Vai e torna vincitore

Risposta all’interessante articolo di Vito Biolchini “Studiate e partite subito: il mio consiglio ai giovani sardi

Caro Vito, Fai un’analisi dei problemi della Sardegna triste, in gran parte realistica, ma non ne condivido la conclusione.

1) Il ruolo della politica

Nelle tue parole, compare un malinconico disincanto per ‘le’ politiche (spero non per ‘la’ politica) incapaci di restituire un’idea positiva di Sardegna; di dare quello slancio che risponda a una crisi pesante, che sembra non volerne sapere di finire. Concordo: ci propinano avanzi di politiche, già provate e già fallite, con i quali realizzano -se ci va bene- piatti mediocri.

Sono un nemico acerrimo dell’idea perversa del liberismo quale igiene del male statalista, che risolve ogni umano problema con la libera impresa, sollevata dal peso dello Stato. Il mercato che definisce una gerarchia meritocratica alla struttura della società è una boiata cosmica! La politica è, e deve essere, il centro dell’evoluzione economica e sociale ma non può essere l’unico. Almeno non nel 2016. Non è più così da almeno un decennio. Le spinte culturali che si agitano nella società sono un gigantesco contrappeso, economico e dunque politico alle istituzioni democratiche. I progressi sociali sono stati spinti solo in parte dagli Stati e molto dai singoli/collettivi. Le persone con buone idee, nel mondo globalizzato, possono fare cose che un tempo erano impensabili.

2) Il grande potenziale sardo

Non è vero che la Sardegna non abbia prospettive. In Sardegna io vedo gigantesche prospettive in campo agroalimentare; nella promozione del design quale evoluzione di un artigianato unico; nel turismo; nella valorizzazione della civiltà nuragica* e culturale in genere; nel settore congressuale**; nel turismo sanitario***; nella produzione media e nell’editoria in lingua sarda****. Vedo praterie intere nel settore della location cinematografiche o in quello discografico. Vedo una Cagliari – che con tutti i suoi problemi- è cambiata drasticamente in 10 anni e che solo negli ultimi 4 o 5 si è aperta al turismo in modo deciso, accrescendo il suo potenziale di attrazione, anche in altri ambiti economici. Le possibilità di fare impresa, innovando in modo creativo, ci sono. Se la politica ci fosse sarebbe tutto più semplice, ma non c’è. Però ci sono le capacità e le conoscenze di questa generazione fantastica. Si può fare tanto, anche nel vuoto della politica.

3) Quanto è bello il continente…

Chi è in Sardegna pensa sempre che fuori sia tutto meglio. E’ un’idea che ci hanno scolpito dentro dall’infanzia. Deriva forse dall’arretratezza post-guerra. O forse lo si pensa perche l’emigrante racconta rose e fiori quando torna; spesso lo fa per orgoglio, altre volte perche fa paragoni impropri: “a Cagliari non c’è niente, invece e Milano o Londra…”. Lo pensa perché siamo specialisti nel mostrare le ferite, mentre altri sono bravi a lavarsi i panni in casa. In Sardegna ci sono mille problemi, ma non ci sono solo quelli.

4) I GGGiovani.

La generazione istruita di cui parli è la più aperta, tecnologica ed internazionale che si sia mai avuta. Nasconde un potenziale pazzesco ed inestimabile. A questa generazione dico di viaggiare, di fare esperienza, neanche in Italia -che è un paese in gran parte fermo- ma all’estero! Però gli dico anche di tornare, di usare quello sguardo nuovo e alieno sulla Sardegna per vedere quanto gigantesco potenziale inespresso nasconda la nostra terra (come racconta Pino Aprile in ‘Giù al sud’). Di riscoprire quella storia, che a scuola nessuno gli insegna e di farne tesoro e spunto per idee e progetti. Non c’è futuro in Sardegna per i giovani, se pensano di usare il solito sguardo: ma se cambiano prospettiva, se trovano nuove strade, il futuro c’è. La Sardegna deve trovare una via originale e creativa verso il futuro e sono i giovani ad avere la responsabilità e il dovere di farlo. Invece di rimboccarvi le mani a fare i lavapiatti a Londra o i camerieri a Berlino, spremetevi le meningi e aprite la Sardegna al mondo! ai giovani direi di tirare fuori quel potenziale, perché li piò far diventare ricchi. Di una ricchezza felice, di una soddisfazione vera, senza malinconie e nostalgia; orgogliosa e in qualche modo ‘balente’.

