Limba sarda: standard o non standard, questo è il problema.

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Quando si parla del sardo standard ci si perde solitamente in disquisizioni estetiche perdendo di vista ciò che ne motiva la necessità.

Se noi sardi non capiamo questo, partiamo da sconfitti.

Il mio non è un parere, solo una constatazione e vi spiego perche.

Viva o Morta.

La domanda a cui dovete rispondere è: volete un sardo vivo o un sardo morto?
Se lo volete morto – sostituito dall’italiano- dobbiamo lasciare tutto esattamente com’è. Basta aspettare e il sardo diventerà come il latino. Uccidere il sardo non mi sembra un grande segno di rispetto e amore per le varianti locali e le loro sfumature.


Prendere esempio.

Se volete un sardo vivo dovete guardare ai modelli che hanno funzionato nel resto del mondo (Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre, Malta e mille altri). In tutti questi casi la lingua è stata adattata in regime di co-ufficialità, inserita con uno standard nelle scuole in modo paritario con la lingua nazionale (che è sempre più forte e quindi prevalente), nelle amministrazioni pubbliche e nei media. Questa è l’unica strada che abbia funzionato in minoranze linguistiche di grandi stati europei.

Essere realistici.

Per fare questo non si possono avere per i 377 comuni sardi, 377: libri di grammatica, tv, radio, traduzioni di documenti ufficiali o scuole di formazione di insegnanti. Non sarebbe neanche sostenibile dal punto di vista economico e inapplicabile dal punto di vista pratico: pensiamo solo alla non mobilità del corpo docente. Una lingua minoritaria per resistere alla lingua forte (nel nostro caso l’italiano) ha bisogno di anticorpi, così soccombe.

Pensare al futuro.


Non pensate di dare un futuro al sardo facendolo parlare a chi già lo parla. I giovani che entrano a scuola non parlano il sardo come lingua madre: pensate che un’oretta alla settimana di dialetto del paese/città, da un insegnate formato non si sa come, possa modificare le cose? Pensate che un bambino circondato da video, film, notizie, letteratura, documenti ufficiali in italiano riesca ad apprendere una lingua complessa come il sardo senza una scuola realmente bilingue, senza una società bilingue? Ovviamente quel bambino crescerà – senza averlo scelto – con una lingua sola, quando potrebbe, invece, essere bilingue. Approfitterebbe di tutti benefici cognitivi che comporta il bilinguismo e della maggiore facilità di apprendere lingue nuove rispetto ai monolingue.
Chiedetelo ai catalani e vi insegneranno cosa vuol dire “immersione linguistica”.


Amici e nemici dei dialetti.

Non so con quale criterio, ma si mette in competizione sempre la necessità di una lingua standard all’esistenza dei dialetti. Nessuno in Sardegna ha mai dichiarato, ne lavorato, per abolire i dialetti. Nessun promotore di quale che sa modello di lingua standard ha mai voluto cancellare i dialetti. Sarebbe assurdo, dato che chiunque parli il sardo oggi, parla un dialetto del sardo! Le due cose sono più che compatibili e dire che deve esistere uno standard e delle regole di grammatica come in qualsiasi altra lingua normale non significa denigrare chi parla il sardo con cui è cresciuto. Anzi, tutto il contrario. Vuol dire dargli delle regole per scriverlo.

I falsi miti sulla LSC.


a) I relatori della proposta delle regole ortografiche – attualmente ufficiali- della Regione Sardegna hanno commesso un immenso errore nel chiamare la loro creatura “Limba Sarda Comuna”. Hanno creato da subito un malinteso, facendo pensare di aver “inventato” una lingua nuova. Ma la LSC è semplicemente l’acronimo con cui è stato chiamato il sardo standard e le sue regole grammaticali di scrittura, non di pronuncia. Il sardo parlato non viene minimamente intaccato.


b) Il secondo errore ha a che fare con il fatto che il documento della LSC aveva una funzione burocratica, diretta ai dipendenti regionali, per redigere documenti in limba, che fossero il più possibile universali al livello di comprensione. Questo ha lasciato intendere che si trattasse di regole ferree, con le quali si faceva divieto di impiegare qualsiasi localismo.

Il mostro LSC

La LSC è diventata una specie di mostrounu mommoti– che vuole cancellare il sardo “vero”, le varianti locali e l’identità “calda” della lingua del focolare domestico. Chi lo sostiene in buonafede, spesso non ha capito come funziona uno standard, che obiettivi si pone e quale è l’uso che se ne deve fare.
In realtà fuori dal palazzo della Regione si possono (eccome!) utilizzare le regole standard anche per le parlate locali. Basta capire che la pronuncia, e le regole di trasposizione di questa nella scrittura, sono una pura astrazione. Come in ogni lingua, del resto.

