Al centro di tutto

mw_mediaarchive_image_685f5ee6678eec07314e3ddbde8dd09a_ricostruzione_3d_nuraghe_arrubiuDopo aver letto un articolo apparso su Sardegnamondo e relativo alla riflessione di Giuseppe Galasso, apparsa sul Corriere della Sera, mi sono sentito in dovere di fare alcune precisazioni.

Non sono uno storico, sono andato a memoria e potrei non essere stato impeccabile per quanto riguarda le date; se c’è qualche errore chiedo venia. 

Devo dire che il suo articolo Galassi è la stantia ripetizione di una serie di banali, offensivi ed infondati stereotipi. Tale discorso si regge sostanzialmente su due pilastri: su una pesante ignoranza in merito alla storia della Sardegna e su una malcelata presunzione di superiorità. Mentre la prima si cura con la conoscenza, per la seconda c’è poca speranza. Il fatto è che l’Italia, il suo mondo accademico, intellettuale e politico hanno sempre marginalizzato la Sardegna descritta come un mondo a se -cosa che lei di fatto riafferma- lontano dall’Italia e dal continente e dunque estranea al progresso e ai mutamenti storici della civile Europa. Un’isola sperduta che continua ad essere sempre uguale a se stessa, rimasta immune dalle vicissitudini storiche. E’ vero che lei fa riferimento all’Unità d’Italia e alla vita in comune; ma è curioso che nessuno citi mai la storia sarda precedente alla nascita del Regno d’Italia, è curioso che si ignori che la Sardegna esistesse anche prima. Vede Galassi, se usciamo dall’ottuso  e prevalente sguardo accademico -che vuole la cultura classica come metro di ogni cosa definibile come ‘civile’- scopriamo che senza le civiltà che l’hanno preceduta i greci e i romani avrebbero continuato a vivere nelle capanne. Si ignora, ad esempio, che la nostra isola ha ospitato una delle principali civiltà del mondo antico, quella Nuragica: la principale civiltà megalitica del mediterraneo, con un’importante ed enormemente progredito sistema di fortificazioni, una flotta navale, una grande conoscenza ingegneristica, una raffinata arte artigiana, la più evoluta e pregiata lavorazione dei metalli del mondo antico, ed una precisa scienza astrologica. Una popolazione che tesseva rapporti commerciali con tutte le principali civiltà mediterranee dell’epoca. Una civiltà che con la datazione dei Giganti di Monte ‘e Prama sarebbe l’inventrice della statuaria monumentale in occidente. Si ignora il progresso della Sardegna nel medioevo, quando per 6 secoli costruisce i Giudicati: monarchie ereditarie soggette al controllo di organi consultivi parlamentari e al popolo, che aveva per legge diritto di condanna a morte del sovrano se ritenuto tiranno. Giudicati che giunsero a scrivere la Carta de Logu, sistema di leggi scritte nella lingua del popolo (usata ufficialmente già 200 anni prima di quella italiana) che tutti nel regno erano tenuti a rispettare, senza distinzioni: un embrione di costituzione moderna, qualcosa a cui il grosso d’Europa arriverà solo nel alla fine del ‘700. Poi c’è stata la dominazione spagnola per 3 secoli che ha segnato usi e costumi, lingua e cucina. Infine, in un ‘700 tumultuoso per tutta l’europa arrivarono, per caso, i Savoia. Dei duchi di montagna, che parlavano francese e che francesi si considerarono fino a quando non intuirono di potersi espandere verso la penisola. Così verso l’inizio dell’ottocento i sardi iniziano a parlare una lingua sconosciuta, imposta dai piemontesi -che neanche questi sapevano parlare- e che nulla ha a che fare con la loro. Da qui inizia la nostra storia in comune. Una storia alla quale non manca uno sfruttamento delle materie prime in stile coloniale da parte della borghesia piemontese e genovese durante i primi decenni di regno savoiardo, non mancano le cacciate della nobiltà esistente per sostituirla con quella piemontese, la soppressione degli organi governativi sardi, il disboscamento dell’intera Sardegna meridionale(cosa che ne modificherà persino il clima) e l’impoverimento complessivo dei sardi che sfocia alla fine del ‘700 in una vera e propria rivoluzione con la quale viene costretto a scappare il viceré piemontese. Mi rendo conto che per l’Italia la Sardegna sia un mondo a se, ma sono convinto che pure l’Italia per i miei nonni era un misterioso concetto. Perché se è vero che l’Italia esisteva da prima di diventare Stato, è vero anche che la Sardegna con questa Italia non aveva avuto nulla a che vedere. Se le altre regioni della penisola avevano un rapporto di cultura, storia e lingua in comune -ad esempio il Rinascimento o la ricerca comune di uno standard di lingua unitario, dalla Scuola Siciliana a Dante, fino a Manzoni- la Sardegna aveva sviluppato una identità propria, come pezzo del Regno di Spagna. Fino al ‘700 alle nostre elite, nobili del prospero impero coloniale spagnolo, dovevate apparire come un insieme di piccoli regni divisi su tutto, una penisola in decadenza -come ben descriveranno un secolo dopo alcuni illustri francesi in viaggio per l’Italia- la cui unica parte progredita (il Regno delle due Sicilie) era imparentata con la corona spagnola. Vede caro Galassi, è questione di prospettiva. Il problema sta proprio qua: se non si riconosce l’alterità oggettiva della Sardegna, per storia, cultura e lingua, non la si capirà mai. Se non si considera la Sardegna con la sua diversità e non la si rispetta, questo rapporto con l’Italia continuerà a basarsi su un malinteso di fondo. Insomma è chiaro che se la Sardegna per voi ‘penisolani’ continua ad essere la periferia; diventa legittimo, che lo sguardo della Sardegna diventi sempre di più uno sguardo autonomo e rivolto all’Europa, sempre più distratto da questa Italia che si riduce ogni giorno di più a periferia.

