Perché la vittoria del NO non fa di questa una bella giornata. 

Qualunque fosse stato l’esito del referendum costituzionale sapevo che l’avrebbe seguito un giorno triste.

Con la vittoria del NO, ci troviamo la nostra bella Costituzione con i suoi piccoli difetti sempre al loro posto; se avesse vinto il SI avremmo cambiato in peggio. Rimane il fatto che  ci troviamo davanti ad un fallimento collettivo: non siamo riusciti a scrivere una seconda parte della costituzione capace di rappresentare il volere del paese nella sua ampia maggioranza.

Questa poteva essere una legislatura costituente, capace di restituire ai cittadini la propria carta migliorata e la fiducia nelle istituzioni grazie al coinvolgimento di tutti. Poteva nascere una costituzione dei diritti, che guardasse alla democrazia rappresentativa come complementare a quella diretta, che aumentasse i poteri del popolo, riconoscesse la specialità di alcuni territori della Repubblica, che aumentasse i diritti. Una costituzione che nascesse dal basso: con una grande condivisione avrebbe avuto una accoglienza molto diversa. In Islanda hanno coinvolto il popolo (crowdsourcing), al quale hanno permesso di esprimere pareri e dare suggerimenti. Se ci avessero anche solo consentito di votare in punti questa riforma, oggi non avremmo più il CNEL.

Invece Renzi ha deciso di farne un plebiscito pro o contro il proprio governo, a poco più di un anno dalla fine naturale della legislatura e dalle future elezioni politiche, che senso aveva? Ha avuto la presunzione di credere che avrebbe vinto a mani basse, contro tutti. Invece ha perso pesantemente. Ha voluto riformare la Costituzione siglando un patto scellerato con Berlusconi e quando il Cavaliere lo ha lasciato a piedi, non ha avuto l’umiltà di coinvolgere nessuno. Non è stato capace neanche di unire il suo stesso partito, dato che una parte del PD non si riconosceva nella riforma. Un disastro politico, insomma. Della carta si è parlato poco in tv e nei giornali, occupati -come sempre- da pettegolezzi e dibattiti  in stile soap opera. Ma la cosa più insopportabile di tutte è il fatto che in Italia, ogni tornata elettorale -europee, amministrative, regionali e referendum- diventa un plebiscito pro o contro il governo di turno. Ma perché non si può votare un presidente di regione, un sindaco o un referendum costituzionale, considerandolo un voto sul merito?

Continuiamo ad ascoltare i conati verbali di decine di opinionisti, analisti, sociologi e sondaggisti che provano a spiegarci nei modi più assurdi il voto del 4 dicembre. Gente con la puzza sotto il naso che vuole trasformare il NO in una specie di Brexit, oppure in un voto anti-renziano. No, amici opinionisti scendete dal piedistallo, un pochino di umiltà! Iniziamo a considerare i cittadini come persone adulte. Sono andato a votare nel merito del quesito, non per o contro Renzi, con me lo hanno fatto in tanti, non tutti, ma tanti. Ho votato NO perché questa riforma non mi piaceva; esattamente come quando voto per il mio sindaco penso se ha migliorato o meno la mia città. Derubricare il 4 dicembre come un voto di protesta signofica banalizzare, ma soprattutto non credere di avere a che fare con dei cittadini ma solo con un popolo bue che vota senza testa. Cosa che invece pensa molta parte delle elite che hanno smesso da tempo di credere nella demcrazia e agiscono da oligarchi.

Nella notte del voto il Presidente del Consiglio ha annunciato le dimissioni: ha fatto un bellissimo, dignitoso e democratico discorso -da signore- che merita assoluto rispetto. Ma non condivido la personalizzazione, ne prima del voto ne dopo. Non credo che Renzi dovrebbe dimettersi, anche se capisco che ormai non può fare diversamente se vuole avere un futuro politico. E lui vuole.

Due parole a Renzi…

Signor Presidente, nella sua città si muoveva con destrezza, con le sue risposte pronte e quella spocchia fiorentinissima che dentro le mura tutti capiscono; ma fuori da quelle mura tutto cambia. Lei fa politica da molti anni, conosce il sistema, e le dinamiche del potere. Non siamo nati ieri, possiamo parlare senza peli sulla lingua. So che lei crede che non si governa contro tutti, per questo tesse alleanze, rende solido il potere, anche a costo di strette di mano poco pulite e di compagni di strada non proprio raccomandabili. Lei crede che sia l’unico modo per arrivare al potere, per tenerlo e per fare almeno ciò che è  fattibile. Fino a prima della crisi questo era il segreto di pulcinella e tutti fingevano di non sapere.