Scrivo come mi pare.


Quando diciamo che non vogliamo la LSC o altre proposte ortografiche, di fatto stiamo dicendo quasi sempre che vogliamo scrivere il sardo con le regole dell’italiano. Diamo per scontato che le regole di corrispondenza tra scritto e parlato siano quelle e basta. Queste regole, invece, cambiano da lingua a lingua. Il suono italiano “gn” si rappresenta (scrive) nello stesso modo in francese ma “ñ” in spagnolo. Il suono “gl” in francese e in spagnolo si scrive “ll”. Il suono “ch” in inglese si rappresenta con “k”, in spagnolo e in francese con “qu”. Significa mica che i francesi e gli spagnoli scrivono male e non rispettano i suoni delle loro parlate?
Ovvio che no. Vuol dire soltanto che ogni lingua ha le sue “regole” che si “rappresenta” in modo convenzionale e nel rispetto di abitudini letterarie consolidate.

 

Parlo come mangio.


Diamo per scontato che le lingue standard abbiano una corrispondenza automatica tra parlato e scritto: nulla di più falso. In tutte le lingue esistono diversi accenti che determinano una diversa corrispondenza tra scritto e pronuncia. In inglese la pronuncia cambia radicalmente da Londra a fuori Londra, da una città all’altra dal Galles alla Scozia, trasformandosi enormemente nelle varie zone degli USA, in Australia, in India e in tutti gli altri stati dove viene utilizzata ufficialmente. Altrettanto accade con lo spagnolo nelle varie regioni della Spagna e nel resto dei paesi latinoamericani. In alcune parti della Francia la erre si pronuncia come in italiano e non esiste la erre moscia. In questi tre casi parliamo di centinaia di milioni di persone sparsi per il mondo, con centinaia di accenti che che attraversano più continenti. Per ognuna di queste lingue esiste UN solo standard di scrittura. Eppure ognuno continua a parlare come gli pare.

Ciò comporta che in inglese “ch”, “r”, “t”, e tutte le vocali corrispondano a decine di suoni diversi a seconda delle zone. In spagnolo “j”, “ll”, “c”, “z” o “ch” e le vocali, vengono pronunciate in modi diversissimi, a volte diventano afone.

Ma questo accade anche in italiano. Anche se a scuola ci dicono subito che l’italiano si scrive come si parla, non è vero. Anche l’italiano secondo dizione non sempre legge ciò che è scritto (es. la “i” di cielo che si scrive ma non si legge), ma si rispetta quasi sempre la corrispondenza. L’italiano dei teatri però è una lingua che non esiste naturalmente in nessuna parte dell’Italia, toscana compresa. Si tratta di suoni inventati che solo chi “artificializza” la propria pronuncia è in grado di riprodurre secondo norma.

A scuola la maestra detta la frase: “ci sono cento casse di gemme preziose”.
Se di Bologna dirà: “ tzi suno zento cassse di zemme pretziose”
Se di Milano: “ Ci sunu cinto casse di giemme prziusi”
se di Firenze: “ Sci sono scento hasse di jemme phreziusse”
Se di Avellino: “Gi sono gendo gasse di gemme pretziosse”
Eppure tutte queste maestre scriveranno la frase secondo la norma. Nessuno gli chiede di parlare come Gassman, solo di scrivere secondo norma.

 

Andende vs andendi.

 

Quando si parla di standard per il sardo si parla di regole di scrittura, punto. Questo significa che quando scriviamo lo facciamo rispettando la storia letteraria della lingua e delle norme consolidate, oltre che il buonsenso. Dire che il plurale finisce on “s” come per la parola “bellas”, la terza persona sempre in “t” e che “est” che si scrive alla latina, vuol dire far riferimento alla storia di tutto il sardo scritto che così faceva già prima dell’anno mille e fino agli anni ’70. Non vuol dire indicare una pronuncia. Per cui “Bellas” si pronuncerà diversamente a seconda delle zone, esattamente come accade con l’italiano. La maggior parte delle regole che la LSC, la LSU o proposte del mondo intellettuale, hanno messo nero su bianco, sono banali e ovvie per chiunque conosca un pochino di letteratura in sardo. Quando lo standard ci dice che dobbiamo scrivere “andende”, “est”, “pedra”, non ci sta vietando di non pronunciare “addend-i”, “est-i/est-e” o “perda”. Esattamente come in italiano un romagnolo dice “zento” invece di “cento”, un toscano “hohahola” o “eternitte” invece di “Coca-Cola” e “eternit” o un Milanese dice che vive a “Milanu” ma il cartello di ingesso in città dice “Milano”. Può essere che in futuro si scelga una pronuncia standard per il sardo, come la dizione in italiano, oppure più pronunce standard come l’inglese (es. Queen’s English, australiano o americano). Fino a quel momento gli standard di scrittura hanno la sola funzione di dirci come si riproduce graficamente una parola e quale forma preferire: quello che fa l’Accademia della crusca quando gli chiedi con quante “t” si scrive “soprattutto” o se “scuola” ha la “q” o la “c”. Convenzioni.