Del resto, prima di diventare italiani, noi ci siamo sempre sentiti a nostro agio, qui nel Mediterraneo, al centro di tutto.

Questo articolo si era perso tra mille bozze, ma dopo 3 anni gli facciamo prendere aria, perche fa tristezza il pensiero che debba rimanere nel buoio della soffitta dei pensieri, o se preferite la si può chiamare volgarmente “dimenticatoio”.

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La casta e il “pericolo populista”

Populismi vs la casta

Ormai la guerra di valori è iniziata: da un lato i populisti dall’altro la casta.

Nessuno di questi due termini rimanda a sentimenti positivi ne suggerisce ottimismo. Se da un lato il populismo usa gli istinti più stomacali del popolo per attrarre consenso contro un nemico, dall’altra la casta racconta di un gruppo oligarchico di potenti e corrotti gruppi di potere, interessati solo a conservare, se non accrescere, il proprio potere individuale a costo di opprimere diritti, valori e dignità altrui. Una semplificazione che merita complessità.

Per capire cosa, veramente può accadere in questo 2017, dobbiamo andare a fondo, a costo di sporcarci.
I movimenti populisti sono tra loro molto diversi, alcuni pericolosi.

1) Populismi della restaurazione.

Germania. AFD (Alternativa per la Germania), partito neonazista che dice di non essere nazista ma propone cose che ai nazisti sarebbero piaciute un sacco, cresce e probabilmente entrerà in parlamento. (NB. ripudio i nazisti, ragion per cui non inserirò link che possano migliore l’indicizzazione di un partito la cui ideologia disprezzo )

Francia. Marine Le Pen, sembra meno pazza della sua collega tedesca, ma vuole tornare alla grande Francia che esiste ancora e può esistere solo nella fantasia del nazionalismo francese e dei nostalgici gollisti.

Regno Unito. Liberati della matrigna Europa, stanno pericolosamente spostando il timone verso gli USA trumpiani e la prima ministra May racconta agli inglesi che sono “grandi” e possono tornare ad essere grandi come un tempo: il che fa sospettare che anche loro ci credano sul serio!

Italia. Salvini ha la faccia come le ruspe e non rinuncia a ogni occasione che gli si presenta per metterla – la faccia- davanti ad ogni cosa: terremoti, emergenze neve o sagre di paese. Il suo cavallo di battaglia è la difesa del suolo patrio dall’arrivo di immigrati pericolosissimi che rubano il lavoro, sporcano, rischiano la vita in mare per sport e hanno gli occhiali firmati e i telefonini comprati coi soldi nostri (60 al giorno dice), mentre dormono in hotel stellati. La sua soluzione al problema non è chiara, quando è chiara non è praticabile e quando è praticabile ci fa regredire al Medioevo.

