Mattarella Il Grigio

Lo sentite anche voi? Questo odore di stantio…questo misto di acqua di colonia e naftalina. Quella sensazione di passato imbalsamato, quei mobili in legno scuro, i divani in velluto giallo mostarda con i centrini di pizzo sopra e la carta da parati alla pareti. Insomma quel misto di sensazioni che ti fanno ritornare ad un’altra epoca, alla casa della nonna.

Non so se questo ventaglio di sensazioni abbia pervaso solo me, o se invece sia una sensazione collettiva, quella di una restaurazione senza re. Perché il Presidente Mattarella, siciliano e fratello di Piersanti (vittima di mafia), democristiano e professore; ci restituisce un innato spirito vintage che difficilmente si potrebbe imitare. La sensazione, per chi come me non ha vissuto la carriera politica precedente del professore, é che si tratti di un grigio cattolico, sobrio e schivo. Uno di quegli uomini d’altri tempi, timorati di Dio, rigorosi e sempre contenuti. Un democristiano doc in stile Moro. ‘Moriremo democristiani!’ hanno detto in molti; e non hanno tutti i torti. Qualche tempo fa Cirino Pomicino -uomo che ha dovuto fare di tutto per far dimenticare la rima poco edificante del suo nome…e ci é pure riuscito!- ha parlato del ritorno della democristianesimo, come della più importante cultura politica del ventesimo secolo. La Bindi e con lei tanti altri esponenti della sinistra Dc avevano difficoltà a trattenere le espressioni entusiaste a ridosso dell’elezione. A Gazebo Zoro marciava in stile Sorrentino verso la vecchia sede Dc che -dice- “presto riaprirà”. Mentre alle Botteghe Oscure (vecchia sede Pci) hanno aperto un supermercato. Eh si, perché Mattarella é il centro del centro. Parlare di rinascita della balena bianca sembra esagerato, ma Mattarella é un pezzo simbolico della politica della prima Repubblica e del partito che ne ha quasi completamente retto le sorti. Mattarella é il simbolo di un successo e di un fallimento insieme. La seconda Repubblica- nata dopo la caduta del muro di Berlino- doveva costruire l’alternanza, sostituendo alla Dc + partiti minori, un sistema bipolare e competitivo: una destra Popolare e una sinistra Socialdemocratica. Invece il risultato, dopo venti anni di esperimenti, é la strutturazione di un sistema unico; la Dc non si é dissolta, ne si é trasformata in una della alternative in campo. La Dc si é spalmata su tutti i partiti, facendo diventare ogni corrente il pezzo attivo di questo o quel partito. Il Pd renziano non é forse il partito della sinistra Dc? La balena non ci ha mai lasciati, anzi é più potente di prima, più potente che mai. Non c’era alternativa alla Dc nella Prima repubblica, e non c’è oggi. In un sistema pervaso del conservatorismo, dove il potere risponde ad interessi lobbistici, il cambiamento é il nemico. É vero che Mattarella ha dimostrato di essere anche uno spirito libero, ma non é certo l’immagine del dinamismo, della svolta. L’Italia ha bisogno di ripulire gli ingranaggi, di cambiare pezzi interi della macchina e forse pure il carburante. Non dubito che il Presidente Mattarella sia una persona per bene, ho dubbi sulla sua capacità di ispirare futuro, di rappresentare bisogni ed emozioni e di costruire empatia con il paese. Mattarella é uomo che va ascoltato, la cui parole hanno bisogno di essere metabolizzate. Invece noi viviamo nell’era dell’immagine, dove i gesti contano molto più di mille raffinati discorsi. Di buono c’è il riconoscimento alle nazionalità presenti nel Paese -frase da interpretare- e l’appartenenza ad una Regione Autonoma e ad un’isola; che immagino lo rendano consapevole della varietà di identità che ospita lo Stato italiano. Deliziosa la panda grigia che lo ha trasportato nei giorni dell’elezione, simbolo sublime: grigia, sobria, convenzionale, penultimo modello – ne vecchia, ne troppo nuova- tanto da passare inosservata. Normalità che diventa ridondante quando usa il treno e non l’aero o I voli di linea e non il jet presidenziale.

Questo non è un presidente mediatico.

Rare rimangono però le sue parole, la sua presenza nella scena della politica italiana e nelle grandi sfide di futuro, rimane secondanria, marginale. Sembra, all’alba del suo mandato, che il presidente voglia fare la comarasa e non l’attore principale. E’ un uomo che prova imbarazzo a stare al centro della scena: come dimostra l’incontro con la sua omologa Elisabetta II.

