamo. Come sono molti gli articoli si questo blog che trattano la discriminazione verso le lingue storiche minoritarie e l’assenza di una loro tutela. E’ paradossale che un Paese che si disinteressa della propria varietà dialettale, che emargina e discrimina le lingue minoritarie presenti nel proprio territorio statale, un Paese che ha un’approccio preistorico all’insegnamento dell’inglese con risultati imbarazzanti, abbia tanto a cuore l’innesto di parole inglesi nella lingua italiana.

Da poco a destato scalpore il fatto che l’italiano sia la quarta lingua studiata al mondo, prima del francese.

Si tratta di un miracolo per il quale dobbiamo ringraziare un passato che questa Italia decadente e corrotta certo non merita. Un passato di musica, arte, scienza e cultura alimentare; che avvicinano appassionati di tutto il mondo.

Siamo come il tardo impero romano; siamo come Luigi XVI prima che gli mozzassero la testa: viviamo sulle spalle du un passato glorioso di cui non siamo all’altezza, del quale ci fregiamo indegnamente. La lingua è la rappresentazione di tutto questo.

Sentivo una distinta e acculturata signora romana chiacchierare con un amico, seduta ad un bar, nel tavolo accanto al mio. Non ho resistito ad ascoltare. La signora, sui sessant’anni, ben vestita, con un’ottimo vocabolario, si indignava per l’uso dell’inglese che fanno gli spagnoli. “Pronunciano tutto male-diceva- spagnolizzano la pronuncia; hanno persino un termine nella loro lingua per dire computer: computador.

Non sono intervenuto nella discussone per educazione, ma avrei tanto voluto. Avrei tanto voluto spiegare alla signora che noi siamo i primi a pronunciare pessimamente le parole inglesi, adattandole alla nostra pronuncia. Avrei voluto far notare alla distinta vicina di tavolo, che la parola ‘computer’ viene tradotta nella lingua nazionale -con un termine proprio- in francese, in portoghese, i tedeschi usano la medesima parola lo pronunciano come si legge, hanno una parola in turco e in ceco(e sono solo le lingue sulle quali ho indagato). L’eccezione, cara sinora, la fa l’italiano. Paese che pure ha dato il suo consistente contributo all’invenzione di tale macchina.

Purtroppo questo non è un caso isolato. Purtroppo non è difficile vedere persone derise perché non sanno parlare o pronunciare l’inglese. Non è strano trovarsi davanti a scene di turisti che chiedono informazioni in inglese in una città italiana e ad arrossire, è il gentile signore che si è fermato a tentare di dare una mano: come se il fatto che in Italia non si parli l’inglese sia una colpa! Provi il signore a sondare la conoscenza di lingue diverse dall’inglese tra americani e inglesi! Con questo nessuno nega l’importanza delle lingue straniere, ne la bellezza di impararle e parlarle. Forse la ragione per cui siamo assillati dalla mania della lingua inglese deriva proprio dall’ignoranza diffusa per le lingue straniere.

Io adoro il cibo italiano, ma mi piace anche quello spagnolo, mi piacciono gli stracotti francesi e impazzisco per il sushi. Posso preparare piatti della cucina italiana tradizionale con ingredienti o modalità esotiche, prendendo spunto o usando ingredienti inconsueti. Lo faccio di tanto in tanto, attento a non creare accozzaglie. fare dei piccoli innesti esotici nei nostri piatti è bello, è buono e arricchisce la nostra cucina. E’ sempre accaduto nella storia e male non ha mai fatto. Altra cosa è mettere la salsa di soia in ogni piatto o la moutard con la mozzarella.

Lo stesso vale per la lingua: essere aperti al mondo è una ricchezza, sostituire ogni anno decine di parole esistenti con delle mal pronunciate parole di provenienza inglese, contribuendo a creare una neolingua inascoltabile, è altra cosa.

Insomma smettiamo di maltrattare l’italiano, di ‘condire gli spaghetti con la maionese’. Se proprio questo italiano non ci piace perché è vecchio,  perché ci ha stancati, perché non fa figo; troviamo il coraggio di accantonarlo e parliamo tutti l’inglese!