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Questi sono i movimenti di restaurazione. Restaurazione dei confini nazionali e delle monete. Restaurazione, in alcuni casi, anche di sistemi repressivi che contemplano la tortura e di leggi che discriminano per razza, religione o intervengono in condotte private. Alcune proposte sulla difesa personale presentate dalla Lega Nord, ad esempio, consentirebbero di uccidere un essere umano se entra nel giardino di casa tua, perché sta violando la proprietà privata, che evidentemente è considerata più importante della vita altrui. Un assassinio preventivo, che dovrebbe maggiore sicurezza…come le guerre preventive di Bush che infatti hanno eliminato il pericolo terrorismo terrorismo…seh!
Sono movimenti che si basano sull’idea che delegando i problemi a chi li vuol risolvere -solitamente leader assoluti- con il sistema binario, tutto migliori: la democrazia no si riforma, si liofilizza.

C’è anche il UKIP inglese di Farage che ha vinto il referendum per uscire dall’Europa ma ha esaurito il suo ruolo storico, dato che la prima ministra inglese sta facendo esattamente quello che avrebbe fatto lui. Poi c’è Trump, che non è europeo ma avrà grande influenza sull’Europa e può stare nella famiglia della restaurazione sentendosi comodo, comodo.

2) Populisti delle democrazia diretta.

Poi ci sono i populisti della democrazia diretta: Podemos in Spagna, Varoufakis in Gracia e non solo, i Pentastellati in Italia.
Movimenti che nascono dal basso, dalla stanchezza di classi istruite che considerano inaccettabile il sistema economico vigente e la spregiudicatezza della casta. Sono uniti da una figura-megafono che funge da sintesi della pluralità di un mondo complesso, spesso disorganizzato a volte privo di esperienza.

Spagna. Il movimento Podemos nasce dalle proteste di indignados che occupano per mesi la piazza Puerta del Sol di Madrid, dalle assemblee aperte di quartiere di Barcellona e tante altre capitali iberiche. Un gruppo di professori universitari e qualche intellettuale puro fanno da classe dirigente, Pablo Iglesias da Leader carismatico e unificante. Podemos vuole restituire ai cittadini il controllo delle scelte politiche attraverso una democrazia  partecipata, rompendo il meccanismo bipartitico spagnolo. La formazione morada lavora per una più equa distribuzione della ricchezza lavorando per una modifica progressiva del sistema economico mondiale, un salario minimo garantito, agenda ecologica, lotta alla corruzione e rottura dei legami tra la politica e i grandi poteri privati che hanno il potere di influenzare ogni politica pubblica.

Curiosità: P. Iglesias -oltre ad essere un docente univeristario e avere antenati con ruoli politici importanti in Spangna da entrambi i rami della famiglia- parla molto bene la lingua italiana e conosce la storia tricolore; cita spesso Gramsci, Machiavelli, Calvino e Berlinguer. Ha importato dalla politica italiana e quella spagnola  il termine “casta”. Molte delle sue idee hanno radici nei movimenti di sinistra che hanno caratterizzato le democrazie Latinoamericane nel decennio passato (Argentina, Cile, Venezuela, Ecuador, Uruguay, Bolivia o Brasile).

Italia. I 4 Stelle, li conosciamo: comitati nati dalla società civile per risolvere problemi locali, spesso legati all’ambiente, che dialogano e finiscono per diventare un unicum con Beppe Grillo, le sue idee ecologiste e la sua forma di populismo anti-casta e anti-sistema economico che disegnano un mondo con infinita fiducia nell’evoluzione tecnologica e nella rivoluzione della rete.

Grecia. Syriza -partito del Primo Ministro greco tsipras- sembra essersi adeguato alle politiche di asterità imposte dal Bruxelles, ma rimane ideologicamente critico ne confronti del sistema economico eruopeo dipendendte dalla speculazione finanziaria e da quello che considera uno strapotere tedesco.  Intanto quello che fu ministro del tesoro del governo ellenico, Varoufakis, tenta di costruire un movimento transnazionale – Chiamato DiEM25 con l’ambizione di raggruppare chiunque consideri il sistema liberista una piaga per l’Europa per riformare il sistema politico europeo restituendo al parlamento comunitario e ai cittadini il controllo delle istituzioni UE. Inoltre si pone tra gli obiettivi quello di scrivere una costituzione europea che rimpiazzi tutti i trattati vigenti.