Sembra un alunno emozionato prima dell’esame. La timidezza attraversa gli obiettivi delle camere a arriva dritta allo spettatore. E’ così palpabile e viva da imbarazzare persino chi guarda; ti viene da dire: ‘Dategli una mano, abbraciatelo, portate dell’acqua, dategli la coperta (vedi Linus), risparmiategli questa tortura, portatelo al sicuro!’. Ma non disperiamo. Anche il Re di Spanga Juan Carlos era noto per le sue gaffe, per le cadute ricorrenti e per il carattere brusco e poco politically correct, eppure è stato un gran monarca, l’umo che ha innescato il processo di transizione democratica del paese. Se dunque Mattarella continuerà a fare simpatiche gaffe nei vari incontri all’estero, beh potremmo arrivare al punto si riderci su, senza farne un dramma.

Potremmo accettare questa sua impacciatezza e se fosse il suo unico difetto, potremmo esserne perfino contenti. 

Ma ciò che più ci dovrebbe interessare è se sarà un presidente coraggioso.

Difficile dirlo, soprattutto perché il coraggio lo si valuta in modo soggettivo.

Io per esempio lo penserei coraggioso se decidesse di sfidare la poilitica in fatto di corruzione e legami lobbistici. O se sapesse trovare il forza per andare a Scampia a dire che lo Stato deve esserci in ogni parte d’Italia; chiedendo perdono per l’indifferenza del passato verso tutte le periferie del Paese. Avrebbe coraggio un presidente che andasse in visita in un centro che cura le violenze di genere, se andasse a visitare gli anziani, le mense per i bisognosi, i rifugiati di guerra o parlasse con i barboni. Sarebbe un grande presidente se avesse sa balentia (l’ardire) e la lungimiranza di vedere la frattura che mina l’esistenza dell’unità nazionale e se prendesse l’iniziativa di correre ai ripari curandone le ferite. Allora potrebbe spiegare che al Risorgimento e all’Unità d’Italia seguirono politiche reppressive, leggi indecenti, discriminazioni e furti voluti dei lobbisti del nord a discapito del sud conquistato. O anche raccontare dall’alto del Quirinale quanti morti abbiamo chiamato briganti ed invece erano partigiani che chiedevano il rispetto delle promesse garibaldine o che difendevano, legittimamente, la terza potenza europea dall’invasione. Che le disparità tra nord e sud non sono solo il risultato delle qualità dei primi e dell’indolenza dei secondi. Sarebbe coraggioso se andasse in Alto Adige a spiegare che ‘le nazionalità’ citate nel suo discorso vogliono dire il rispetto dell’identità nazionale delle minoranze linguistiche come quella tirolese, quella valdostana, la sarda o l’istriana.

Forse anche solo uno di questi atti di coraggio renderebbe questo settennato degno di nota nei libri di storia.

Se il XII Presidente della Repubblica sarà all’altezza del proprio ruolo é presto per dirlo, il Quirinale cambia i sui inquilini, speriamo che la vista dall’alto del colle più alto cambi la prospettiva del primo degli italiani.

Annunci

Storia sarda: narrazione tricolore

Il 28 Aprile del 1794 il popolo sardo caccia, dopo una rivoluzione popolare, il viceré sabaudo. Esattamente quanto accade a Parigi pochi anni prima e in molte altre città europee prima e dopo. Le classi dirigenti borghesi emergenti e i nobili marginalizzati assecondano il malcontento popolare provocando rivolte e rivoluzioni. Come nella rivoluzione francese anche in quella sarda le classi dirigenti sono le uniche in condizione di accedere alla conoscenza e di sviluppare coscienza di classe e di se. La coalizione tra borghesi e popolo cambia la storia dell’occidente. Inizia una lenta riappropriazione del proprio ruolo nel modo, dei limiti e del valore della propria condizione; che farà del ‘popolo bue’ un soggetto attivo e non più passivo della storia. Dopo secoli di immobilismo rinascono valori di eguaglianza sopiti dal tempo della Roma repubblicana. Le rivoluzioni del ‘700 fanno nascere una nuova coscienza e una nuova cultura nel popolo. La rivoluzione sarda è l’inizio di un lungo cammino di svezzamento del popolo sardo che per alcuni si conclude con il raggiungimento dell’autonomia e che altri credono debba completarsi con l’indipendenza. Quella sarda non nacque come rivoluzione per l’indipendenza, ma come reazione all’oppressione sabauda, all’esclusione e marginalizzazione dei sardi nelle questioni del regno. I sardi in rivolta volevano che le cariche pubbliche in Sardegna fossero assegnate anche ai sardi; che gli organi consultivi sardi fossero convocati dal Re e che le decisioni tenessero conto dei problemi e degli interessi anche sardi nelle dinamiche del regno. I Savoia non si dimostrarono ne comprensivi ne disponibili al dialogo. Tornarono in Sardegna più feroci di prima, attuando una sanguinaria oppressione in tutta l’isola. Un antipasto della conquista del meridione e della guerra civile che ne seguì; delle morti e dello sfruttamento coloniale che Pino Aprile ben descrive nel suo ‘Terroni’. Come a descriverlo saranno le Parole di Garibaldi o di Gramsci, a raccontare un’idea di potere basato sulla sottomissione e sul terrore. Uno stesso destino che vide i sardi e la loro terra oggetto di uno sfruttamento infinito: dal legname ai minerali passando per il grano. I Savoia divennero Re grazie alla corona di Sardegna, ai favori ad altre potenze europee, felici di indebolire l’impero spagnolo, e all’abilità diplomatica di cui furono maestri poco tempo dopo con l’annessione del sud. Diplomazie e accordi sottobanco coperti dalla retorica patriottica, dalla storiella sui Mille e dagli eroi risorgimentali.

