L’indipendentismo che non fa politica

Un bell’articolo di Adriano Bomboi su sanatzione.eu mi ha ispirato un lungo commento…è qualche analisi storica. Usando le immagini tutto diventa più chiaro e più semplice.

Il mio commento:

“Tutto vero. Quanto lei scrive Adriano, sintetizza le ragioni per le quali gli indipendentisti, i sovranisti, i sardisti, i nazionalisti, gli autonomisti indipendenti dai partiti italiani, non sono in grado di esprimersi come credibile alternativa per il governo della Sardegna. Non dico che non possano esserlo o che non lo siano, dico che se lo sono il loro messaggio è fallimentare. Credo però che in questo senso un piccolo passo sia stato fatto con l’aiuto di nuove forze rinnovatrici. Ad esempio la lista Sardegna Possibile, per la quale si può fare ogni critica in merito ai contenuti, ma che ha fatto delle proposte concrete, a prescindere dall’indipendentismo, il centro della propria proposta politica. Un progetto che ha messo al centro i temmi concreti, in una alleanza tutta sarda, fatta di tutte le forze sovraniste -non solo indipendentiste- decise a fare insieme un cammino verso l’ampliamento della sovranità sarda e la definizione di strutture nazionali. E spero che lo riesca a fare anche il PSd’Az, con il rinnovamento. C’è una grande maggiornaza di sardi che aspetta di poter sostenere una forza sovranista seria. Non sono tutti indipendentisti, ma se li interroghi sui temi concreti, vogliono che le competenze stiano nelle loro mani e non in quelle dello Stato italiano. I sardi, ad oggi, non credono che l’indipendenza o le questioni relative alla sovranità incidano sulla propria vita di tutti i giorni, ma sbagiano. E’ un errore d’analisi che le forze politiche sarde non hanno in alcun modo saputo contrastare, anzi lo hanno assecondato! Gli indipendentisti si sono lasciati ghettizzare, come se l’indipendenza fosse l’unica ragione per essere votati. Chi meglio delle forze sinceramante sarde può rappresentare e risolvere i problemi della Sardegna? Chi può essere meglio radicato sul territorio, più indipendente nella costruzione di strutture di partito che rispecchino al meglio la società sarda? Le forze sovraniste hanno un grande vantaggio potenziale: costruire un legame con il popolo sardo che nessun partito nazionale italiano può avere! Tutto questo ha senso se si abbandona il folklore e si accetta l’idea di un indipendentismo che faccia un pezzo di strada insieme a chi crede che sia necessario riempire di senso l’Autonomia sarda, usando la sovranità che si ha ed espandendola ogni volta in cui si ritenga necessario. Un pezzo del cammino con i veri autonomisti, non con chi usa l’autonomia per tenere al guinzaglio gli interesi sardi. Sull’ultima scheda elettorale si contavano una decina di partiti sovranisti: non credo che dovrebbe essercene solo uno…ma dieci è una vergogna! E’ una divisione immotivata ed egoista. Non ci si può guardare ancora l’ombelico, non ora. Non c’è stato mai un tempo dalla storia repubblicana in cui i sovranisti abbiano raggiunto i risultatI dele ultime elezioni: sommate le forze sovraniste si arriva al 35% (il massimo storico è del ’99 con il 22%). Ci sono perfino studi che parlano del 40% e più a favore dell’indipendenza, mentre una maggioranza netta chiede maggiore potere per la Regione. Se le forze sovraniste sarde decidessero una buona volta di presentarsi come alternativa POLITICA, ammettendo che l’indipendenza non può avvenire con uno schiocco di dita, che è necessario realizzare un proesso di ampliamento dei poteri rispetto allo Stato; coalizzandosi con tutte le forze politiche sarde affini, avremo una grande sorpresa alle urne. Una sorpresa che nn può che essere che pulita e nuova.

