Storia sarda: è tempo di scavare

Questa infografica è una realizzazione orighinale di Benidore

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Nessuno mi ha mai detto di aver calpestato la stessa terra della prima grande civiltà dell’occidente. Nessuno mi ha raccontato mai, che quei mutronaxius (Ammassi) di pietre sulle colline della mia terra, erano fortezze, torri di città fortificate di raffinata costruzione. Nessuno mi aveva raccontato delle navi, dei contatti con l’Egitto, i Balcani e tutta la sponda sud del Mediterraneo. Nessuno mi aveva detto nulla della Civiltà Nuragica. Non mi ha detto nessuno che mentre i popoli d’Europa nel Medioevo erano quasi tutti servi, il mio era fatto di cittadini, seguiva una delle prime, embrionali, monarchie costituzionali della storia moderna. Nessuno mi ha mai raccontato che fummo autori, in quel tempo di Giudicati, di una costituzione: un primo codice di leggi scritte a cui tutti erano tenuti a sottostare, nobili e plebei. Nessuno mi ha fatto conoscere la libertà di quel popolo ed il suo potere di giustiziare, per legge, il monarca se avesse tradito la fiducia del popolo, i Consigius de Logu o altri organi del Regno. Quel codice di leggi scritte, non sarebbe stato troppo diverso, per impostazione, dalle monarchie costituzionali di 6-7 secoli dopo. Nessuno mi ha raccontato che quella che si chiama ‘dominazione spagnola’ significava fare parte integrante del primo Stato moderno d’Europa con l’avvento del matrimonio tra la regina di Castiglia e l’erede del Regno d’Aragona. Nessuno mi ha mai detto chi fosse Juanne Maria Angioy e neanche che il 28 di Aprile si ricorda la Rivoluzione Sarda; che come la rivoluzione americana, quella francese e tutti i successivi moti ottocenteschi, prese parte all’illuminismo in Europa dando per la prima volta dopo secoli un ruolo attivo al popolo nella storia dell’uomo. Non sapevo neanche che Grazia Deledda fosse una premio nobel. E non sapevo che il sardo fosse la prima minoranza linguistica italiana. Non sapevo, ma ora so.  Non posso ringraziare la scuola, il mondo intellettuale sardo o i mezzi d’informazione; posso solo dire grazie alla distanza e alla mia terra che mi tiene legato a se e non si fa dimenticare. Io ho trovato la voglia di tirare fuori le radici dell’albero della storia, dal buio della terra, per guardarle bene e capire da dove venga la sua chioma. Ma altri, quasi tutti, non sanno. Non sanno cosa c’è sotto la terra e nessuno gli ha mai detto di scavare. E’ una vergogna indecente che nella scuola della Sardegna, Regione Autonoma, non si studi la storia della Sardegna e la Lingua Sarda. E’ un atto indecente che danneggia la coscienza dei sardi e che imbriglia con l’ignoranza un popolo intero. Non siamo come l’Italia, siamo altro. Non capiamo, o forse non vogliamo capire, che non abbiamo partecipato all’unificazione d’Italia in alcun modo. Non capiamo che la nostra presenza nello Stato Italiano è passiva ed ininfluente, quasi casuale. Se studiassimo la storia, capiremmo. Capiremmo, come dice Roberto Benigni, che “dell’Italia è nata prima la cultura e poi lo Stato”. L’italia è una perchè è stata attraversata dalla musica, dal Rinascimento per le arti, dalla Lingua -dal sud al nord- con la Scuola Siciliana, Dante e Manzoni. Una grande nazione, un pezzo bellissimo dell’Europa, di una bellezza che spesso toglie il fiato. La Sardegna non ha vissuto il rinascimento, se non di riflesso come gli altri paesi europei. La Sardegna era Spagna (non ‘spagnola’) quando nasceva l’italiano, tanto da contribuire alla fondazione dell’Accademia della lingua del regno iberico all’alba del ‘700. Negare la diversità della Sardegna rispetto all’Italia non fa un buon servizio ne all’una ne all’altra. Del resto i padri costituenti riconobbero tale diversità, istituendo le Autonomie. Ma le classi dirigenti sarde hanno sempre voluto negare questa diversità, ritenendo più comodo allinearsi al resto del mondo italiano, per evitare conflitti e problemi poco convenienti. Non si tratta di un discorso conflittuale: semplicemente di una presa d’atto. Ho detto a una mia amica qualche giorno fa, infastidita da una signora istriana -che le aveva detto di non essere ‘istriana e non italiana’- che non la deve prendere come un rifiuto dell’italianità. Non deve vedere chi dice ‘non sono italiano, sono sardo/istriano/tirolese/valdostano’ come una forma di disprezzo verso l’Italia: si tratta di una presa d’atto sincera di una realtà. Non ha senso imporre un’identità culturale diversa ed è perfino un atto di violenza culturale. E dire questo non significa essere indipendentisti, che è un’ altra questione. L’idea che uno Stato debba essere omogeneo per lingua, tradizioni e identità è una semplificazione ottocentesca. Gli stati europei, sono tutti stati identitariamente complessi, plurilingue, diversi. Allora le soluzioni sono due: imporre con la forza una identità stereotipata a chi non ce l’ha in natura; oppure costruire degli spazi do convivenza comune nei quali tutti si sentano comodi. Riconoscere la diversità della Sardegna a parole e soprattutto con i fatti può dare un enorme profitto, persino economico.  Se solo capissimo quanto può essere importante la relazione con la Spagna e tutto il mondo hispanohablante (come l’intera America del sud), quanto sarebbe proficquo per il mondo della ricerca, delle università e per l’economia. Se solo indagassimo sulla storia della nostra cucina scoprendo, ad esempio, che a Toledo si fanno is guefus: buoni come i nostri, ma un po’ meno belli.