La Sardegna fu per questa dinastia di razzisti -spesso ignoranti-nobili francofoni, il banco di prova, la cavia per l’esperimento, della conquista dell’intera penisola. Lo fu per l’idea di potere, di monarchia e di Stato; basata sull’idea di un popolo sottomesso e spaventato dal potere. La prevaricazione al posto del rispetto. Un potere rispettato per la propria capacità di interpretare linterese collettivo della nazione e locale dei territori non era nelle corde dei Savoia, ne in quelle dei loro luogotenenti.

Nel Ragno dei Savoia era la sottomissione l’unica alternativa possibile.

Il razzismo trasuda in molte descrizioni fatte dagli inviati del Re nel momento della cessione del Regno a seguito della Crisi spagnola legata alla successione sul trono del regno iberico. La descrizone di un popolo sfaticato, da correggere e civilizzare: con lo stesso approccio che si adottava per le colonie.

Istatutos Tataresos - Statuti Sassaresi

Istatutos Tataresos – Statuti Sassaresi

La storiografia ufficiale italiana ha, invece, un approccio molto diverso.

Questo articolo che vi propongo è perfetto per raccontare la ‘narrazione tricolore‘.

http://www.ereticamente.net/2014/05/la-sardegna-dalla-cessione-ai-savoia.html

Usiamo questo articolo, ma potremmo usare libri interi, per analizzare punto per punto di questo racconto patriottico.

Generalmente la narrazione si basa su alcuni punti chiave:

1) L’esportazione della civiltà

La storiografia ufficiale racconta la Sardegna legata all’identità culturale italiana, in modo stretto, naturale e privilegiato già dagli inizi del medioevo. Racconta la parentesi spagnola come un momento di decadenza e oppressione, sanato dall’arrivo di una dinastia italiana (che però parlava il francese) a ristabilire prosperità.

Con una descrizione inattendibile, come quella dell’articolo, non per l’assenza di fonti (ci mancherebbe) ma per la loro parzialità.

Lo si vede nella descrizione fatta della rivoluzione sarda, inattendibile peche i riferimenti su cui si costruisce questa semplificazione parziale, sono prevalentemente scritti dai piemontesi o dai loro alleati. In secondo luogo, perche non si spiegherebbe la rivoluzione sarda del 1794, se non anche con un malcontento popolare. E’ difficile credere che un popolo intero decida di rischiare la vita in una rivoluzione, solo perche un gruppo di nobili e borghesi locali chiede che tra gli impiegati pubblici ce ne sia anche qualcuno sardo. Difficile che lo faccia nel bel mezzo di quella che l’articolo descrive come una coraggiosa riforma verso il progresso. In un contesto economico e sociale così favorevole, è difficile immaginare un popolo tanto indignato da spingersi alla rivoluzione.

In questo genere di ricostruzioni vengono poi, completamente ignorate le feroci repressioni che seguirono alla rivoluzione, da parte dello stesso Bogino -descritto invece come un illuminato governante settecentesco- che sparge, invece, terrore in tutta l’isola. L’assegnazione della terra alla sfruttamento da parte di liguri e piemontesi e poi dei toscani caratterizzerà il programma di riforma boginiana. Una sostanziale assegnazione di interi pezzi dell’isola a interessi privati che certo non facevano prosperare I sardi.

E’ un fatto irresistibile per grossa parte della storiografia italiana fare propaganda pro-unitaria. Non si perde occasione per descrivere la Sardegna come naturale parte integrante del territorio nazionale italiano, per cultura e per lingua. Non si perde occasione per ignorare repressioni, confische, espulsioni, scritti e descrizioni razziste dei luogotenenti della dinastia sabauda.