Salude

* Vedi Nurnet  per renderti conto della mole di patrimonio non sfruttato e del potenziale di idee per valorizzazione economica e turismo sostenibile

**Studio sul valore economico del settore congressuale in Italia 

***Turismo snitario: un mercato da 100 mln di $ destinato a crescee

****Il Consiglio d’Europa sull’importanza economica della valorizzazione delle lingue minoritarie

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L’inglesismo insopportabile del giorno: problem solving.

In tedesco si dice Problemlösung, in francese résolution de problèmes, in spagnolo resolución de problemas; in italiano?

problem solving.

Eh si perché noi siamo internazionali, siamo un popolo che parla fantasticamente l’inglese; così bene che ormai non riusciamo a distinguere la nostra lingua dalla altre.

Sarcasmo a parte, siamo gli unici a credere di essere fighi ad usare una parola inglese in luogo di espressioni italiane esistenti (il resto dei paesi citati ci crede ridicoli).

In italiano vero ‘problem solving’ si traduce in: ‘risolvere un problema’, ‘fronteggiare un imprevisto’ o ‘risolvere controversie’.

Se volete parlare in italiano, avete molte possibili espressioni su cui fare affidamento per esprimere un simile concetto; se poi volete farlo in inglese, abbiate la decenza di evitare il minestrone.

Se vi piace tanto questo inglese da utilizzarlo per sostituire (senza alcun senso pratico) parole/espressioni d’uso comune proprie della lingua italiana, beh nessuno vi impedisce di parlare in inglese…sempre se sapete farlo.

Perché la sensazione sempre più forte è che i malati di ‘inglesite’ non sappiano più parlare l’italiano senza usare inglesismi assolutamente inutili ed insensati e che, nella maggior parte dei casi, non sappiano neppure parlare un inglese decente. Usare l’inglese quando si parla inglese e l’italiano quando si parla italiano è così difficile?

Ricchi e poveri.

Sono ancora con la mente in vacanza  ma mi sembra interessantissimo il video che posto di seguito e con il quale interrompo la latitanza

E’ un grande esempio di come si possa fare informazione semplice, comprensibile a tutti ma seria e documentata. A volte basta poco per spiegare concetti complessi e l’infografica aiuta. E’ uno strumento che -oh guarda un po che casualità!- le nostre TV non usano mai.

La struttura delle corporazioni e delle grandi imprese globali è spesso inaccessibile al ‘popolo’; altrettanto accade in campo finanziario. In questo video di Change the rules si prova a descrivere la reale situazione mondiale in fatto di distribuzione della ricchezza tra persone e stati, ne viene fuori un quadro -che chi segue l’attuaità immagina- ma che comunque indigna perche rappresentato graficamente mostra le su dimensioni impressionanati.

L’altra Movida

piazzettasavoiaconcerto

Oristano, Lunedì 8 Febbraio 2016. Sa Sartiglia è iniziata da qualche giorno, con il suo carico  di suggestioni, con l’adrenalina di cavalieri spericolati che filmano da cavallo durante la corsa all’impazzata (link) tra due ali di folla: adrenalina pura!

I turisti e i tanti oristanesi giustamente orgogliosi del loro evento di culto, si godono lo spettacolo. Finita la corsa, la piazza del comune si popola di ragazzi, tutti molto giovani, che chiacchierano e bevono in piazza, gli spagnoli lo chiamerebbero el botellon.

La questura però ha ordinato lo sgombero già la sera prima e le forze dell’ordine chiamate ad eseguire le direttive si trovano una scena inaspettata: centinaia di giovani che protestano per la decisione opponendo resistenza passiva.

I mezzi di comunicazione regionali, descrivono il fatto con gran superficialità (link). Si limitano a mostrare qualche immagine e a raccontare visivamente i resti del botellon: bottiglie, bicchieri di plastica e cartacce. Tutto si conclude dopo qualche ora senza incidenti.

A me l’accaduto sembra di grande importanza.

1) Perché non facciamo che lamentare la presenza dannosa dei social network, le limitazioni imposte dal mondo virtuale, l’apatia dei giovani e la loro presunta asocialità. Invece una generazione inebetita -volutamente- da media e videogiochi, si ritrova in piazza, a socializzare; con persone in carne ed ossa, in un luogo pubblico. 

2) Perché si parla sempre dell’ignoranza delle nuove generazioni -anche questa voluta- della poca educazione e della presunta ‘apatia politica’ delle nuove generazioni. Qui invece troviamo ragazzi che fanno resistenza passiva, civilissima resistenza passiva. Protesta per il diritto alla socialità, per il diritto a dare vitalità ad uno spazio pubblico che è il centro sociale di ogni collettività mediterranea: la piazza. 