Lingua tecnologica.

Una lingua viva nel 2017 non può star fuori dalla tecnologia. Il sardo è da questo punto di vista una lingua viva. Esistono molte voci di Wikipedia in sardo, un browser tradotto in sardo, Facebook in sardo, sintetizzatori vocali (Sintesa) e traduttori automatici. tutti questi strumenti sono possibili solo perché esiste uno standard che consente di pescare da testi omogenei nella scrittura e convenzioni. Una lingua minore come il sardo se fatta a spezzatino da mille criteri di scrittura personali, non potrebbe avere alcun futuro in questo mondo.

Il sardo conviene.


In catalogna uno spot che vuole passare sulla tv regionale deve essere in catalano; significa che ci sono molti studi di doppiaggio e registrazione che esistono solo perché esiste il bilinguismo. In Alto Adige i dipendenti pubblici devono essere bilingui, questo garantisce ai locali di avere accesso prioritario ai posti pubblici, noi invece emigriamo. Le minoranze linguistiche italiane hanno diritto ad una densità di scuole per abitante più alta, noi chiudiamo le scuole nei piccoli paesi. Alto Adige e Val d’Aosta hanno più deputati perché sono minoranza linguistica, noi no perché pur essendo la prima per numero di persone non la valorizziamo.

Gran finale

Il sardo per sopravvivere deve essere lingua ufficiale, deve avere regole base standard ed essere impiegata in ogni ambito della vita pubblica e privata insieme all’italiano e allo studio delle lingue straniere. Non si tratta di una questione ideologica ma di una esigenza pratica.
Diversamente il sardo muore, anzi sta già morendo.

Se avete una opinione diversa mi dovete dire come ottenete il risultato: come salvate il sardo dalla sorte che gli tocca.

Il resto sono belle parole al capezzale di un moribondo.

 

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Casteddu s’est ischidende.

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Istimadu Lobina, oe apo fatu una passillada in su tzentru de Casteddu. Apo pensadu chi su chi as contadu de sa capitale in “Il fatto quotidiano” est schet sa cara iscuria.

Femmu passillende in sa Ruga de Roma e apo bidu is bar, is ristorantes de sa Marina e su melting-pot suo. M’arregordu comente fiat cando andamu a iscola innia. M’arregordu sa tristura decadente de cussu cuarteri, sbuidu de is abitantes suos, mandados in edifìtzios populares cumintzende dae su pusti-guerra finas a is annos noranta. Fiat unu gheto pro immigrados. Oe est unu mundu cuntzentradu, esèmpiu de s’integratzione possìbile. Apo passilladu in su Corso, antis fiant is màchinas a passillare in su Corso. Ti ses agatadu mai de cantu sunt bellos cossos palatzos? As pensadu mai a ite bella fotografia si podet fàghere immoe castiende cara a Pratza Yenne?

Apo pensadu a cantu at essere bellu cando sa pedra s’at a pinnigare totu su logu suo, su chi dd’at furadu s’asfaltu. Apo pensadu a cantas da cussas butegas, iscuridas dae is tzentros cummertziales, ant a torrare a bìvere. At essere sa ruga prus bella su Corso.

 

Apo caminadu in Carrera Manno arribbende finas a Carrera Garibaldi e a sa pratza sua. A die de oe est de is pipios chi ci giogant a bocia. Ci fiant turistas, no fiant meda, nemmancu tropu, su chi bastat. Unu bentigheddu lèbiu at donadu friscura a una die tranchilla de primavera. Ischiet a abarrare cittìa Casteddu. Seu passadu in pratzita Martiri. Naraiant chi sa protzessione chi dae sèculos est semper passada dae innia depiat parare pro culpa de is traballos chi ci fiant faghende. Sa pratza est acabada e si nche podet caminare; sa processione puru est passada.

