L’Autonomia non è in vendita.

Sono anni che grandi firme del giornalismo italiano parlano di Autonomia. Descrivono le regioni autonome come un anacronistico privilegio; dicono che le regioni autonome ricevono più denaro in quanto tali e ne propongono l’abolizione.

 C’è chi vuole l’Autonomia

Lombardia e Veneto hanno votato per dire la loro sul referendum “ per l’autonomia”.

I veneti hanno detto si con percentuali bulgare e una partecipazione di 60 cittadini su 100; in Lombardia una fallimento totale sia per i partecipanti che per il cattivo funzionamento del sistema elettronic di voto.Vedremo cosa succederà nei mesi a venire: la strada sarà lunga e tortuosa.

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Ma perche Maroni e Zaia vogliono essere autonomi?

Per due ragioni:

  1. Gestione dei servizi diretta da parte della Regione
  2. Per tenere in regione più denaro

La Repubblica Italiana, come quasi tutti i grandi Stati europei, riconosce ad alcuni suo territori l’autonomia. “Riconosce”, non “concede”: è una differenza che i nostri illustri intellettuali non conoscono, anche se io -illuso che si tratti di persone dalla fine intelligenza- credo che facciano finta di non conoscere.

I costituenti riconobbero l’esistenza di minoranze etniche storiche nel territorio della Repubblica.

Si tratta di minoranze etniche con:
1) Una storia propria, scarsamente legata a quella nazionale italiana.
2) Minoranze linguistiche, con una o più lingue proprie.
3) Cultura e tradizioni proprie.
4) Posizione geografica speciale.

Questi criteri caratterizzano tutte le regioni a Statuto Autonomo eccetto la Sicilia che ha sempre avuto una autonomia molto ampia, sia durante il Regno delle Due Sicilie, che durante il Regno D’Italia.

Gli straordinari intellettuali italiani dicono da anni che le regioni autonome non hanno senso perche tanto l’Europa ora non ha frontiere, i collegamenti aerei e navali sono molto più efficienti e quindi non ha più senso “concedere” l’autonomia a questi territori.

A volte quando penso agli editorialisti di punta dei quaotidiani italiani penso che occupano lo stasso stazione nel giornale di Pasolini. Mi chiedo come facciano a non provare tremenda vergogna?

è ovvio che l’autonomia non venne riconosciuta solo sulla base dei confini, ne seguendo il solo criterio dell’insularità, altrimenti regioni di confine come Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte o isole come l’Arcipelago Toscano, le Eolie, le Tremiti o le Pelagie  avrebbero Statuto autonomo. Le Regioni Autonome rispondo a tutti i criteri elencati e la questione geografica è forse una delle meno rilevanti. Lo Stato riconosce l’autonomia a dei territori in quanto ammette che esistano delle minoranze storiche, linguistiche e culturali che non è in grado di tutelare.

Quando un Stato legifera lo fa in funzione della maggioranza dei suoi abitanti. Quando amministra la istruzione e beni culturali lo fa dedicando la propria attenzione alla lingua alla cultura e alla storia maggioritarie. Con l’autonomia gli stati europei ammettono di non essere in grado di tutelare degli interessi minoritari e dunque legittimano l’esistenza di autonomie che hanno esattamente questa funzione. Le autonomie non sono dei privilegi concessi a questa o a quella comunità ma una necessaria difesa di minoranze che verrebbero altrimenti schiacciate dalla cultura prevalente.

I finanziamenti delle regioni autonome vengono descritti dagli articoli degli intellettuali di cui sopra, come delle sacche di spreco e privilegio. Questi dati si basano sempre su un confronto fra regioni autonome e regioni ordinarie. Si dice che le prime spendano molti più soldi per abitante e sprechino il denaro pubblico in corruzione o cose superficiali. Non di rado si critica la spesa delle autonomie in tutela delle proprie lingue storiche o nella spesa per studi storici commissionati e legati al territorio.

Questi paragoni sono quasi sempre una cialtronata.

1)Le regioni autonome hanno una gestione della spesa e in alcuni casi delle istituzioni completamente diverse da quelle delle altre regioni.
2) Ogni regione autonoma ha una sua organizzazione e fa dei patti puntuali con lo Stato centrale: questi patti cambiano da una regione all’altra.
3) Alcune regioni autonome hanno la riscossione diretta delle tasse, altre no; alcune gestiscono i trasporti pubblici in modo quasi indipendente, altre dipendono dallo Stato.
4) Le Regioni Autonome pagano e gestiscono direttamente dei servizi che in altre regioni gestisce e paga direttamente lo Stato.