A me sembra interessante leggere ciò che emerge da questa protesta. Mi sembra fondamentale ragionare sul messaggio che centinaia di ragazzi stanno dando al resto della società. Un società della quale -spesso lo dimentichiamo- fanno parte. Qualche centinaio di ragazzi ci chiedono di capire che è un loro diritto usare uno spazio pubblico per conoscersi e festeggiare il carnevale. Ci raccontano che l’istinto sociale non è morto con i social, ma sopravvive e vive anche grazie ai social. I social e i media sono oggi (se ben usati) un’integrazione, non una sostituzione, per la socialità tradizionale; come lo erano le corrispondenze epistolari un tempo. Ci raccontano che una generazione digiuna di pensiero politico, a cui – volutamente- è stato tolto il diritto di una formazione consapevole in campo politico e civico, resiste, forse d’istinto, in modo pacifico, a quello che considera un sopruso. 

Non sono riuscito ad avere notizie precise sulla ragione per cui il prefetto abba ordinato la sgombero. Questo rende le mie considerazioni del tutto astratte e generali, slegate dal fatto specifico, anche se da questo prendono spunto. 

Mi chiedo dove debbano andare a socializzare i ragazzi? Perché se da un lato ci lamentiamo che siano asociali, dall’altro imponiamo loro degli orari e delle regole che tutelano chi deve dormire -e solitamente a più di 40 anni- e svantaggiano che vive la movida. Mi chiedo come e dove vogliamo che imparino a vivere con gli altri, dove devono nascere le loro amicizie e i loro amori, dove e quando si debbano sviluppare i loro gusti musicali, cinematografici, artistici? O ne facciamo forse un problema di decoro e pulizia? Non ci piace che sporchino?

Mi sembrano tutte delle ragioni superficiali, a tutela del fastidio degli ‘adulti’, che vogliono dormire, che vogliono passeggiare per una città pulita, che vogliono che i propri figli non tornino tardi la sera, che si vestano ‘bene’, che non facciano l’amore o che non bevano o si droghino. Nessuno però pensa mai al valore della movida. Tempo fa lessi un bellissimo manifesto di reazione a una protesta di residenti di un centro città che esponevano manifesti con lo slogan “silenzio, vogliamo dormire!”. Era una lunga lettera, pacata e ben scritta. Non mi è rimasto che il ricordo di quel lungo e sentito testo. Ma ricordo che ripercorreva la storia del termine movida e ne spiegava il valore sociale. Il termine movida, ormai adottato anche dalla lingua italiana, nasce nella Spagna della fine del franchismo come reazione al coprifuoco di un regime opprimente e oscurantista che ha imposto l’isolamento della Spagna per 40 anni. I giovani si ribellavano in modo pacifico, e forse politicamente inconsapevole, all’anacronismo del regime e aprivano le porte ad un tempo nuovo. Alla morte del dittatore la Spagna rinasce, di giorno, ma soprattutto di notte. Le città brulicano di giovani, che escono ogni sera, che cambiano usi e costumi rigidi, imposizioni bigotte e fuori dal tempo. Nascono migliaia di locali, nuovi gruppi musicali, compagnie di teatro, gruppi di poesia. Avviene la liberazione sessuale e dei costumi, si legittima la parità dei generi e si apre la strada alla conquista dei diritti civili. La movida non è mai stata solo divertimento, è stata la mano che ha accompagnato la Spagna verso la transizione, verso la democrazia e la libertà. Con allegria.

La movida è il luogo della cultura di questo secolo, il tempo nel quale avviene la gestazione della cultura del futuro: dalla musica, alla moda, dal teatro, alla letteratura. E’ il tempo nel quale si sviluppano le trasformazioni nelle relazioni collettive e amicali; è il tempo nel quale nasce lo slang, che poi diventa neologismo e che fa cambiare ed  evolvere ogni lingua. Per non parlare del fatto che una città viva anche di notte è più sicura, secondo molte statistiche, e fa sentire più sicuro chi la abita. La movida, secondo chi scrisse quel manifesto, è tutte queste cose insieme e io sono d’accordo. 

Pensare, superficialmente, che la movida sia solo alcool e divertimento smodato, significa essere semplicemente ignoranti o superficiali. 