La descrizione dell’occupazione delle isole sarde con l’impianto di coloni genovesi a Carloforte o di strutture industriali di proprietà piemontese e genovese come di riforme illuministe fa molto sorridere. Mi chiedo come si possa considerare uno stato -in questo caso il Regno di Sardegna- che viene consegnato come bottino di guerra ad una dinastia – I Savoia- che nomina un viceré inviato dal proprio Stato a governare un territorio straniero. Vicerè che descrive il popolo che è chiamato a governare come un luogo incivile e barbaro, con un popolo disprezzabile e un clima ostile. Un governo che innesta una serie di colonie con popolazioni provenienti dal proprio territorio, che da concessioni alla speculazione di signori provenienti dalla madrepatria che innestano poli minerari, disboscano metà del territorio e costituiscono grandi società agricole, di cui sono proprietari latifondisti della medesima madrepatria con al servizio contadini locali.

Come si può descrivere una situazione di questo tipo? Per gli storici patriottici si tratta di illuminate riforme. Per me, ignorante sardo, somiglia molto a quell’esportazione di civiltà’ che gli stati e i sovrani d’Europa vollero nel Nuovo Mondo, nell’Africa e pochi anni dopo in tutti I grandi Imperi Coloniali. Insomma a me sembra colonialismo. Ma forse io sono in malafede e mi sbaglio. Forse non capisco la portata innovatrice delle riforme ‘illuministe’ dei Savoia. Forse io, come il popolo sardo rivoluzionario che seguiva Juanne Maria Angioy, non capisco che quello che veniva portato dai Savoia era progresso; che I sardi erano sfaticati e stupidi e le classi dirigenti isolane non offrivano un solo nome da mettere a capo dell’isola, a capo di una miniera o di un impresa di legname. Forse hanno ragione loro: siamo geneticamente incapaci di fare impresa o di riforme illuminate; dobbiamo ringraziarli per essere venuti ad insegnarci come si diventa civili, come si diventa moderni. Grazie a loro siamo entrati nella rivoluzione industriale.

Però continua a sfuggirmi un passaggio: se dovevano insegnarci a diventare civili -loro progrediti amministratori nordici- perche dopo quasi tre secoli di ‘civilizzazione’ loro sono diventati ricchi e colti, mentre il livello di abbandono scolastico dei sardi è il primo in Italia, le aziende minerarie, metallurgiche ed energetiche sono ancora in mano di non sardi? Ah che sciocco! Deve essere che siamo proprio cocciuti noi sardi, non ci vuole proprio entrare in testa questa civiltà! Fortuna che loro non ci lasciano soli, non ci abbandonano. Chissà, magari tra altri tre secoli saremo diventati abbastanza civili da non avere più bisogno del loro generoso aiuto…augh!

2) Che cattivi questi spagnoli!

I libri di storia ad uso scolastico fingono di ignorare tutta la documentazione storica relativa al periodo spagnolo in Sardegna (peraltro studiato pochissimo), descritto con pregiudizio come un regime di oppressione e di occupazione, come se la presenza spagnola fosse illegittima e quella sabauda liberatrice. Stesso trattamento che viene riservato agli insulti razzisti e all’approccio coloniale dei piemontesi al sud Italia dopo l’invasione del Regno delle due Sicilie.

E’ probabile che la Spagna fosse incapace di amministrare in modo moderno il territorio sardo, come molte altre parti del suo regno. E’ probabile che la Sardegna del ‘700 fosse profondamente arretrata. E’ possibile che questo si legasse con l’inizio della decadenza della Spagna, primo Stato moderno d’Europa, primo e ricco Impero coloniale che entra in crisi sul finire del 1600. Ma se la descrizione fatta della Sardegna spagnola, è basata sugli stessi criteri con i quali si descriveva il Regno delle due Sicilie come uno stato satellite della Spagna (falso) arretrato e corrotto, beh il diritto di dubitare di tali ricostruzioni c’è tutto.

Sarebbe interessante iniziare delle serie ricerche negli archivi spagnoli per capire quanto di questa descrizione sia vero e quanto utile propaganda politica ad uso e consumo degli interessi sabaudi e per legittimare le mire della borghesia emergente del piemonte pronta ad espandere il proprio dominio politico ed economico nei nuovi territori del regno.

Forse gli spagnoli erano degli sfruttatori, ma è certo che nella cultura iberica non c’è mai stata un’idea esotica delle isole, una considerazione minore. Tipica idea che invece pervade la cultura italiana, che considera le isole come terre emerse isolate e lontane. Le attuali isole spagnole sono tutt’oggi molto più ricche di quelle italiane sia con un confronto diretto tre le due, che con una comparazione interna alle regioni del territorio nazionale di riferimento. Oltre a godere di privilegi legati alla continuità territoriale e all’autonomia di governo.