sovranisti vs italianisti

Bisogna che le forze politiche sarde dimostrino di essere MIGLIORI di quelle italiane. Migliori perche più oneste, più capaci, più democratiche e più vicine agli interessi veri della Sardegna. Come diceva Pertini: un uomo può avere libertà di pensiero, ma se non ha di che mangiare è solo libero di bestemmiare! La libertà ha senso se è garanzia di miglioramento della vita dei popoli: tutti sono disposti ad accettare un rischio, ma solo se hanno delle possibilità che quel rischio porti ad un successo. I sardi vogliono una forza politica capace di rappresentarli, capace di ampliare gli spazi di autonomia e sovranità della Sardegna. In realtà, se si analizzano i temi, la maggioranza dei sardi vogliono dei poteri che corrispndono quasi all’indipendenza. Forse hanno paura, forse non vogliono staccarsi da quei 150 anni che nel bene o nel male ci rendono anche un po’ italiani. Quello che è certo è che per il bene della democrazia, i sardi hanno bisogno dei sardisti. E i sardisti/sovranisti/nazionalisti hanno il dovere di esserci.”

Alcuni grafici per chiarirsi le idee…

CONSIGLIO REGIONALE SARDO

Annunci

La linea azzurra

Qualche giorno fa in una discussione un amico mi ha detto: ‘ma se la sinistra ha governato tutta la Prima Repubblica!’.

Per chi la Prima Repubblica l’ha vissuta questa considerazione è completamante falsa. Per chi non l’ha vissuta, come il mio amico e come me, non è altro che una bugia divenuta verità.

Il principio secondo cui una bugia ripetuta mille volte diventà verità era alla base della propaganda nazista ma ha fatto proseliti ne tempi moderni. Così una bugia essoluta può diventare facilmente verità per la pubblica opinione, anche se evidentemente falsa. Si può persino dimenticare che l’Italia è stata governata per più di 50 anni dalla Democrazia Cristiana (Popolari – destra moderata) con accordi post elettorali -c’era il proporzionale- con i partiti piccoli che la portavano un po’ più a destra o un po’ più a sinistra a seconda dei risultati elettorali ottenuti.

Mi sembra giusto che ci ricordiamo della storia. Una storia, quella dell’Italia post bellica, che ci ricorda tutte le conquiste e tutti gli errori (crimini nel caso della strategia della tensione) dalla quale dovremmo imparare. Una storia che racconta la prevalenza democristiana, le sue relazioni con poteri forti, con mafia e corruzione o i crimini di Stato; e dall’altra parte Berlinguer e la questione morale, le lotte per i diritti del lavoro o i progressi e le spinte per i diritti civili. Ma anche l’incapacità cronica del PCI e di tutte le sinistre di dare una reale alternativa, di uscire dal ghetto e dall’altra parte una DC che fu capace di trainare l’Italia verso il miriacolo economico, trasformandola in sesta potenza mondiale, costruendo infrastrutture materiali e alfabetizzando un intero popolo in due soli decenni. Una storia che gli squallidi maestri della propaganda cancellano pezzo dopo pezzo a proprio vantaggio e che i giornalisti prezzolati non si sognano neanche lontanamente di smentire.

Un’opera di verità nel mio piccolo la voglio fare, per me prima che per altri.

Di seguito pubblico un grafico orginale, che racconta la storia e l’evoluzione delle due forze egemoni -in un sistema quasi sempre proporzionale- rispettivamente a destra e a sinistra. Racconta i risultati in percentale per ogni anno elettorale. Due belle linee, una rossa e una blu, ci raccontano chi ha vinto e chi ha perso e per quanti anni ha governato.

Risultati elettorali alla Camera dei Deputati dall'Assemblea Costituente ad oggi. Fonte: Ministero delgli Interni

Risultati elettorali alla Camera dei Deputati dall’Assemblea Costituente ad oggi. Fonte: Ministero delgli Interni

E’ una sintesi che mi ha di molto chiarito le idee.