No apo potziu resistire e cun destinu Pratza Garibaldi seu basciadu in Biddanoa. Ma cantu est bella? De aici bella chi ci emmo a andare a bivere cras! Est unu cuarteri cun s’ànima, aunde s’iscurtant is personas chistionare sa limba issoro, sa nostra. C’est su chiostru de su monastèriu abertu in pratza San Giacomo. Su sole de su sero carìtziat sa pedra bianca. Gòticu catalanu e Romànicu m’arregordant a Bartzellona e un’arrogu de istòria e identidade chi si sunt isfortzados a iscantzellare ma chi bivet in nosu che a unu tzerriu irratzionale o ,forsis, est cosa de chìmica. Su calcare casteddaju t’arregordat cantos tonos bi sunt intre su biancu e s’ocra. Arribbo in pratza Garibaldi, dae pagu aberta torra e totu pedonale. M’arregordu ite fiat sa felitzidade de cùrrere lìberu dae pensamentos cun su bentu in sa cara a pitzus de una bicicleta pitica che a mei. Pipius de cada edade dd’ant giai conchistada cudda pratza. Deo dd’emo a lassare a issos a usucapione. Su viagiu miu s’acabbat in Ruga Sonnino, in su mentres duas bitzicletas mi passant. No ci fiat nemmancu s’idea de is bitzicletas, in Casteddu, deghe annos a oe. Forsis is chi apo contadu funt sceti liftings chene contenidu. Traballos pubricos pro su ‘pòpolu boe’. E puru sa durchesa de sa bida in Casteddu, su prexiu de is pipios, s’istile de bida rivolutzionadu, is turistas. A mie no mi paret estètica chene contenidu. A mie mi paret chi su tessutu sotziale de su coro de Casteddu bivet.

Problemas ci nde sunt? Milli. Casteddu est imperfeta, iscontat milli arretradesas, fìgias de is bombas e de una classe polìtica chi pranghet pro su pregiu a s’inaugurada de unu parchègiu nou. Una Casteddu de ‘palatzinaros’ e ‘cimentaros’, chene istrategias de isvilupu. Ma est cangiada custa tzitade. Est sutzèdida calicuna cosa chi dd’at ischidada in su profundu suo. Est pagu, tropu pagu ancora. Ma si est chi oe si podet figurare unu benidore, chi si podet a su mancu chistionare de Casteddu “tzitade capitale” est proite custa est una tzitade curiosa meda, prus de su chi si contat, prus projetada a su benidore. Est beru, mancat una visione de capitale, Casteddu sighet capitale de isse matessi.

Una amiga mia italiana m’at nau chi a pàrrere suo s’at a bortare in una pitica Bartzellona. Semus lontanos. Sa Sardigna intrea est luntana dae isfrutare su potentziale suo. Bivimus una gherra de identidades e Casteddu est capitale de custa gherra. Ma semus in sa ruga bona. Emmo a bòlere su dòpiu de is bitzicletas, prus meda turistas, unu progetu culturale a beru chi siat pensadu pro is annos chi benint.

Però Casteddu est camminende in sa ruga bona. No est de nos setzere pregiados, ma nemmancu sighire cun custu contu de “in Casteddu non c’est nudda”, “andat totu male” o “totu is butegas sunt serrende”. Est beros, ma no est una nova. No at bìvidu mai una richesa opulenta, custa tzitade. Problemas meda no nde eus cantzelladu in custos annos, ma no eus nemmancu fuliadu su tempus. Si podet e si depet pedire meda de prus, ma no serramus is ogros, bolemu-si unu pagu de bene. Casteddu est mellus oe de deghe annos a como. Prus bella meda. E su mèritu est de is casteddajos. Si ddu depemus narare ” bravos” dogna tantu. Unu “bravos” seriu e ratzionale. Unu “bravos” chi no nos assolvat ma chi nos impongiat de faghere bene e mellus. Sinunca eus a pensare chi de ispera no ci nde est.

Imbetzes c’est.

 

Cagliari si sta svegliado.

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Caro Lobina, oggi ho fatto una passeggiata in centro a Cagliari e ho pensato che quello che tu hai raccontato di Cagliari su ” Il fatto quotidiano” è solo il suo lato oscuro.

Ho camminato in via Roma e ho visto che i bar, i ristoranti della Marina e il suo melting pot. Mi ricordo com’era quando andavo a scuola li. Mi ricordo la decadenza triste di quel quartiere svuotato dai suoi abitanti dirottati in costruzioni popolari dal dopoguerra agli anni ’90. Era un ghetto per immigrati, oggi è un mondo concentrato, esempio dell’integrazione possibile. Ho passeggiato per il Corso, prima erano le macchine a passeggiare nel Corso. Ti eri mai accorto di quanto sono belli quei palazzi? Avevi mai pensato a che bella foto si può fare ora guardando verso piazza Yenne?