Poi ho molti dubbi sulla condizione economica pre-sabauda. Si usa l’aumento della popolazione per dimostrare il miglioramento dell’economia del Regno. Vorrei sapere se l’aumento della popolazione nell’era Savoia sia derivato dall’aumento delle nascite e sia connesso alla condizione economica. Perche come unico criterio di valutazione mi pare un poco debole: perche potrebbe essere conseguenza della fondazione di nuove città con genti genovesi nelle isole minori dell’Iglesiente e poi per l’arrivo di soldati e funzionari sabaudi a sostituire quelli sardi. Oltre che dall’assenza di pestilenze, dall’arrivo delle norme igieniche o da altre ragioni.

Vorrei capire se c’è una connessione tra questa crescita demografica e le condizioni di vita del popolo. Perché questo criterio mi ricorda molto la misurazione della ricchezza del Regno delle due Sicilie basata sul confronto dei chilometri di ferrovia in comparazione con quelli del Piemonte (ignorando le flotte navali del regno, la sua caratteristica geografica, la ricchezza nelle casse del regno, la condizione delle zone rurali, etc).

Poi penso agli abiti tradizionali sardi -con evidenti influenze spagnole e dunque di quel periodo- fastosi, ricchi di oro, tanto da essere opulenti. I dolci sardi più noti hanno origine o legame con quella cultura, dolci ricchi di zuccheri, uova, mandorle, miele: raffinati nella decorazione e diffusi su tutto il territorio. Per non parlare della tradizione orafa della filigrana, della lavorazione dei tessuti e dei tappeti. L’artigianato e la lavorazione delle porcellane non è da meno.

3) La Sardegna è italianissima!

Perplesso mi lascia, invece, l’affermazione secondo cui statuti delle città sarde scritti in lingua italiana sulla base del diritto municipale italico, nell’ampia diffusione della lingua e della cultura italiana nell’Isola a fianco dell’autoctona lingua sarda”. Forse parliamo di accadimenti diversi, ma gli Statuti Sassaresi o la Carta de Logu, furono scritti in lingua sarda. Che poi nell’estremo nord della Sardegna l’influenza linguistica italofona abbia avuto esiti linguistici di ceppo toscano, simili a quelli corsi, è noto tanto che ripeterlo è perfino banale.

Affermare che i Giudicati siano stati conseguenza dell’influenza pisana o genovese, significa, poi, costruire un falso storico.

Curiosa è l’idea che la Sardegna abbia avuto un rapporto privilegiato con l’Italia medioevale e che, grazie a questa, abbia importato e sviluppato un sistema originale, alternativo a quello feudale. Sorprendente dire che un sistema – quello giudicale sardo- nato quasi due secoli prima abbia ‘importato’ un’idea di autonomia locale che il resto dei Comuni avrebbe vissuto un secolo dopo.

E’ curioso affermare che questo costituisca un segno di legame privilegiato con l’Italia, insieme alla costruzione di città fortificate con influenza pisano-genovese; dato che, invece, le dimore giudicali avevano caratteristiche simile a quelle di tante altre sparse per l’Europa nel medioevo. Come si trattasse dell’inizio della costrizione di una identità culturale e nazionale comune. Altra cosa è affermare l’alleanza con territori prossimi, famiglie di prestigiosa nobiltà o parlare di influenze reciproche, di forti scambi commerciali, artistici e culturali. Scambi simili a quelli che la Toscana rinascimentale avrà con le fiandre, da cui importerà, probabilmente, il sistema dei comuni.

Tanto più che I nobili sardi si legavano a famiglie nobili dei vari casati europei, come la casata arborense della mitica Eleonora d’Arborea, lei stessa nata in Catalogna.

Non è strano che si tenti di dimostrare una presunta italianità propria della cultura sarda. Non è nuovo che si voglia inventare un rapporto privilegiato, un qualche legame fraterno con l’italiano, coi pisani o con altri.

Il principio è dimostrare che siamo italianissimi, che siamo cresciuti ‘fratelli d’Italia’ e che tutte le differenze che qualcuno paventa sono simili a quelle che troviamo nel resto delle Regioni italiane e che siccome noi siamo isolani, dunque più provinciali dei provinciali, vogliamo trovare grandi differenze dove non ci sono. Quindi la Storia della Sardegna non è così diversa da quella della Basilicata, del Lazio o della Toscana, siamo tutti italiani in fondo.

Il problema di questa teoria si scontra con la realtà.