In America Latina da molti anni assistiamo a una ondata di populismi di sinistra che hanno prodotto importanti avanzamenti nei diritti sociali e civili e nella diffusione di servizi pubblici universali. Citerei tra i più carismatici il sublime Pepe Mujica, ma anche Luiz Lula da Silva e Rafael Correa, ancora in carica. Negli USA i movimenti di protesta contro Wall Street sembrano aver fallito ma Bernie Sanders e le proteste contro il nuovo presidente fanno pensare ad un movimento popolare crescente imparentato con quelli europei e latinoamericani. 

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Se nel caso dei populismi della restaurazione i valori sono vecchi e il senso è quello di rispondere alla paura con le barricate, nel caso dei populismi della democrazia diretta il senso è quello di considerare irriformabili i partiti che già esistono e di tentare una ricostruzione dalle radici del senso stesso della democrazia, restituendo al popolo la supremazia e ridistribuendo la ricchezza.

Due risposte populiste agli stessi problemi. Io, come si sarà capito, tifo per la seconda. Perché il populismo della restaurazione si alimenta di paura; quello della democrazia partecipata risponde con la speranza.

3) La casta

Poi c’è la casta. Un gruppo di forse che raccoglie ancora il cinquanta, sessanta percento dei voti. Semplificando potremmo dire che sono socialdemocratici, popolari e liberali che hanno retto l’Europa negli ultimi venti anni. Qui urge fare un precisazione: chi vota questi partiti non è solo la casta, esattamente come chi ne fa parte.

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Ma se analizziamo quanto fatto da socialisti e popolari in Europa negli ultimi anni, vediamo che le politiche economiche, la gestione del potere e le politiche di austerità e taglio dei diritti sindacali, con conseguente spremitura di classi medie e poveri (impoverimento certificato dall’ONU) in favore dei più ricchi, non ci permette di distinguere gli uni dagli altri.

Spagna: I socialisti hanno preferito astenersi per consentire lesistenza di un governo di destra pur di non allearsi con Podemos e regionalisti.

Germania: i socialdemocratici e democristiani governano insieme da due legislature.

Italia: i governi si reggono dalla caduta di berlusconi con alleanze spurie tra PD e partiti di destra ( Berlusconi, Monti o Alfano).

Allenaze più o meno palesi che disegnano un quadro drammatico per le forze storiche europee evidentemente svuotate di consensi dai nuovi arrivati ed etichettate come casta dai loro stessi militanti.
Accade in Germania dove l’SPD (Partito socialdemocratico) ha pagato con un crollo dei consensi l’alleanza con la Merkel; in Spagna il segretario e candidato premier Sanchez si è dovuto dimettere costretto dalla direzione del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) che ha voluto l’accordo di astensione con i popolari e far nascere un governo di destra, facendo piombare il partito nella crisi peggiore della sua storia e militanti inferociti. In Francia Hollande non è riuscito ad attuare quasi nessuna delle promesse di tassazione della rendita finanziaria e limitazione della spregiudicatezza dei marcati, seguendo, invece, le solite raccomandazioni delle società di rating, tagliando i diritti dei lavoratori. In Italia la riduzione dei diritti sindacali con legge sul lavoro (che mi rifiuti di chiamare con l.inutile e ridicolo inglesismo “Jobs Act”…che fa pure venire in mente “Sister Act”!), i favori ai petrolieri, le alleanze con Berlusconi e Verdini, i proclami sull’Europa caduti nel vuoto, le amicizie con i grandi potentati, i salvataggi delle banche, la pessima riforma della scuola e la furbata della riforma costituzionale bocciatissima nel referendum, hanno visto il PD chiudersi in un conservatorismo incomprensibile infiocchettato da una propaganda spregiudicate e stridente con il malessere del paese. Questo aggravato da decenni di inconsistenza della sinistra, distruzione del legame storico con le grandi lotte per eguaglianza, ricchezza distribuita e diritti sociali. Un popolo progressista che, ormai, non crede neanche più che si possano sperare certe conquiste; che non chiede più di dire “qualcosa di sinistra”, rassegnato com’è al meno peggio e schiavo del pensiero unico liberista, ideologia monolitica e religione intrisa di dogmi.

Possono i partiti che ci hanno governato fin qui svincolarsi dai grossi poteri da cui ormai dipendono? Riusciranno a staccarsi il guinzaglio e camminare liberi o sono troppo abituati alla cattività? Cos’è più pericoloso: che continui a controllare il potere la casta o che lo facciano i populisti?

Lo scopriremo. Presto.