Queste variabili non permettono di mettere le regioni speciali tutte insieme come si fa per quelle ordinarie, perché ognuna è diversa.
Il fatto che si dica che le Regioni autonome son più ricche di quelle ordinarie dipende da caso a caso. Ma certamente non si può fare finta di non sapere che è ovvio che una regione speciale possa spendere più denaro di una a statuto normale, perché deve gestire e pagare dei servizi di cui nelle regioni ordinarie gestisce e paga lo Stato.
Questo non significa che le regioni autonome siano delle sante e gestiscano il denaro fantasticamente e neanche che in alcuni casi ci siano dei privilegi.
Ma se metti nella stessa busta arance e cipolle il fruttivendolo non te le fa pagare allo stesso prezzo.

Ad esempio…la Sardegna

In Sardegna usiamo delle scuole gli stessi libri di storia che si usano in Lazio o in Piemonte. Su quei tomi con centinaia di pagine la storia della Sardegna compare tre volte. Una paginetta in cui si accenna di una misteriosa civiltà chiamata “nuragica” che costruiva torri con grandi pietre, punto. La seconda è normalmente una scheda di quelle di approfondimento dove si accenna alla Carta de Logu (Una sorta di antica costituzione in uso in Sardegna del Medioevo, di grande modernità e importanza) e ricompare miracolosamente alla fine del seicento dopo la guerra di successione spagnola, quando i Savoia si mettono in testa la corona del Regno di Sardegna. Fine. La cosa più divertente, però, sono le mappe che per fantasia fanno concorrenza ai migliori racconti fantasy. Il periodo medioevale è quello più creativo e porta la Sardegna ad essere annessa una volta a Pisa, un.altra a Genova, a volte allagarono, qualche altra sotto il papato: una specie di giolly!
I sardi crescono senza sapere nulla della loro storia e spesso con un racconto errato. Un frase che tutti vi diranno qui è che “in Sardegna ci sono passati tutti”. Una cosa non vera: non più che in altre parti del mediterraneo, almeno i sardi non sanno chi sono.
Questo perché la storia che si trova sui libri di scuola italiani si concentra sul racconto della storia nazionale italiana, con uno sguardo necessario a quanto accadeva in contemporanea nel resto del mondo. Un racconto in cui la Sardegna compare solo quando diventa dominata dai Savoia o quando le sue vicende viaggiano insieme a quelle di Pisa. La prima grande civiltà del Mediterraneo occidentale, quella nuragica, che ha per prima scolpito statue in occidente (prima dei greci), merita una paragrafo. 3 secoli di Giudicati scompaiono nel nulla e quasi 4 secoli di storia in comune con aragonesi e spagnoli si riducono in un tempo vago definito com “lungo medioevo”, concluso amorevolmente dai Savoia al loro arrivo.
La Sardegna si può riconoscere nell’impero romano e nel periodo sabaudo. Si può parlare di una relazione culturale con Genova e Pisa: altalenante fino al 1260, perché dipendente dalle scelte politiche di alleanza del giudice di turno, che una volta guardava a Pisa, l’altra a Genova, altre agli aragonesi, altre ancora sii metteva sotto l’ala del papato; nella seconda metà del 200 Pisa conquista la maggior parte del territorio e lo governa per circa 70 anni, fino all’arrivo degli aragonesi. Per il resto, la storia sarda sta fuori da quella italiana: fuori dal medioevo dei comuni, fuori dal rinascimento, fuori dagli esperimenti letterari della scuola siciliana e di Dante; fuori dal risorgimento. In Sardegna le chiese si costruiscono come in Spagna, la struttura sociale e l’economia rispondono a quel criteri e la lingua ufficiale, dopo il sardo in epoca giudicale, è il catalano, prima e lo spagnolo poi.

Lautonomia serve a tutelare questa specialità culturale.

Nelle scuole sarde si dovrebbe insegnare quella parte di storia che sembra non esista. Lo Stato non sa, non può o non vuole occuparsene. L’autonomia serve a questo. Serve, ad esempio, a considerare l’epoca nuragica come un periodo storico fondamentale per la cultura sarda, anche se non lo e. per quella italiana. Avere libertà di spesa in ambito culturale dovrebbe servire per decidere di destinare delle risorse in modo prioritario alla salvaguardia i questi periodi storici e non solo a quelli che interessano il periodo romano o la breve parentesi pisana, come invece accade. Finanziamenti che al Ministero potrebbero apparire di poca importanza o non prioritari, sono importanti e prioritari per una minoranza etnica sarda, tirolese, francofona o slava.

Autonomia abusiva.