Del resto siamo abituati noi cittadini dello Stato Italiano ad accantonare il nostro vocabolario per una lingua esotica; ci hanno abituati bene discriminando dialetti e lingue minoritarie per imporre l’italiano standard. Siamo ben abituati alle inversioni linguistiche.

Forse è proprio per questo: una reazione simile a quella della tigre in cattività che una volta liberata continua a girare in tondo seguendo il perimetro di una gabbia che non c’è più.

Banalità renziane: come far diventare famoso chi lo è già.

renzi_FIRENZITE

Si è tenuto qualche settimana fa a Firenze il vertice tra la Cancelliera tedesca e il Presidente del Consiglio. L’incontro si è chiuso con una conferenza stampa nella Galleria dell’Accademia, museo che ospita tra le altre opere il David di Michelangelo.

Immagine potente.

1) Monumenti vivi o monumenti morti

Molti storceranno il naso per il fatto che si sia scelto di utilizzare un museo per una conferenza stampa, io non sono così contrario.

Anzi credo che si debba iniziare a ragionare su come i monumenti sparsi in ogni angolo dell’Italia possano trovare il più vasto utilizzo. Dare all’arte una ribalta internazionale, significa attrarre turismo e ricordare al mondo quanta cultura l’Italia può offrire.

Trovo interessantissima l’idea di usare luoghi d’arte e d’archeologia per ospitare eventi artistici, trovo meno gradevole ma utile l’idea che si possa scegliere di affittare luoghi d’arte per ricevimenti o conferenze, magari nelle ore in cui il monumento non viene utilizzato in cambio di un corrispettivo economico che aiuti alla manutenzione dei beni culturali. Trovo che sia un modo di promuovere le opere e il turismo.

Dovremmo chiederci, ad esempio, cosa fare con le migliaia di torri nuragiche sparse per tutta la Sardegna. E’ infatti difficile immaginare di poterle trasformare tutte i siti archeologici visitabili: vista la caratteristica del monumento. Si dovrebbe allora pensare ad una messa in rete dei nuraghe, a eventi o a nuovi usi, per queste strutture. Tutto va fatto con rispetto per il monumento, elemento che deve sempre rimanere centrale. La priorità deve sempre quella di preservare il bene, di restituirlo come lo si è trovato alle generazioni future. Ma sono proprio le esigenze legate alla tutela a motivare una diversa gestione dei monumenti. E’ il pericolo di distruzione del bene che deve farci trovare una soluzione perché quelle torri continuino ad essere in piedi negli anni a venire, perché ricevano attenzione e manutenzione. La fantasia va liberata e una soluzione trovata. Potrebbero essere associate a dei punti di rifugio, di informiate turistica o d’orientamento. Potrebbero diventare luoghi interessanti e attrattivi associando all’interesse puramente personale altri fini. Non mi immagino sia chiaro, di mettere dentro il nuraghe alcunché! Penso che accanto al monumento potrebbe esserci una piccola struttura in legno che assolve questo scopo. Del resto il pericolo più grande per i nuraghe è l’abbandono. E’ la prima cosa che mi viene in mente, ma sono sicuro che più di me sapranno darci un’idea coloro che vicino ad ogni nuraghe abitano. Dando voce ai territori si potrebbe restituire vita ai luoghi popolati millenni fa dai nostri avi.

Ma tornando a Renzi vorrei ampliare la riflessione. Il prossimo G8 italiano verrà fatto a Firenze, come a Firenze è stato fatto questo vertice inter-governativo. Sempre a Firenze nel 2014 si  è tenuto un incontro internazionale organizzato dal Presidente del Consiglio e relativo alle iniziative del semestre europeo presieduto dall’Italia. 

2) Come far diventare famoso chi lo è già

Ora, io capisco l’amore di Renzi per la sua città -amore che io sarò l’ultimo a discutere- ma è mai possibile che tutti gli incontri internazionali, le ribalte mediatiche siano concentrate a Firenze?