L’odore della guerra

Ho paura che la guerra spazzi via per sempre la civiltà occidentale.

 

Hiroshima dopo la bomba atomica sganciata dagli USA

Hiroshima dopo la bomba atomica sganciata dagli USA

Viviamo in un tempo di incertezza che spaventa e lascia spaesati anche i più ottimisti. Un tempo di potenze ciclopiche che si contendono mercati e risorse, sempre più necessarie in un sistema economico che ci schiavizza al miglioramento costante; che ci impone un consumismo fatto di bisogni indotti ed eterne, conseguenti, insoddisfazioni. Uno schiavismo necessario alla sopravvivenza di un sistema che -pur essendolo- nega di essere ideologia; insensato come tanti altri che -sperimentati nel novecento- godono di pessima fama, anche se forse non erano tanto ingordi da mangiarsi il mondo intero, compreso il futuro della specie.

Il liberismo sregolato sta divorando ogni progresso e di buonsenso; ogni aspirazione di giustizia.

L’io ipertrofico, nutrito dalle condivisioni della nostra immagine, edulcorata con cura maniacale, proposta spasmodicamente nei social, non aiuta. Siamo soli in un mondo dove mangiarsi l’un l’altro: è la regola, indiscutibile. Chi soccombe nel lavoro, chi non accetta le dinamiche sociali o le regole del consumismo e non dà valore a ciò che è materiale, nel migliore dei casi viene raccontato e percepito come un debole, un incapace. La colpa dell’essere poveri diventa, così, solo di chi lo è: ti meriti quel che sei e sei ciò che ti meriti. La provenienza sociale, i privilegi, le difficoltà contingenti non contano, se sei una iena nulla ti ferma. Il valore di un essere umano si misura col denaro che possiede; la sua decenza, non dalla condotta, ma dagli abiti che porta. Nessuno, o quasi, è immune alla religione del secolo: il liberismo.

La crisi economica ha ucciso insieme al lavoro la speranza che il mondo -sempre imperfetto- nel quale viviamo potesse migliorarsi, ridistribuire ricchezza e diritti a tutti i livelli del sistema sociale.

Eppure solo dieci o venti anni fa l’occidente si sentiva forte, capace di tutto. Le crisi erano passaggi, le cadute occasioni per rialzarsi. Negli anni ’90 la partecipazione alla vita pubblica si vedeva, la passione per la politica si sentiva. L’Europa era un sogno realizzato che permetteva di trasformare in fraterni pezzi di mondo, quelli che si erano visti per secoli dalla trincea. L’espansione dell’Europa coincideva con i diritti civili, il miglioramento economico, la democrazia reale, sanità e l’istruzione universali. Più l’Europa cresceva più il mondo conquistava stati moderni, forti, prosperi e più giusti. Molti di noi si sorprendevano dell’Erasmus e  di quanto inaspettate, belle e moderne fossero il resto delle iniziative di quella UE che sfidava la storia.

Le diseguaglianze esistevano, la corruzione anche e le banche non le amava nessuno. Ma se c’era qualche fastidio per la classe politica, qualche opposizione al sistema economico, era dentro la democrazia. Si sperava che quella voglia di cambiamento sarebbe potuta prevale pian piano in quel nuovo, vecchio mondo in progresso costante, chiamato Europa unita.

Poi ci siamo svegliati; storditi, come dopo una telefonata che annuncia un lutto inaspettato in piena notte. Senza capire, abbiamo visto crollare il gran palazzo dorato delle nostre speranze. Abbiamo visto con chiarezza quanto sciocchi eravamo stati, quanto da scocchi ci avevano trattati. Abbiamo visto, e vediamo ancor meglio oggi, il disastro della terza via di Blair, la distruzione da dentro delle socialdemocrazie europee. Abbiamo capito tardi di aver sopportato troppo, di aver consentito che quel pezzo di mondo non cercava più di dialogare col mercato, si era prostituito al mercato. Una prostituzione fatta di finanziamenti pubblici, ricatti e corruzione: agli albori il blairsmo vedeva un mercato che contrattava con le socialdemocrazie, oggi ci ha portati ad un mercato che le leggi le compra.