Chi vi scrive non è contro l’autonomia, anzi la difende. Ma l’autonomia ha un valore che supera questioni pratiche o di denaro, ha a che fare coi diritti umani e con il rispetto della dignità dei popoli.
Ciò che stanno facendo Lobardia e Veneto è ingiusto sia per forma che per contenuto.

1) La forma è sbagliata perché si stanno spendendo tanti soldi pubblici per chiedere ai cittadini una cosa che basterebbe presentare in modo chiaro nei programmi elettorali dei partiti a delle normali elezioni regionali. Vinte le elezioni si avrebbe già il mandato dei propri elettori in questo senso. La Costituzione consente alle regioni di contrattare con lo Stato maggiori spazi di autonomia, basta chiedere un tavolo al Governo sulla base del mandato avuto e poi, allora si, far votare l’accordo raggiunto con lo Stato in un referendum.

2) Una cosa è l’autonomia, un’altra cosa è volersi tenere i soldi in tasca. Non vedo alcun motivo per cui alla Lombardia si dovrebbe riconoscere l’autonomia: non èuna minoranza linguistica, anzi ha dato un contributo definitivo con Manzoni, padre dell.italiano moderno. Non è una minoranza storica: ha le sue peculiarità ma ha partecipato pienamente alla costruzione di na cultura italiana, è perfino il siblolo dello stile, della moda e del design italiano. Infatti la propaganda autonomista in Lombardia ne fa una questione di efficienza e di denaro (una cosa mooolto lombarda! 😉 ). Si posso concepire che la Lombardia contratti con lo stato più autonomia nella gestione di alcuni servizi perché ha dimostrato efficienza di gestione, non è possibile che se ne faccia una questione di denaro. Non si può ammettere che una regione ottenga l’autonomia sulla base della ricchezza che produce. Non si può comprare l’autonomia. Poi c’è un questioncina che i leghisti si guardano bene dal ricordare. La Lombardia è molto ricca, lo sappiamo; lo è perché i lombardi sono gente stacanovista che da molto valore al lavoro. Mi piacerebbe vedere un po’ di studi sulle ore di lavoro, sulla produttività a parità di lavoro, studi che non mettano cipolle e arance nello stesso sacchetto. Ma ammettiamoche si tratti di un popolo dedito al lavoro più degli altri e che la ricchezza dei lombardi derivi dalle qualità che hanno. Diciamo che la maggior parte di queste ricchezze deriva dallo stile di vita lombardo; ma non tutto. Il fatto che Milano ospiti la Borsa e che sia stata scelta e gestita come capitale finanziaria d’Italia conta e pure molto. Quasi tutte le aziende internazionali e la maggior parte di quelle italiane hanno scelto Milano per impiantare la loro sede sociale. Non l’hanno fatto per il bel clima ma perché Milano è la capitale finanziaria d’Italia. Quanto indotto arriva a Milano e alla Lombardia dalla presenza di queste imprese? Milioni di euro e tantissimi posti di lavoro si muovono a Milano solo perché è la capitale finanziaria d’Italia. Migliaia di uffici, elettricisti, costruttori, imprese di pulizie, idraulici, segretarie/i, avvocati e notai, ristoranti, bar, botiques e mercato immobiliare vivono grazie alla presenza di queste strutture. Bisognerà pure che i lombardi riconosca questo come un privilegio, o no?

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Spostiamo la Borsa a Napoli.

Io farei una prova, direi alla Lobardia che le si da la più ampia autonomia possibile ma che la Borsa deve essere trasferita a Napoli, per aiutare l’economia partenopea a risollevarsi. Lo Stato investirà sulla città campana con una tassa dimezzata alle aziende che decidano di spostare la loro sede fiscale a Napoli. Vista la nuova funzione della città meridionale sarà necessario fare dei seri investimenti nei trasporti pubblici, sia aerei che ferroviari: sarebbe una spesa di interesse strategico nazionale.
Secondo voi come reagirebbero?