Ho pensato a quanto sarà bello quando la pietra si riprenderà il posto che le ha rubato l’asfalto. Ho pensato a quante di quelle attività oscurate dai centri commerciali riprenderanno vita. Diventerà la strada più bella il Corso.

Ho camminato per Via Manno e poi per Via Garibaldi. Per ora è dei bambini che ci giocano a pallone. C’erano diversi turisti, non troppi e non pochi, quanto basta. La brezza decisa ha rinfrescato una giornata tranquilla di primavera. Sa stare in silenzio Cagliari. Sono passato per piazzetta Martiri. Dicevano che la processione che da secoli è sempre passata li si sarebbe dovuta fermare a causa lavori. La piazza è finita e percorribile; la processione è passata. Non ho resistito e per scendere verso piazza Garibaldi ho fatto una passeggiata per Biddanoa. Ma che bella è diventata? Bella tanto che ci vivrei domani! È un quartiere con un’anima, dove si ascoltano le persone che parlano la lingua loro, la nostra. C’è il chiostro del monastero aperto in piazza San Giacomo. Il sole del pomeriggio accarezza la pietra bianca, il romanico e il gotico catalano mi ricordano Barcellona e un pezzo di storia e di identità che si sono sforzati di cancellare ma che vive in noi come un richiamo irrazionale o forse è chimica. Il calcare casteddaio ti ricorda quanti toni separano il bianco dall’ocra. Arrivo in piazza Garibaldi, appena riaperta e tutta pedonale. Mi ricordo cos’era la felicità di sfrecciare libero dai pensieri col vento in faccia su una bici piccola come me. Bambini di ogni età l’hanno già conquistata quella piazza. Io la cederei a loro per usucapione. Il mio viaggio finisce su via Sonnino, mentre due o tre bici mi sorpassano sulla strada. Non esisteva neanche l’idea delle biciclette a Cagliari dieci anni fa. Forse quelli che ho raccontato per te sono solo dei lifting senza contenuti. Lavori pubblici per il popolo bue. Eppure la dolcezza della vita di Cagliari, la felicità dei bambini, lo stile di vita rivoluzionato, i turisti. A me non sembra estetica senza contenuto. A me sembra che il tessuto sociale del cuore di Cagliari vive.

Ci sono problemi? Mille. Cagliari è imperfetta, sconta mille arretratezze, frutto delle bombe e di una classe politica che si commuoveva all’inaugurazione di ogni nuovo parcheggio. Una Cagliari di palazzinari e cementari, senza idea di società, senza strategie di sviluppo. È cambiata questa città. È successo qualcosa che l’ha risvegliata nel profondo. È poco, ancora troppo, troppo, poco. Ma se oggi si può immaginare un futuro, se si può anche solo parlare di Cagliari Capitale, è perché questa è una città molto più curiosa di quanto si racconta, molto più proiettata al futuro. È vero manca una visione da capitale, Cagliari continua ad essere solo capitale di se stessa.

Un’amica italiana mi ha detto che secondo lei sarà presto come una piccola Barcellona. Siamo lontani dall’esserlo. La Sardegna intera è lontana dallo sfruttare il proprio potenziale. Viviamo un conflitto di identità, e Cagliari è la capitale di questo conflitto. Ma siamo sulla buona strada. Vorrei dieci volte più biciclette, molti più turisti, un progetto culturale serio e a lungo termine.

Però Cagliari è sulla buona strada. Non c’è da sederci soddisfatti, ma neanche continuare con questa litania di ‘a Cagliari non c’è nulla’, ‘va tutto male’, ‘i negozi chiudono’. Perche è vero, ma non è una novità. Non ha mai vissuto una opulenta ricchezza, questa città. Non abbiamo cancellato molti problemi in questi anni, ma neanche sprecato il tempo. Si può e si deve ambire a molto di più, ma non tappiamoci gli occhi, vogliamoci un po’ bene. Cagliari è meglio oggi di 10 anno fa. Molto meglio. È merito dei cagliaritani. Diciamocelo ‘bravi’ noi sardi ogni tanto. Un ‘bravi’ serio e razionale. Un ‘bravi’ che non ci assolve ma che ci spinge a fare bene e meglio. Altrimenti penseremo che non c’è speranza.

Invece c’è.