Il Partito Comunista scompare dalla scheda elettorale nel 1987, quasi trent’anni, e ancora c’è qualcuno che teme una dittatura bolscevica; mentre la la Prima Repubblica si dimostra più che stabile politcamante, con la DC come forza egemone per  almeno 50 anni (meno stabili i partiti minori al governo e i Capi dell’esecutivo).

E poi sorprende vedere quella linea azzurra, più lunga di quanto avrei pensato. Può essere anche che ci fosse l’egemonia culturale della sinistra, come alcuni sostengono, ma è vero anche che l’egemonia politica della destra si è imposta nelle istituzioni, nelle scelte politiche; è vero che la destra ha vinto le elezioni 14 volte su 3.

Ora è chiaro che in un grafico si opera una semplificazione estrema e che non è possibile sintetizzare, neppure in un articolo, tutta la storia del dopoguerra. Mi limito a dire che quella lunga linea azzurra ha variato la sua tonalità in base al mutare dei tempi, al cambiamento della sensibilità pubblica e agli accadimenti che hanno rivoluzionato il mondo in un tempo così breve come non era mai accaduto nella storia dell’uomo. Dico anche che il PCI non è irresponsabile, che ha collaborato in molti momente e fatto patti su questioni specifiche con la DC e che se non al livello nazionale, è stato egemone in molte regioni d’Italia.

Sta di fatto che quando sentirà dire ancora che in Italia non si sono mai potute fare politiche liberali o che sarebbe un paese squlibrato a sinistra, non resisterò a rispondere con una bella e sonora risata.

L’ultimo treno

Schermata 2015-03-01 alle 20.03.11 copia

Perché credo che quello che sta per passare sia l’ultimo treno per il bilinguismo.

Il regionamento che faccio l’ho in tesa da un po’ di tempo, in modo disordinato ed irrazionale, un insieme di sensazioni poco definite. Il tentativo che faccio oggi è di razionalizzare quelle sensazioni ed ordinarle in un discorso coerente e il più possibile chiaro.

Non ci sono molte persone in Sardegna, specialmente tra i politici, a professarsi nemici del bilinguismo. Tutti considerano il sardo un elemento importante della cultura de logu e, a parole, difendono la necessità di produrre progetti di valorizzazione della lingua dei sardi.

Gli stessi individui però, sono spesso colpevoli di una enorme ignoranza sul tema, e della presunzione di poter agire senza dare profondità al tema. Così se a parole si professano per il bilinguismo, nei fatti si pongono il tema al margine di ogni seria politica dell’istruzione, delle norme istituzionali e delle politiche di comunicazione.

Se a parole parlano di limba nei fatti la costringono in un recinto dialettale. Fanno discorsi per il bilinguismo, per poi attuare politiche che intendono ‘valorizzare la lingua sarda’, relegandola in un calderone folk – come dice Giuseppe Corongiu- insieme ai costumi sardi, a Sant’Efis (non chiamiamolo Sant’Efisio, vi prego) e Su Ballu Tundu.

Il sardo diventa un oggetto decorativo da considerare come si considerano altre forme folk pittoresche. La lingua diventa un oggetto da ‘valorizzare’, che non significa ‘usare’ tutti i giorni, che non significa ’ufficializzare’ la lingua ne usarla al pari dell’italiano a scuola od in altri contesti pubblici.

La lingua è per grande parte della classe dirigente sarda -che sul tema è drammaticamente ignorante- un pezzo del grande bagaglio di tradizioni nostrane.

Questo significha che molti che si richiamano al bilinguismo mentono, per ignoranza o per convenienza. Significa che non esiste la volontà di dare al sardo la funzione di lingua normale, come accade per le altre lingue minoritarie d’Europa.

Ma vuole anche dire che la nostra classe dirigente è completamente impreparata all’atto di amministrare il problema. Comunque la si pensi sul ruolo de sardo nella vita pubblica dei sardi, tutti sono convinti che debba continuare ad esistere. Perfino coloro che il sardo non lo sanno parlare e poco lo capiscono; che magari siedono in posti di rilievo nelle università o nelle istituzioni, vuole che il popolo possa continuare a parlare la propria lingua.