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Dulces traditzionales de Toledo-Dolci tradizionali di Toledo

Se usassimo la Spagna come mercato privilegiato, costruendo con essa lo stesso rapporto che l’Alto Adige ha con l’Austria, La valle d’Aosta con la Francia. Se sapessimo far fruttare le relazioni con l’ex patria aragonese, imparando ad applicare nell’area di Alghero il modello scolastico catalano, costruendo scambi con le ottime università di Barcellona, per dare un’opportunità ai nostri ragazzi. Oppure siglare accordi con le Baleari, con le quali abbiamo condiviso un pezzo della nostra storia (anche se pochi lo sanno), che parlano anch’esse il catalano, che hanno simili problemi legati all’insularità e che potrebbero insegnarci qualche trucchetto dato che riescono a fare il doppio dei ricavi con il turismo e sono un terzo del territorio della Sardegna. Se avessimo una conoscenza e un amore per la nostra storia tale da farne una calamita per il turismo; uno strumento di promozione identitaria del territorio. Se capissimo che nel tempo della globalizzazione dove tutto ha un solo -plasticoso- sapore, la Sardegna può vendere e vendersi con una identità gratuita, pronta da usare, diversa da tutte  le altre, unica ed inimitabile. Se capissimo che l’autonomia non viene solo dal mare che circonda i nostri confini, ma deve essere un’autonomia di pensiero, un’autonomia vitale capace di costruire un modello economico e politico alternativo. Se fossimo capaci di aprirci al mondo, invece di chiuderci nel recinto italiano,  sapremmo che esiste più di un posto al modo dove ci sono maschere simili ai Mamuthones che celebrano i riti di primavera; come nei Paesi Baschi. Se costruissimo una scuola plurilingue con il bilinguismo come traino per l’apprendimento delle lingue straniere e per invertire la dispersione scolastica. Se facessimo tutto questo non saremmo più intelligenti, lungimiranti, ricchi, internazionali, consapevoli e coraggiosi di quanto non siamo? E’ tempo per tirare fuori quel grande albero che è la nostra storia, per guarda  le sue radici. E’ tempo per fare respirare i giganti di Monte ‘e Prama  e tutti gli altri Sinis nascosti sotto la terra su cui camminiamo.  E’ il tempo di scavare.

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