Che bisogno ha una città con la nomea internazionale di Firenze, ricca, a cui non mancano grossissimi flussi turistici, di una ennesima ribalta mediatica internazionale?

Voglio dire, non si dovrebbe usare l’occasione dei grandi eventi per riqualificare, rafforzare e dare visibilità ai territori più svantaggiati? Perché non si fa mai mezzo vertice al sud Italia? Eppure un vertice internazionale potrebbe essere una grande occasione di visibilità e di presenza mediatica positiva per alcune città del sud martoriate da corruzione e criminalità organizzata(martoriate per responsabilità dello Stato e non solo dei cittadini di quelle città).

Avrebbe avuto senso, ad esempio, avere alle spalle del vertice Renzi-Merkel i bronzi di Riace o un bel borgo barocco di Sicilia.

La banalità renziana si vede anche in queste scelte. La politica di Renzi non inventa nulla di nuovo, è una politica mediocre, sempre uguale e se stessa. Nulla di diverso dall’approccio che abbiamo visto e ascoltato fino ad oggi. una minestra riscaldata, cucinata molto velocemente, servita con una bella decorazione che sembra più bella di quella che abbiamo mangiato per anni, e anche un po più buona. Anche se quel sapore ci lascia uno strano sospetto, un leggero retrogusto di presa per i fondelli.

Anche nella scelta dell’iconografia Renzi rimane mediocre.

Quello renziano è un cambio di stile, non di contenuti. Col tempo capiremo che quelle foglioline di prezzemolo, la spolverata di pepe e i crostini adagiati sul il filo d’olio a crudo, non fanno della nostra maestra una minestra buona, ma solo meno brutta.

Poi c’è la questione del ‘Firenze-centrismo’ che il Presidente del Consiglio non tenta neppure di nascondere. Nulla di male, amare la propria città, anzi è bel sentimento genuino. Ma quando fai il capo del Governo non puoi fare preferenze.

3) Renzi e la ‘Fiorentite’

Ricordo che qualche mese fa la Sottosegretaria Barrcciu disse di sperare che nella contesa per la capitale europea della cultura a vincere fosse la sua Cagliari. Critiche a pioggia si riversarono sull’unica componente sarda del Governo, accusata di non incarnare con decenza ed equilibrio il proprio ruolo istituzionale.

Il commento era ingenuo e comprensibile, ma si chiese giustamente all’Onorevole di mostrare, quantomeno formalmente, distacco dalla competizione.

Renzi dovrebbe mostrare lo stesso distacco istituzionale nei fatti, quando opera delle scelte che hanno ricadute economiche e d’immagine sui territori. Curioso che nessuno critichi questo squilibrio del Primo Ministro. Durante lo stesso incontro Renzi ha detto: “Palazzo Vecchio per me è il top, meglio degli Uffizi e anche del Quirinale. Palazzo Vecchio è strepitoso”; poi ha aggiunto: “Vedi, Angela, che bellezza i pittori fiorentini e l’arte del Rinascimento? Altro che Roma, la vera capitale di Italia è Firenze”. Ora capiamo tutti l’amoere viscerale che il rottamentore ha per la propria città, ma non è accettabile che tali parole vengano pronunciate dal Presidente del Cosiglio della Repubblica Italiana in un incontro ufficiale con un suo pari europeo.

Come è possibile che tali affermazioni non divengano oggetto di un corretto attacco mediatico nei confronti del Presidente?

Prima cosa. Renzi è Presidente del Consiglio, e in occasioni ufficiali – come un vertice italo-tedesco- il Primo Ministro rappresenta L’Italia intera. E’ suo dovere istituzionale astenersi da commenti stoltamente campanilisti e perfino provinciali. Non si tratta di una chiacchierata tra Matteo e la sua amica Angela ma di un incontro istituzionale. Conondere privato e pubblico, non pesare le parole quando si incarna una istituzione, significa non aver capito molto della responsabilità che si ha, del ruolo di peso e dei doveri ai quali bisogna sottostare. Il fatto che prima di Renzi ci sia stato il degrado più totale (condito da volgarità, corruzione e bunga bunga) non assolve nessuno; soprattutto quando l’obiettivo dicharato è quello di ricostruire le istituzioni, restituendo valore e riformando la Costituzione repubblicana.