E’ chiaro, e legittimo, che ci siano dei problemi di convivenza, legati agli stili di vita di ognuno e dei problemi pratici di decoro e pulizia, di sicurezza o semplicemente di educazione. Questi problemi vanno risolti con buonsenso e moderazione, tentando di mettere insieme le esigenze di ognuno e di sanare ogni attrito. Lo devono fare coloro che hanno la responsabilità di farlo, anche imponendo delle limitazioni. Sarebbe un danno enorme però, continuare con i pregiudizi e luoghi comuni sulla movida; privilegiare sempre chi ‘deve lavorare’ davanti a chi invece ‘si sta solo divertendo’. Perché c’è chi lavora per divertire, fa economia e produce ricchezza e benessere per la città, ma anche arte e cultura. Lo fanno infatti ristoratori e commercianti, ma anche musicisti e attori.In Spagna non ho mai visto un vecchietto ansioso che si lamenta per il rumore della notte, ho visto più vecchietti che rimangono svegli fino a tardi. La situazioni e si è stabilizzata, chi vive in quei contesti sa e capisce il valore di quella movida, i suoi eccessi e i lati oscuri certo, ma anche i benefici e la ricchezza culturale che attrae.   

La movida, come tutte le cose, ha un lato oscuro, comporta dei problemi e crea dei danni. Basta affrontare questi danni, regoloare, responsabilizzare e rispettarsi. Basta capire. Parliamo dei centri storici come il ‘salotto della città’. Consentiamo però che le nostre città siano qualcosa di più di quel salotto buono con il divano che nessuno usa mai, con la credenza e le porcellane che aspettano un’occasione speciale che non arriva mai. Costruiamo città vive e vivaci, brulicanti di allegria, musica e arte; città divertenti e curiose, dove può nascere il futuro. E come il salotto buono e quel servizio chiuso nella cristalliera, se si sporcano si ripuliranno; se qualche piatto si rompe o per sbaglio si sbecca, si raccoglieranno i cocci: sarà perché qualcuno l’ha usato, qualcuno ha mangiato in un bel piatto e ne ha goduto. Basta che nessuno li tiri quei piatti, che non ci sia chi salta su divano buono senza cura. Basta qualche regola e un po di buonsenso…il resto è solo vita

 

 

 

In Sardegna c’è la guerra

Pochi giorni fa all’aeroporto di Cagliari abbiamo assistito allo sbarco di camion pieni di armi, spostate con noncuranza davanti agli occhi attoniti dei passeggeri. Sbarchi di mezzi di guerra nei porti, imbarcazioni, 36000 soldati, centinaia di aerei si dispiegano in Sardegna per una esercitazione che somiglia ad una invasione*.

Il dibattito raccontato dai giornali sembra basarsi sulla contrapposizione stanca dei pacifisti alla real politic dei militari e dello Stato. No alla guerra da una parte e da qualche parte un esercito si deve addestrare, dall’altra. È la dimostrazione della poca curiosità della stampa nostrana, della reiterazione stantia di modelli e schemi ormai morti. In Sardegna sta cambiando qualcosa e la stampa e la politica non sanno o non vogliono capire. Sta nascendo un polo sovranista che già alle ultime elezioni rappresentava più del 20% dei sardi. La percentuale che avevano gli indipendentisti in Catalogna solo 10 anni fa; oggi sono al 50%.

Le proteste che vediamo, raccontano una posizione legittima, da rispettare democraticamente. Si tratta di una protesta fatta da gente normale, che qualche anno fa non sarebbe mai scesa in piazza. Non ci sono solo gli antisistema o i pacifisti. Ci sono genitori che hanno pianto i propri figli morti di cancro, famigliari di malati di leucemie, contadini che non possono più coltivare una terra inquinata. Cittadini di buonsenso che credono che la Sardegna abbia fatto molto più del suo dovere, ospitando il 68% di tutte le servitù militari della Repubblica Italiana. Il 68%in Sardegna, il restante 32% diviso per le restanti Regioni italiane. La Sardegna viene usata come piattaforma di addestramento e per  testare armi e strategie. Non esiste nulla di simile in tutta Europa. Bisogna essere dei rivoluzionari o degli antimilitaristi per credere che dopo 80 anni di sacrificio, lo Stato debba ripensare le servitù militari in Sardegna?