Dire che l’italiano entra progressivamente nella tradizione letteraria sarda, in modo naturale, nel medioevo è falso. E’ giusto dire che l’italiano del Rinascimento – o meglio il toscano- entra nell’uso di molte parti d’europa, legato alla musica e all’arte: esattamente come oggi. Ma con questo non diciamo che tutta l’Europa parla italiano.

Qualcuno scrive perfino libri sul ‘Rinascimento in Sardegna’. Legittimo e perfino interessante. Ma purtroppo per noi, la nostra bella isola il rinascimento non l’ha mai ospitato. Se non, come l’hanno ospitato la Spagna, la Francia o qualche altro paese prossimo al territorio italiano. In tutta l’Europa I religiosi importavano maestranze italiane per adornare luoghi sacri. Perfino in Inghilterra arrivarono pittori fiorentini, ma questo non ci fa parlare del ‘Rinascimento in Inghilterra’.

E’ ovvio che la Sardegna abbia conosciuto qualche maestranza rinascimentale in più rispetto alla corte inglese, anche solo per questioni di vicinanza geografica. Paventare però che l rinascimento – momento centrale della costruzione dell’identità culturale italiana e del sentimento risorgimentale di popolo- sia arrivato in sardegna come a Firenze, Bologna, Mantova, Roma o Napoli, è ridicolo.

Come è ridicolo affermare che la Sardegna abbia come riferimento linguistico colto l’Italiano storicamente. Sarebbe come dire che il riferimento storico della Corsica è il francese!

La Sardegna è una cultura a parte, un luogo che ospita una identità culturale complessa, che non può essere banalizzata e piegata a volgari opere di propaganda nazionalista. La Sardegna ha la sua peculiare e unica identità culturale, storica e linguistica. Non riconoscere questa diversità di fatto è un atto volontariamente violento di cancellazione della storia e delle radici di un popolo.

La paura immotivata dello Stato e delle elite culturali italiane che la Sardegna possa scegliere di indipendizzarsi se messa nelle condizioni di aver consapevolezza della propria specialità rispetto al resto d’Italia, è ottocentesca, ingiusta e perfino manifestazione della ignoranza di ciò che i sardi si sentono di essere oggi.

Questo approccio che vuole l’Italia ignorante sulla vicissitudini pre e post unitarie, sulle peculiarità e sulla plurinazionalità del su territorio (lo sono di fatto quasi tutti i grandi Stati europei) opprime l’idea di se che un popolo ha. Rende incapace la Sardegna di avere coscienza di se, di riconoscere l’indipendenza e l’originalità di momenti alti della civiltà europea come la Civiltà Nuragica o il sistema giudicale e la Carta de Logu. Impadisce l’appropriazione di momenti di indimpendenza culturale rispetto all’italia. Rende zoppa la cultura sarda, la prosciuga di fondamentali pezzi del puzzle; senza consentirle di comprendere il quadro storico nel suo complesso.

Fingere che il sardo sia una dei tanti dialetti italiani riduce le capacità di lettura del territorio, delle tradizioni locali, dei nomi dei luoghi, della letteratura e recide il legame tra genrazioni.

Appiattire la Sardegna ad una quasi storicamente aliena cultura italiana, significa ridurre spazi per l’economia locale. Significa non dare gli strumenti per la promozione seria del territorio attraverso la sua cultura; sinifica demotivare il suo popolo convincendolo – a volte senza neppure volerlo- che non è capace di nulla se non con l’aiuto di una balia.

Costruire il mito della italianità della Sardegna è un errore per i sardi ma lo è anche per l’Italia.

Scritto da chi pensa che si possa vivere sotto lo stesso tetto, ma con un rapporto paritario, con rispetto reciproco di identità, interessi e diritti.