Secondo. Quale assoluta ignoranza per la storia dell’arte, per la storia del Rinascimento e dell’Italia può accompagnare esternazionifolli come quelle del Presidente del Consiglio? Bisogna avere i prosciutti sugli occhi per dire che Palazzo Vecchio è meglio del Quirinale! Ma vogliamo veramente paragonare  un palazzo -quello romano- grande 110,500 m²  con Il pur bello Palazzo Vecchio, che per raggiungere le medesime dimensioni dovrebbe inglobare Piazza della Signoria, tutti gli Uffizi, Santa Maria del Fiore, il Battistero e tutte le abitazioni circostanti -praticamente un quarto dell’intero centro storico di Firenze! Vogliamo paragonare Palazzo Vecchio con la stratificazione storica del Quirinale che ha attraversato momenti giganteschi della storia d’Europa, con l’elezione di papi e Re, Imperatori e Presidenti? Un luogo che ha visto la storia dei Papi-Re, le invasioni Napoleoniche, l’Unità d’Italia e tutto ciò che ha seguito. Un Palazzo costruito su fondamenta che raccontano la Roma imperiale e arrivano ai giorni nostri: tutta la storia dell’architettura italiana, dal rinascimento al barocco. Un palazzo con giardini e scuderie; su un colle che domina la bellezza eterna della capitale e con una vista che mozza il fiato. Abbiamo un Presidente del consiglio che ha la cecità campanilista e provinciale di comparare il muinicipio di firenze -raffinato esempio di architettura, nessuno lo discute- con il sesto palazzo più grande del mondo, 20 volte l’intero complesso della Casa Bianca, con la conclusione che Palazzo Vecchio sia incomparabilmente superiore. Ridicolo.

Ora, se il Primo Ministro d’Italia ha una tale incapacità di essere oggettivo davanti ad una evidenza tale, mi chiedo con quale lucidità possa governare scelte ancor più importanti. L’uomo Matteo ha di certo un ego smisurato che coinvolge anche la città che gli ha dato i natali ( anche se per essere precisi è del Paese di Pontassieve); ma se da uomo tale ego può essere perdonato, da Presidente del Consiglio no. Pare un ometto di provincia un po credulone, uno di quelli a cui dicono che quella del paese è “la rotonda più grande d’Europa”. E ci crede.

Detto questo i romani si dovrebbero fare una grassa risata e compatire il Presidente che ha bisogno di sparare boiate per miglirare l’autostima e pretendere che si astenga da tali ridicoli commenti…sempre che non voglia tornare a fare il sindaco.

Ma torniamo al G8.