Se per entrare in Europa bisognava dimostrare cura dei conti pubblici e rispetto di democrazia e diritti civili e umani, oggi per chi è dentro tutto viene consentito, in quelli che paiono più constatazioni amichevoli che vertici tra alleati. Oggi i fatti ci raccontano, che ciò che governa l’Europa sono i mercati ed i loro interessi.  Non potrebbe essere diversamente visto cosa succede:

-le “porte girevoli”(cit. P. Iglesias) che permettono ad ex primi ministri, ministri, politici locali e parlamentari, di sedere in consigli d.amministrazione con stipendi milionari dopo che -casualmente- hanno fatto delle leggine favorevoli per quelle stesse società.

– La tasse basse al capitale finanziario, che paga decine di volte in meno chi deve produrre col sudore della fronte ricchezza vera.

– La riduzione dei diritti sindacali che interessa tutta l’Europa occidentale, senza eccezioni.

– La coincidenza tra i “consigli” delle società di rating e le scelte dei governi.

– La gestione della crisi del debito che, nel caso della Grecia, ha privilegiato la salute delle banche tedesche, francesi e -anche se non si dice mai- pure italiane, a discapito di un popolo intero, ricattato, privato della dignità e ridotto alla fame; quello stesso popolo che ha cementato la cultura occidentale, inventato l’idea e la parola stessa “Europa”.

– Il finanziamento privato dei grandi lobbisti ai partiti politici.

Il cinismo di una intera classe politica europea, più o meno collusa con interessi privati, sta uccidendo in un tempo spaventosamente breve l’esperimento europeo. La Brexit è responsabilità delle classi dirigenti europee, del loro distacco dalle esigenze delle persone comuni; dei nazionalismi che rischiano di mangiarsi l’unica possibilità che abbiamo di sedere al tavolo di chi decide le sorti del mondo. I segnali del disastro sono visibili da tempo, ma da destra e da sinistra nessuno sembrava aver capito. Ora in qualche paese europeo si affacciano leader socialisti che propongono la redistribuzione della ricchezza, che considerano un tabù toccare i diritti acquisiti (come Benoît Hamon). Ho paura che sia troppo poco e troppo tardi.

I populismi, buoni o cattivi che li si consideri, fanno gruppo a destra (la Lega di Salvini, il FN Le Pen, il AFD tedesco, Frage e lo UKIP, i nazionalismi di Polonia e Ungheria, gli USA di trump) ma per dividere, chiudere le frontiere spaventati dal mondo globale, per difendere il poco che resta. I populismi di sinistra o per la democrazia diretta (M5s in Italia, Podemos in Spagna, la sinistra greca e il grosso delle sinistre sudamercicane) rimangono isolati e nazionali, incapaci di costruire una relazione tra forze simili; incapaci di comprendere la portata transnazionale del cambiamento che cercano.

Nei media regna il rumore prodotto da chi ormai ha smesso d fare informazione per convertirla in spettacolo, senza curarsi del decadimento della società civile. La partecipazione pubblica richiede più fatica per convincere dell’utilità della partecipazione stessa che per far sentire la propria voce davanti al potere. Non so quanto il pregiudizio nei confronti dei media sia fondato su una volontà progettata da parte dei grandi poteri ma certamente li favorisce. Far scannare la classe media italiana, ormai povera, contro gli immigrati, più disgraziati di loro, mentre la signora Ferrero ha un patrimonio personale di 23 miliardi di euro (La Regione Sardegna -con 1,6 milioni di abitanti- ha un bilancio di 7 miliardi), favorisce sicuramente la signora Ferrero.

A me la Nutella piace un sacco, sia chiaro, e batto le mani al marito della signora, un genio che è stato capace di costruire un impero grazie a grande intuito e tanto lavoro. Sono il primo a credere che il lavoro e le qualità vadano premiate ma 23 MILIARDI (non milioni, miliardi!) una paersona sola non li può spendere in una vita intera. Probabilmente neanche figli e nipoti (che erediterebbero cifre folli senza aver alcun meriti). Basti pensare che con i suoi soldi, la signora potrebbe regalare duemila euro a testa a tutti gli abitanti del Portogallo (bambini compresi), oppure cinquemila euro ad ogni povero in Italia, o comprare 2,3 milioni di Fiat 500. Allora mi domando: ha senso che persone come la signora Ferrero o l’inventore di Facebook, oppure il patron di Zara, abbiano così tanto denaro da poter risanare il debito pubblico di stati interi? Si può razionalmente sostenere che una persona valga 23 miliardi di volte un’altra? Perche di questo parliamo: del denaro come premio al valore professionale delle persone. Qualcuno mi risponderà che decide il mercato, e nel caso di Ferrero i consumatori. Il problema è proprio questo: quando il mercato è diventato infallibile? Quando ci hanno chiesto se volevamo che il mercato permettesse a una persona di essere così ricca? Io non ho votato mai per questo. Perche, sapete amici che credono nel mercato, io non sono contro il mercato. Ma credo che se il Papa, capo spirituale della Chiesa Cattolica, sovranno assuluto dello Stato Vaticano e inviato dal signore in terra, non si ritiene infallibile perchè solo Dio lo è; forse dovremmo chiederci se questo mercato non stia cagando un po’ fuori dal vaso, no?