La risposta dei vertici dell’esercito e del Ministero è che queste basi servono. Il 4 novembre alte cariche dell’esercito si sono spinte a dire che senza le servitù sarda, così come sono, si metterebbe in pericolo la vita dei soldati. L’affermazione contribuisce a dipingere i cittadini che manifestano contro le dimensioni della presenza militare nella nostra isola, come un gruppo di persone mosse dall’odio per l’esercito, quasi fossero responsabili di mettere in pericolo la vita dei soldati. La realtà, che interessa prima di tutto agli stessi militari, è che sono morti più soldati per colpa delle armi cancerogene che gli venivano fornite, che sui campi di battaglia**. A questi si uniscono i cittadini inermi che solo per il fatto di vivere sotto il ricatto dell’economia di guerra che ruota attorno a basi e poligoni e che ha fatto terra bruciata di ogni altra forma d’economia, muoiono con percentuali drammatiche. Sono cittadini meno cittadini degli altri. Sono vittime sacrificate per l’umano cinismo di scelte scellerate. L’Esercito dovrebbe servire per proteggere i propri concittadini non per ammazzarli. E lo Stato dovrebbe proteggere i propri militari non usarli come le pedine del Risiko. Tutto senza considerare il costo economico di queste esercitazioni, del mantenimento di servitù tanto vaste e l’impatto sull’economia locale. Si fa un gran parlare di revisione della spesa, da anni. Hanno tagliato la sanità, la scuola e ogni servizio pubblico; i comuni e le Regioni non fanno che lamentare la riduzione di trasferimenti e i più poveri si vedono mancare servizi essenziali. L’unico settore che non conosce discussioni nei media è quello militare. Davanti allo scenario di crisi pesante che l’Italia sta vivendo, è pensabile che l’esercito, l’areonatuca e tutte le forze di sicurezza, non siano oggetto di nessuna indagine su eventuali sprechi? Perché per sostenere l’esistenza del più grande poligono d’addestramento di tutta Europa, qualche soldino ci vorrà. Per comprare attrezzature, sostenere servizi come -è solo un esempio- gli stabilimenti balneari nella spiaggia del Poetto a Cagliari; o strutture ludiche come bar ristoranti e Pizzerie all’interno delle basi. Il sistema di omertà, i privilegi immotivati, l’uso spregiudicato di risorse, l’occupazione invasiva e pericolosa di territorio, sono un danno inestimabile per uno Stato e soprattutto per l’Esercito. Il dibattito sul ruolo strategico della Sardegna nell’alleanza atlantica e il suo sacrificio sono il centro di ogni ragionevole dibattito futuro. Il pregiudizio e i luoghi comuni sono colpevoli di nascondere informazioni vitali sulle malattie e la povertà dei sardi che con le basi convivono e con i militari che da quelle basi sono stati traditi.

* La più rande esercitazione dalla fine delle Guerra Fredda: link

**Confrontaiamo le morti di soldati dell’Esercito Italiano sul campo/sul lavoro con i numeri dei soli morti a causa dell’uranio impoverito. Partiamo, per correttezza, dal 1990 -periodo del conflitto balcanico nel quale le armi nocive vengono usate- arrivando ad oggi 

  1. Dal 1990 ad oggi si contano circa 137 soldati morti, sia in scenari di guerra che durante esercitazioni o per incidenti sul lavoro (fonte). I soldati morti a caua delle sole malattie legate alla Sindrome dei Balcani dovuta all’esposizione all’uranio impoverito risultano circa 216 all’ Associazione Vittime Uranio, mentre secondo un documento del documento della Sanità militare italiana i morti sarebbero 171 morti e 2500 malati (fonte)
  2. Sentenze  dimostrazione del nesso tra malattia ed esposizione all’uranio: link

Nb. Le 137 vittime dichiarate comprendono, oltre ai caduti di guerra, anche i ‘morti sul lavoro’ e durante esercitazione. 

L’inglesismo insopportabile del giorno: ‘selfie’

Un virus terribile sta colpendo milioni di persone in tutto il mondo; i sintomi sono sempre gli stessi: deformazione delle facce, espressione demenziale o ridicolmente accattivante, egocentrismo della serie ‘guardate con chi sono/come sono figo/come mi diverto’.

Da Obama a Renzi, passando per decine di personaggi pubblici, persone comuni e arrivando fino al Papa; il selfie fa strage. Sarcasmo a parte, non c’è nulla di male nel farsi delle foto da pubblicare sui network sociali; è legittimo però mettere l’accento sul livello ridicolo a cui siamo giunti. Personaggi improbabili, in pose tutt’altro che edificanti che si mostrano al mondo con il peggior fotografo possibile: se stessi. Ma il livello più alto del brutto lo raggiungono i selfie di gruppo: tre o più faccioni schiacciai l’uno contro l’altro come melanzane in un vasetto per conserve.  Viene da dire che forse non è così terribile che foto tanto brutte si definiscano con un inglesismo piuttosto che con l’italiano; ma una lingua ospita pure brutte parole e la selfie-demenza non dovrebbe fare eccezione. Per questo non si capisce per quale assurda ragione TV e giornali ci costringano ad imparare un inglesismo per sostituire una parola che tutti già conoscono: autoscatto. Perché il selfie è un autoscatto, come le escargot sono le lumache: se le presenti in francese a tavola, non sono meno viscide quando le ingoi!