Il problema qui è proprio l’ignoranza.

Se queste persone studiassero un po’, giusto il minimo indispensabile, le basi; capirebbero che la loro idea di ‘valorizzazione’ è assassina. L’ho capito anche io a suo tempo: basta leggere i dati degli studi sul sardo che raccontano come lentamente si stia impoverendo e spegnendo; come stia scomparendo da strati interi della popolazione, come stia diventando estraneo alle nuove generazioni. Basta informarsi -o aver vissuto la scuola in Sardegna fino agli anni ’80, quando ancora schedavano gli insegnanti che lo ‘valorizzavano’ a scuola- per capire quanto le politiche educative abbiano discriminato il sardo, quanto abbiano imposto una inversione linguistica drammatica. Basta leggere le statistiche per capire che le donne si sentono inibite ad esprimersi nella lingua storica, perché considerata poco consona ad una donna. Basta vedere come persone madrelingua sarda parlino in pubblico italiano, e in italiano parlino ai propri figli. Basta leggere i dati per capire come le politiche dello Stato abbiano volutamente colpito il sardo, costringendolo nella strada verso l’estinzione.

Per impedire che ciò accada, e qualunque sia il ruolo che si vuole dare alla nostra lingua nella società, è necessario agire con forza.

Basterebbe studiare gli esempi di inversione linguistica -recupero e rafforzamento della lingua storica- nel resto d’Europa, confrontandoli con quelli fallimentari. Basterebbe un piccolo confronto per capire che l’idea folk del sardo è assassina.

Per poter agire politicamente nella tutela del sardo è necessario ragionare sugli obiettivi di una politica della lingua; non solo in relazione al ruolo sociale che questa lingua dovrà avere, ma anche se vogliamo una lingua viva o semplicemente una eredità storica da conservare, come il latino…come faremmo con la credenza della nonna.

Perché se il nostro obiettivo è quello di avere una lingua viva– come tutti sostengono a parole- allora bisogna seguire percorsi certi. Bisogna invertire lo stato di cose, realizzando una politica educativa che inserisca il sardo come materia scolastica vera e propria. Bisogna finanziare i media in limba; bisogna valorizzare progetti di scrittura e traduzione e promuovere la nascita di un istituto della lingua sarda che definisca delle norme unitarie di scrittura (propri del sardo e non scrivendolo come se fosse italiano!), per consentirne la piena tutela legislativa, il riconoscimento europeo: tutte cose altrimenti impossibili.

Tutto questo, che pure pare una gigantesca rivoluzione, non significa bilinguismo. Quanto detto è la base minima per consentire che una lingua minoritaria – e minorizzata- possa essere ripulita da quel marchio di infamia che l’ha affossata.

Costruire una politica linguistica di inversione (vedi inversione linguistica in Catalogna) significa garantire che abbia un futuro.

Il bilinguismo invece è l’idea che oltre a garantire la vita della lingua le si dia un ruolo sociale, dandole eguale spazio in contesti ufficiali, legislativi ed in tutti i luoghi pubblici. Bilinguismo significa trattare il sardo nello stesso esatto modo con cui si tratta l’italiano in un rapporto tra le due lingue del tutto paritario.

Anche questo sembra rivoluzionario, eppure alcune minoranze linguistiche considerano riduttivo questo secondo approccio.

Nel caso catalano -uno di quelli di maggior successo- la lingua storica è considerata superiore a quella nazionale nel territorio regionale. Questo fa in modo che la lingua storica venga privilegiata in tutti i contesti, in quanto lingua del territorio, in quanto lingua debole che altrimenti verrebbe condannata dalla forza dello spagnolo. Così il sistema rende complicata la vita di chi si trasferisce in catalogna senza conoscere entrambe le lingue (spagnolo e catalano).