Oggi il mondo è conteso da enormi  superpotenze: USA, Cina, Europa (divisissima), Russia e qualche paese che sgomita di tento in tanto o che sta emergendo econmicamente nell’America Latina, in Medioriente e in Asia. Tutte queste potenze dispongono di armi nucleari. Ora, in un mondo dove la popolazione cresce, il sistema economico si basa su una crescita senza fine e le risorse del pianeta sono limitate, cosa credete che accadrà quando inzierà a finire l’acqua, quando il mondo dovrà affrontare problemi legati al cambio climatico o a quella fascia di popolazione sempre più grande in occidente che perde il lavoro sostituita dalle macchine?

Io credo che inizieranno a spuntar fuori delle guerre per accaparrarsi le risorse più preziose. Credo che la cosa più logica sia che chi oggi ha il potere lo voglia mantenere (vedi gli USA), mentre chi cresce economicamente e militarmente voglia contare di più (Vedi Cina e Russia). Tra Russi e USA ci sono stati forti scontri negli ultimi anni, che ci hanno descritto come conseguenza di un Putin pericoloso, ma che in realtà sono il risultato di questo scontro tra poteri nuovi e vecchi poteri che è già iniziato e si gioca in campo neutro: Siria, Iran, Crimea, Turchia e Libia. Quelle che Papa Francesco ha chiamato “guerra mondiale a pezzi”. Russi e cinesi lo sanno e hanno già fatto delle alleanze. L’Europa forse lo sa ma è troppo divisa per concordare una politica estera chiara, oppure vorrebbe evitare di finici in mezzo anche se è alleata degli USA, dato che rimane per geografia in mezzo a tutto. Gli americani la fanno facile dato che confinano solo con Messico e Canada, che non proprio dei vicini guerrafondai e neanche due potenze temibili. Del resto nella seconda guerra mondiale, a noi sono toccati mesi bombardamenti e intere città rase al suolo con milioni di morti civili, a loro un unico attacco Pearl Harbour.

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Nel mondo nuovo l’occidente perderà inevitabilmente il potere preponderante in favore dell’Asia e non credo che una guerra cambierà le cose. Se ci fosse una guerra mondiale, Russia e Cina potrebbero combatterla insieme e la Cina avrà giovani menti di ingegnireri da usare per vincere, milioni di persone abituate alla gerarchia e pronte a difendere la patria.

Anche secondo Gorbacev il mondo rischia una guerra e facci mie le sue sagge parole:

“Il focus dovrebbe essere ancora una volta quello di prevenire la guerra, fermare gradualmente la corsa agli armamenti, e ridurre l’arsenale bellico. L’obiettivo sarebbe di arrivare a concordare, non solo il livello delle armi nucleari, ma anche la stabilità strategica e i sistemi di difesa missilistici.

In un mondo moderno, la guerra dovrebbe essere bandita, perché nessuno dei problemi globali che stiamo affrontando può essere risolto dalla guerra – pensiamo alla povertà, all’ambiente, all’immigrazione, alla crescita della popolazione, alla scarsità delle risorse”

Se non correggiamo questo sistema economico e democratico, riportandolo al buonsenso, all’equilibrio tra ricchi e poveri, alla crescita sostenibile, alla pace come ideale indiscutibile e alla democrazia vera quale strumento con cui  cittadini possono sul serio decidere del proprio futuro informati da media indipendenti, la guerra non si potrà evitare. Perche la decideranno persone che hanno molto denaro e potere e che voglio tenerselo. Persone che non moriranno in una guerra. Noi si. Noi siamo carne da macello.

Forse penserete che sono pessimista. Beh io credo il contrario. Dopo il quadro che ho dipinto, credo ancora che possiamo sopravvivere. Vi pare pessimismo? Io la chiamo ottimismo visionario.