“gli occhi tuoi (ndr.) non hanno idea delle malefette che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese; per troppi anni il potere sono stato io” (monologo di Andreotti, da “Il Divo”)

Ma dopo la crisi cambia tutto. Come nel 1992, quando gli italiani smisero di non vedere la corruzione dilaganta, le mazzette, gli appalti truccati, i legami della DC con la mafia e i finanziamenti irregolari dei partiti. Oggi la gente sente l’odore delle menzogne, si accorge delle ipocrisie del potere. Oggi non basta più qualche mancia elettorale per vincere le elezioni.

Questo non è un temporale ma una tempesta. Siamo in mezzo alla crisi del capitalismo globalizzato; una crisi mondiale che da più di venti anni risucchia dalle tasche delle classi medie denaro e benenessere per risputrlo nei conti in banca di quella classe dirigente internazionalista miliardaria che vive di speculazione e rendite. Cosa ha fatto lei, Matteo, davanti a questa crisi? Quale soluzione offre? Perche quando fa le cene per raccogliere finanziamenti con le grandi multinazionali, che si comprano le leggi -siamo adulti ormai- possiamo pensare che lei sia li per cambiare questo sistema. Non nego che oltre ad una riduzione dei diritti dei lavoratori lei abbia fatto una politica di aumento dei salari alle classi medie, con i famosi 80 euro; ma questo non ha a che fare con la messa in discussione di un sistema.

Il suo primo errore, segretario, è non aver capito che l’Italia non è una benestante Firenze di bottegai che vivono di turismo, nella quale basta conoscere i pezzi giusti del puzzle per dare da mangiare a tutti. L’Italia è un paese complesso, plurale e vario: esiste il sud povero, il nord industriale, il centro artigiano e della produzione enogastronomica, esistono le Autonomie e le loro ambizioni nazionali. Non si comanda un paese cosi senza il consenso. Lo sapevano i democristiani, che di permanenza al potere hanno qualcosa da dire. Lo sapeva Berlinguer che non credeva che si potesse governare, neppure con la metà dei voti. La sua energia e la capacità di comunicare che lei ha non la discute nessuno; ciò che discutiamo ha a che fare con la direzione dei sui cambiamenti. Nel suo bel discorso lei ha detto che si prende la responsabilità della sconfitta, che sarebbe lei e solo lei ad aver perso. Presidente questo è il suo secondo, grande errore. L’io non vince, vince il noi. Lei non ha perso da solo, ha perso insieme ad una comunità di persone che più o meno fedelmente ha lottato per il SI. Caro presidente non siamo più dei bambini, non abbiamo bisogno di un babbo che ci dice cosa fare e cosa no. Presidente, in tutto l’occidente le persone chiedono sincerità. Se lei mi dicesse: “caro Benidore, io vorrei umentare i diritti dei lavoratori, invece che ridurli; vorrei  non fare gli accordi con Verdini o prendere i soldi dalle mulinazionali, ma devo, altrimenti neanche 1000 giorni da premier facevo. Benidore, vedi, in questo modo io riesco a farla qualcosina, magari è poca roba, ma meglio poco che niente”. Io la capirei Presidente, la rispetterei molto di più. Se sapessi che lei sinceramente farà quel che può per andare nella giusta direzione, io potrei perfino dirle “bravo”. Invece, da quando lei è salito a Palazzo Chigi, i fatti hanno dimostrato che la sua direzione è la solita: quella dei banchieri, di confindustria, delle lobby. Lei è andato avanti, pensando che molti avrebbero sopportato tutto.

Caro Matteo, il Movimento Cinque Stelle  è arrivato per restare. Non si può ingaggiare, come ha fatto lei, una geurra senza quartiere ad un movimento che non usa solo piattaforme online, ma dal nulla ha raggiunto milioni di persone, riempendo le piazze ovunque è andato; è un moviento di popolo, con le sue grandi lacune, ma che prova a dare una risposta alla più grande crisi economica della storia occidentale. Perche questo stà accadendo e non posso credere che lei non se ne sia reso conto. A destra Meloni e Salvini scladano i motori e prenderanno tanti voti. Se vuole ancora liderare (neologismo voluto)  la sinistra deve dirci chi è, fuori dai denti, con coraggio.

who are you Lenny?” I am a contraddiction”, risponde cosi Papa Lenny Belardo in the young pope.

Quello stesso Papa che incontra il premier italiano e lo minaccia, ricordandogli che lui, il premier, è un evento mediatico già accaduto, mentre lui, Il papa, è un evento mediatico che ancora deve accadere. Lei ha smesso di essere “nuovo” Matteo, e per lei -rottamatore- la vacchiaia è un gran probelma. 

Fortuna che domani è un altro giorno.

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