Il risultato è che il catalano oggi è una lingua vivissima, presente in ogni contesto pubblico, in modo del tutto normale e senza sentimenti di inferiorità rispetto a quella nazionale.

Il caso catalano è un esempio che dimostra quanto il nostro approccio alla questione sia ridicolo.

Personalmente opto per un sistema paritario, perché lo ritengo sufficiente e più giusto; anche perché la Sardegna no ha il problema di una imponente immigrazione di persone da altre parti d’Italia o d’Europa.

Quelli proposti sono tre esempi di impostazione di una politica linguistica seria, capace di frenare l’erosione della lingua e di invertire il processo che ad oggi la condanna a morte. Esempi che coincidono nei metodi e differiscono soltanto nei particolari applicativi, che ne definiscono il ruolo sociale. Io sostengo che si possa avere differente opinione riguardo al ruolo sociale che il sardo debba avere; ma che non si possa divergere quando si parla delle cose da fare per evitarne il declino.

Il problema è che se anche domani si decidesse per uno di questi tre sistemi, la messa in moto richiederebbe del tempo, perché l’intera macchina possa stare a pieno regime. Del tempo ci vorrebbe anche per ottenere dei primi risultati.

Ma di tempo ne abbiamo ben poco, visti i dati che ci forniscono gli studi sulla lingua.

1) Obiettivo Media

Il problema dei media è centrale.

Il sardo si trova in ogni caso a contrastare l’imponente quantità di media in italiano ed in inglese.

Se anche la Regione decidesse di finanziare un intero canale di servizio pubblico in lingua sarda, l’imponente accerchiamento dei media in altre lingue non sarebbe certo facile da contrastare.

Altri territori europei, con simili caratteristiche, hanno iniziato questo processo di inversione linguistica (recupero della lingua storica), quando il sistema dei media non aveva questa complessità.

Lo anno fatto negli anni ’90, alcuni nel 2000, in ogni caso erano tempi in cui i canali digitali non esistevano e l’offerta era molto più ristretta. Internet esisteva ma era ancora in fase embrionale, non uno strumento diffuso oramai ovunque ed indispensabile alla vita di tutti.

E’ stato più facile gestire il problema e dare spazio alla lingua nei media in modo forte ed efficace.

Oggi sarà molto più difficile, la strada sarà in salita e bisognerà mettere tutte le energie a disposizione di una politica linguistica nei media che possa essere innovativa e capace di aggirare il problema con fantasia. Naturalmente più si aspetta e più sarà difficile invertire la rotta e ci troveremo in mari sempre più profondi, sempre più grandi.

2) Struttura sociale

Negli anni ’50 l’Italia fu artefice di uno dei processi di alfabetizzazione di massa più veloci ed efficaci della storia. Milioni di bambini, che parlavano solo dialetti o lingue minori, impararono a leggere e a scrivere lo standard nazionale; impararono le basi della matematica. Venne promossa la cultura della scuola, che ottenne un ruolo di prestigio nell’immaginario collettivo popolare, considerata come l’occasione di una scalata sociale: il trampolino di lancio verso un salto di classe.

Non fu difficile cancellare i dialetti, escluderli dalla vita pubblica e fare altrettanto con le lingue minoritarie.

In aiuto arrivò la TV, primo vero maestro per molti italiani. Un oggetto irresistibile, i cui contenuti erano tanto nuovi ed affascinanti da motivare uno sforzo: anche se si trattava di imparare una lingua nuova.

Erano altri tempi, grandi masse di popolo ignorante, prive di strumenti per esercitare i diritti appena acquisiti di cittadino.

Bastò la volontà politica per portare l’italiano standard in ogni piccolo borgo d’Italia.

Oggi i tempi sono molto diversi da allora e la struttura sociale è di molto cambiata. Non c’è più l’esigenza di ‘educare il popolo’, solo problemi di qualità dell’istruzione. A questo va aggiunto il fatto che le classi dirigenti sarde non hanno la stessa volontà di reintrodurre il sardo nella vita pubblica, rispetto a quella che avevano gli intellettuali italiani degli anni ’50 con la lingua italiana.