Storia sarda: è tempo di scavare

Questa infografica è una realizzazione orighinale di Benidore

Questa infografica è una realizzazione orighinale di Benidore

Nessuno mi ha mai detto di aver calpestato la stessa terra della prima grande civiltà dell’occidente. Nessuno mi ha raccontato mai, che quei mutronaxius (Ammassi) di pietre sulle colline della mia terra, erano fortezze, torri di città fortificate di raffinata costruzione. Nessuno mi aveva raccontato delle navi, dei contatti con l’Egitto, i Balcani e tutta la sponda sud del Mediterraneo. Nessuno mi aveva detto nulla della Civiltà Nuragica. Non mi ha detto nessuno che mentre i popoli d’Europa nel Medioevo erano quasi tutti servi, il mio era fatto di cittadini, seguiva una delle prime, embrionali, monarchie costituzionali della storia moderna. Nessuno mi ha mai raccontato che fummo autori, in quel tempo di Giudicati, di una costituzione: un primo codice di leggi scritte a cui tutti erano tenuti a sottostare, nobili e plebei. Nessuno mi ha fatto conoscere la libertà di quel popolo ed il suo potere di giustiziare, per legge, il monarca se avesse tradito la fiducia del popolo, i Consigius de Logu o altri organi del Regno. Quel codice di leggi scritte, non sarebbe stato troppo diverso, per impostazione, dalle monarchie costituzionali di 6-7 secoli dopo. Nessuno mi ha raccontato che quella che si chiama ‘dominazione spagnola’ significava fare parte integrante del primo Stato moderno d’Europa con l’avvento del matrimonio tra la regina di Castiglia e l’erede del Regno d’Aragona. Nessuno mi ha mai detto chi fosse Juanne Maria Angioy e neanche che il 28 di Aprile si ricorda la Rivoluzione Sarda; che come la rivoluzione americana, quella francese e tutti i successivi moti ottocenteschi, prese parte all’illuminismo in Europa dando per la prima volta dopo secoli un ruolo attivo al popolo nella storia dell’uomo. Non sapevo neanche che Grazia Deledda fosse una premio nobel. E non sapevo che il sardo fosse la prima minoranza linguistica italiana. Non sapevo, ma ora so.  Non posso ringraziare la scuola, il mondo intellettuale sardo o i mezzi d’informazione; posso solo dire grazie alla distanza e alla mia terra che mi tiene legato a se e non si fa dimenticare. Io ho trovato la voglia di tirare fuori le radici dell’albero della storia, dal buio della terra, per guardarle bene e capire da dove venga la sua chioma. Ma altri, quasi tutti, non sanno. Non sanno cosa c’è sotto la terra e nessuno gli ha mai detto di scavare. E’ una vergogna indecente che nella scuola della Sardegna, Regione Autonoma, non si studi la storia della Sardegna e la Lingua Sarda. E’ un atto indecente che danneggia la coscienza dei sardi e che imbriglia con l’ignoranza un popolo intero. Non siamo come l’Italia, siamo altro. Non capiamo, o forse non vogliamo capire, che non abbiamo partecipato all’unificazione d’Italia in alcun modo. Non capiamo che la nostra presenza nello Stato Italiano è passiva ed ininfluente, quasi casuale. Se studiassimo la storia, capiremmo. Capiremmo, come dice Roberto Benigni, che “dell’Italia è nata prima la cultura e poi lo Stato”. L’italia è una perchè è stata attraversata dalla musica, dal Rinascimento per le arti, dalla Lingua -dal sud al nord- con la Scuola Siciliana, Dante e Manzoni. Una grande nazione, un pezzo bellissimo dell’Europa, di una bellezza che spesso toglie il fiato. La Sardegna non ha vissuto il rinascimento, se non di riflesso come gli altri paesi europei. La Sardegna era Spagna (non ‘spagnola’) quando nasceva l’italiano, tanto da contribuire alla fondazione dell’Accademia della lingua del regno iberico all’alba del ‘700. Negare la diversità della Sardegna rispetto all’Italia non fa un buon servizio ne all’una ne all’altra. Del resto i padri costituenti riconobbero tale diversità, istituendo le Autonomie. Ma le classi dirigenti sarde hanno sempre voluto negare questa diversità, ritenendo più comodo allinearsi al resto del mondo italiano, per evitare conflitti e problemi poco convenienti. Non si tratta di un discorso conflittuale: semplicemente di una presa d’atto. Ho detto a una mia amica qualche giorno fa, infastidita da una signora istriana -che le aveva detto di non essere ‘istriana e non italiana’- che non la deve prendere come un rifiuto dell’italianità. Non deve vedere chi dice ‘non sono italiano, sono sardo/istriano/tirolese/valdostano’ come una forma di disprezzo verso l’Italia: si tratta di una presa d’atto sincera di una realtà. Non ha senso imporre un’identità culturale diversa ed è perfino un atto di violenza culturale. E dire questo non significa essere indipendentisti, che è un’ altra questione. L’idea che uno Stato debba essere omogeneo per lingua, tradizioni e identità è una semplificazione ottocentesca. Gli stati europei, sono tutti stati identitariamente complessi, plurilingue, diversi. Allora le soluzioni sono due: imporre con la forza una identità stereotipata a chi non ce l’ha in natura; oppure costruire degli spazi do convivenza comune nei quali tutti si sentano comodi. Riconoscere la diversità della Sardegna a parole e soprattutto con i fatti può dare un enorme profitto, persino economico.  Se solo capissimo quanto può essere importante la relazione con la Spagna e tutto il mondo hispanohablante (come l’intera America del sud), quanto sarebbe proficquo per il mondo della ricerca, delle università e per l’economia. Se solo indagassimo sulla storia della nostra cucina scoprendo, ad esempio, che a Toledo si fanno is guefus: buoni come i nostri, ma un po’ meno belli.