4) G8

L’ultimo G8 ospitato dall’Italia doveva tenersi nell’isola a nord della Sardegna, a La Maddalena. L’isola nell’isola che sta davanti alla Costa Smeralda, in uno dei punti più belli del mediterraneo, era esclusa -ed in parte lo è ancora- dai grossi flussi turistici; in quanto reggeva la propria economia sui servizi che forniva alla base militare militare che ne occupava la maggior parte del suolo. In quel tratto di mare venivano fatti viaggiare sottomarini nucleari americani. Una delle zone più belle della Sardegna -e del Mediterraneo- occupate per più di mezzo secolo dagli alleati, oggetto degli interessi militari e strategici nel Mediterraneo e sottoposta ad un enorme rischio. Questo unito al fatto che quando la maggior parte del tuo territorio è occupato da basi militari e la tua economia è costretta dalla storia ad essere dipendente da quelle basi, non puoi certo facilmente diventare attrattiva turisticamente: “vendita a La Maddalena a vedere i sottomarini nucleari ajò!”. Così dopo mezzo secolo finalmente si procedette alla dismissione della basa, costruendo un pano dei abbandono programmato e riconversione delle ex caserme. Tutto legato al G8 da tenersi proprio nell’isola. La Maddalena vide importanti investimenti per ospitare il vertice internazionale, realizzazione di grandi edifici capaci di ridisegnare con nettezza il volto dell’isola. La ribalta internazionale avrebbe aperto le porte al turismo, gli edifici realizzati avrebbero restituito vita nuova alla comunità dei maddalenini. In un giorno però, le speranze de La Maddalena e i milionari investimenti fatti dallo Stato per riparare ai danni dell’occupazione militare dell’isola svanì. Insieme alla speranza dei maddalenini si spensero decine di vite umane. forti scosse di terremoto fecero tremare sulle montagne d’Abruzzo il cuore rinascimentale dell’Aquila. La rabbia della terra e lo squallore dell’uomo ,diedero a quella notte tante giovani vittime: la casa dello studente si abbatté sul loro futuro. Berlusconi decise di spostare il G8 da La Maddalena all’Aquila. Decisone incomprensibile, se non la si spiega con gli scandali della cricca e le risate intercettate di chi la notte della tragedia si sfregava le mani pensando agli affari che avrebbe fatto prima ancora che ci fosse il tempo di contare i morti e molto prima che li si potesse piangere. Così la possibilità dell’isola sarda di ricevere il risarcimento da tanto aspettato, non arrivò mai. Il Presidente sardo Cappellacci nominato ‘a dito’ (come dicono in Spagna) da Berlusconi diede voce al proprio silenzio, manifestando già da subito la propria inconsistenza. Lo spostamento del G8 all’Aquila non servì a nulla, fu solo uno show per il Silvio nazionale e l’occasione di far parlare il mondo delle nostre negligenze. Non servì ai maddalenini che non poterono veder usate e poi riconvertite le strutture faraoniche realizzate per l’evento e che oggi si trovano nel limbo di una riconversione infinita e con la rabbia addosso; le grandi opere ferme ed inutilizzate e un futuro incerto. Non è servito agli aquilani, che furono puri oggetti di un tragico racconto, che non videro alcuna realizzazione, che continuano, ad oggi, a vivere come rifugiati in una città prefabbricata plastica ed alienante; mentre il centro storico ricorda l’europa del dopoguerra. Il G8 si sarebbe potuto fare ora all’Aquila, usando il denaro per ridare vita alla città, per curarne le ferite. Se a quel tempo avessero usato la testa, invece di pensare ai sondaggi, La Maddalena avrebbe avuto il suo G8 – con tutti gli omaggi e i contributi solidali dei Grandi 8 della terra- e gli aquilani non sarebbero stati ostaggi inconsapevoli di interessi della politica più squallida, avendo tempo e soldi per rimettersi in sesto e mostrare al mondo la propria rinascita.

Se c’è qualcuno che merita eventi riparatori, sono proprio La Maddalena e L’Aquila. Invece a Roma quando si deve decidere dove fare un’Olimpiade, un’Expo o quale che sia evento, si sceglie sempre quella parte d’Italia che non ha nessuna necessità di rialzarsi e che di solidi ne ha già e tanti. Così l’Expo si fa a Milano – città dove i soldi non mancano di certo – le olimpiadi a Torino e i G8 a Genova  e ora nella iper-turistica Firenze, che come Venezia sta diventando una sorta di Disneyland a misura di turista e dovrebbe chiedersi come fare turismo di qualità e non di quantità.

Anche nel preferire le convenienze Renzi somiglia a Berlusconi. Renzi vuole avere una roccaforte i toscana, ha a Firenze i suoi principali sostenitori e finanziatori. Ha tutto l’interesse nel dirigere eventi così redditizi verso chi lo sostiene. Non si fa mai niente per niente, specialmente quando stai seduto sulla poltrona più grande dell’esecutivo lo devi agli amici che ti hanno finanziato la campagna elettorale, che scrivono bene di te nei giornali e che ti elogiano nei salotti della finanza.