I pregiudizi sul sardo sono vivissimi e molti lo riterranno uno spreco assoluto di tempo e risorse.

Senza dimenticare il cinismo e la superficialità che affliggono come una malattia il corpo della società.

3) Globalizzazione

Non sarà facile neanche contrastare la globalizzazione, che oltre all’economia sta uniformando cultura e lingua in tutto il mondo.

Basta guardare la subalternità culturale dimostrata dagli inglesismi nell’uso dell’italiano; dai media alla letteratura, dai giornali alle strutture pubbliche; per non parlare dei settori dell’economia o della pubblicità.

Sarà terribilmente difficile dare uno spazio ad una lingua minoritaria in questo contesto, in una cultura, quella italiana, che decisamente poco amor proprio quando si parla di lingua.

La globalizzazione tende ad uniformare e appiattire tutto ad un registro solo; altrettanto può capitare a noi se non costruiamo gli anticorpi per evitarlo.

4) Livello della lingua

Altro enorme limite è il livello della lingua. Più si va avanti col tempo e più il livello di conoscenza della lingua diventa minore. Negli anni si è persa una grandissima varietà linguistica con la perdita del numero di locutori. Insieme a questo va considerata l’esclusione del sardo dalla maggior parte di contesti pubblici e dalla creazione dei neologismi per le nuove tecnologie o per oggetti recenti.

La condizione ghettizzata del sardo, che ha imposto spazi limitati per il suo utilizzo, crea non pochi problemi di vocabolario praticamente a chiunque lo parli.

Non si tratta solo di influenze dall’italiano ma soprattutto di difficoltà d’espressione in contesti diversi dall’uso abituale.

E’ un meccanismo che entra in azione per chiunque parli una lingua, perfino una lingua che conosce: se non sei abituato a parlare con termini tecnici – medici ad esempio- non li capisci e non sai usarli. Normalmente si tratta di settori specifici, ma nel caso di chi parla il sardo l’ignoranza di termini i ‘tecnici’ diventa molto ampia e riguarda tutti i contesti ufficiali. Per questo l’esclusione del sardo da contesti formali, ha privato la lingua di una grossa parte di vocabolario, azzoppandola.

Recuperare questo vocabolario richiederà tempo.

Eh già il tempo! Più passa senza che nulla venga fatto, più sarà difficile recuperare la complessità ordinaria della lingua.

Questo ragionamento apre spazio ad altri più complessi, sulla lingua e sul suo ruolo sociale.

La lingua è lo strumento che una cultura ha per esprimersi, la sua struttura, i suoi contenuti raccontano la storia di un popolo. La lingua è lo strumento principale della comunicazione tra gli esseri umani. La lingua costruisce comunità. La lingua non è solo una questione identitaria ma il centro della cultura di un popolo.

Per questi motivi la lingua sarda è stata relegata nel ghetto identitario, come un oggetto folk, un dialetto rievocativo dei tempi che furono. E’ evidente che il sardo non sia solo una questione identitaria ma una questione di cultura, d’educazione e di futuro possibile.

Un futuro che richiede politiche decise e coraggiose, che invertano la tendenza e che diano forza alla lingua, alla luce di tutti gli ostacoli che incontrerà. Più aspettiamo è meno possibilità di vita le daremo. La mia sensazione è che questo sia l’ultimo treno che possiamo prendere, perché gli altri o non passeranno o arriveranno troppo tardi.

Ho proposto tempo fa in un articolo ‘Sa limba a 150km pro ora che i treni veloci comprati dalla Regione Sardegna per la tratta Cagliari-Sassari, possano avere degli annunci bilingue.

Sarebbe bello se insieme a quei treni partisse una politica linguistica degna di un paese europeo in questo secolo, un ultimo treno, veloce, deciso.

il treno del riscatto.