Windows Phone_20150309_20_03_54_Pro

Dulces traditzionales de Toledo-Dolci tradizionali di Toledo

Se usassimo la Spagna come mercato privilegiato, costruendo con essa lo stesso rapporto che l’Alto Adige ha con l’Austria, La valle d’Aosta con la Francia. Se sapessimo far fruttare le relazioni con l’ex patria aragonese, imparando ad applicare nell’area di Alghero il modello scolastico catalano, costruendo scambi con le ottime università di Barcellona, per dare un’opportunità ai nostri ragazzi. Oppure siglare accordi con le Baleari, con le quali abbiamo condiviso un pezzo della nostra storia (anche se pochi lo sanno), che parlano anch’esse il catalano, che hanno simili problemi legati all’insularità e che potrebbero insegnarci qualche trucchetto dato che riescono a fare il doppio dei ricavi con il turismo e sono un terzo del territorio della Sardegna. Se avessimo una conoscenza e un amore per la nostra storia tale da farne una calamita per il turismo; uno strumento di promozione identitaria del territorio. Se capissimo che nel tempo della globalizzazione dove tutto ha un solo -plasticoso- sapore, la Sardegna può vendere e vendersi con una identità gratuita, pronta da usare, diversa da tutte  le altre, unica ed inimitabile. Se capissimo che l’autonomia non viene solo dal mare che circonda i nostri confini, ma deve essere un’autonomia di pensiero, un’autonomia vitale capace di costruire un modello economico e politico alternativo. Se fossimo capaci di aprirci al mondo, invece di chiuderci nel recinto italiano,  sapremmo che esiste più di un posto al modo dove ci sono maschere simili ai Mamuthones che celebrano i riti di primavera; come nei Paesi Baschi. Se costruissimo una scuola plurilingue con il bilinguismo come traino per l’apprendimento delle lingue straniere e per invertire la dispersione scolastica. Se facessimo tutto questo non saremmo più intelligenti, lungimiranti, ricchi, internazionali, consapevoli e coraggiosi di quanto non siamo? E’ tempo per tirare fuori quel grande albero che è la nostra storia, per guarda  le sue radici. E’ tempo per fare respirare i giganti di Monte ‘e Prama  e tutti gli altri Sinis nascosti sotto la terra su cui camminiamo.  E’ il tempo di scavare.

Istoria sarda: sa foto presidentziale

sovranisti In su tempus de oe sa politica es sinonimu de corrutzione, malos costumines e interessos privados. Sa crisis economica est ponende in ginogu unu numeru mannu de familias e is generatziones intre 20-35 annos. Est claru chi su livellu basciu de is politicas de su tempus nostru nd’ispiegat de cosas, ma est berus puru chi su traballu de chie et guvernadu antis contat e contat meda. Sa responsabilidade est cosa de importu e nos agiudat a detzidere in su tempus de oe. Custu est unu graficu orginilale de Benidore, chi agiudat a intendere tres cosas.

-Sa de unu est chi sa Sardigna est istetia guvernada dae presidentes de dereta pro 50 annos (prus o mancu) duncas casi semper. Est de sa dereta duncas, sa responsabilidade prus manna. 20 annos imbecis, est su tempus de guvernu de presidentes de manca. Pagu de prus de cincu annos pro Mario Melis, Sardista.

-Sa de duas est chi no c’est istetiu mais unu guvernu sardista (Melis fiat in colatzione cun partidos italianos)

-Sa de tres est chi is ultimas 3 eletziones ant garantidu una majore istabilesa de guvernu…de sa calidade est cosa longa a nd’arexionare. Est claru chi totus custos presidentes fiant a conca de coalitziones misturadas cun prus de unu partidu. Est berus, pro nde narrere una, chi sa DC chi at tentiu Presidentes finas dae su ’49 at fatu acordios cun partidos de su chentru-manca, comente sotzialdemocraticos o sotzialistas e puru cun partidos sardistas. Comente est beru puru, chi is legisladuras ultimas ant bidu partidos indipendentistas in s’una e in s’atera coalitzione, paris cun partidos natzionales italianos. Ma sa chi bessit est una foto chi si contat sa cara de is presidentes de is sardos, caras chi bortas meda no connoschemus ma pronuntziamus is sambenadus chi custas corispondent pro donare o pedire informatziones candu chircamus una carrera. E pois chi puru est aprossimada, custa est sa foto de familia chi si donat materiales pro intendere canta parte de s’istoria nostra toccat a dogna partidu o familia politica. Una ispera superpartes: chi a lestu ci siat calincuna femina puru in sa familia pesidentziale.