La mia è una provocazione, è chiaro, ma serva a spiegare il mio punto di vista. Io non sono contrario all’autonomia, anzi, credo che abbia un grande valore. Ma non si può riconoscere l’autonomia in proporzione al PIL di un regione, specialmente quando lo si fa senza riconoscere tutti gli elementi che portano quella regione ad essere tanto ricca. Si dice poi, che la Lombardia versa allo stato molto denaro in proporzione a quanto ne riceve, ma si finge di non sapere che le tasse non le pagano le regioni ma le persone. Sono le persone ricche che pagano più tasse di quelle povere: in Lombardia ci sono molti ricchi e dunque il gettito fiscale che lo Stato ha dalla Lombardia è superiore a quello di alte zone d’Italia. Ma se accettassimo il criterio che i soldi che la ricchezza deve rimanere dove viene prodotta stiamo cancellando un principio di eguaglianza fondamentale e creiamo una società elitaria. Vedremo ceni quartieri ricchi pretendono che il comune utilizzi per loro maggiori risorse, trascurando quelli poveri. Vedremo che le scuole nei quartieri benestanti saranno meglio finanziate di quelle popolari. Costruiamo una società ottocentesca, senza i più elementari diritti, senza la più basilare redistribuzione della ricchezza. Per non parlare del fatto che aziende che hanno il grosso della loro produzione in altre regioni arricchiscono la Lombardia con le loro sedi di rappresentanza e le tasse che pagano per le loro sedi fiscali, invece che dove producono.

Vile denaro

Il problema non è di autonomia ma di fiscalità e si risolve con un patto serio per la crescita del sud che sia nell’interesse del meridione e nn funzionale a un politica clientelare o a qualche regalino da fare alle aziende del nord che fingono di investire al sud, come già accaduto molte volte. Un accordo di buon senso, un patto per l’interesse dell’Italia che sfugga da egoismi o ragionamenti di pancia.

Tutto il resto sono chiacchiere cialtrone. Le chiacchiere che governano il dibattito pubblico e i palazzi del potere di una Repubblica dove tutto si vende e si compra: la Repubblica delle Banane.

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Limba sarda: standard o non standard, questo è il problema.

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Quando si parla del sardo standard ci si perde solitamente in disquisizioni estetiche perdendo di vista ciò che ne motiva la necessità.

Se noi sardi non capiamo questo, partiamo da sconfitti.

Il mio non è un parere, solo una constatazione e vi spiego perche.

Viva o Morta.

La domanda a cui dovete rispondere è: volete un sardo vivo o un sardo morto?
Se lo volete morto – sostituito dall’italiano- dobbiamo lasciare tutto esattamente com’è. Basta aspettare e il sardo diventerà come il latino. Uccidere il sardo non mi sembra un grande segno di rispetto e amore per le varianti locali e le loro sfumature.


Prendere esempio.

Se volete un sardo vivo dovete guardare ai modelli che hanno funzionato nel resto del mondo (Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre, Malta e mille altri). In tutti questi casi la lingua è stata adattata in regime di co-ufficialità, inserita con uno standard nelle scuole in modo paritario con la lingua nazionale (che è sempre più forte e quindi prevalente), nelle amministrazioni pubbliche e nei media. Questa è l’unica strada che abbia funzionato in minoranze linguistiche di grandi stati europei.

Essere realistici.

Per fare questo non si possono avere per i 377 comuni sardi, 377: libri di grammatica, tv, radio, traduzioni di documenti ufficiali o scuole di formazione di insegnanti. Non sarebbe neanche sostenibile dal punto di vista economico e inapplicabile dal punto di vista pratico: pensiamo solo alla non mobilità del corpo docente. Una lingua minoritaria per resistere alla lingua forte (nel nostro caso l’italiano) ha bisogno di anticorpi, così soccombe.

Pensare al futuro.


Non pensate di dare un futuro al sardo facendolo parlare a chi già lo parla. I giovani che entrano a scuola non parlano il sardo come lingua madre: pensate che un’oretta alla settimana di dialetto del paese/città, da un insegnate formato non si sa come, possa modificare le cose? Pensate che un bambino circondato da video, film, notizie, letteratura, documenti ufficiali in italiano riesca ad apprendere una lingua complessa come il sardo senza una scuola realmente bilingue, senza una società bilingue? Ovviamente quel bambino crescerà – senza averlo scelto – con una lingua sola, quando potrebbe, invece, essere bilingue. Approfitterebbe di tutti benefici cognitivi che comporta il bilinguismo e della maggiore facilità di apprendere lingue nuove rispetto ai monolingue.
Chiedetelo ai catalani e vi insegneranno cosa vuol dire “immersione linguistica”.


Amici e nemici dei dialetti.

Non so con quale criterio, ma si mette in competizione sempre la necessità di una lingua standard all’esistenza dei dialetti. Nessuno in Sardegna ha mai dichiarato, ne lavorato, per abolire i dialetti. Nessun promotore di quale che sa modello di lingua standard ha mai voluto cancellare i dialetti. Sarebbe assurdo, dato che chiunque parli il sardo oggi, parla un dialetto del sardo! Le due cose sono più che compatibili e dire che deve esistere uno standard e delle regole di grammatica come in qualsiasi altra lingua normale non significa denigrare chi parla il sardo con cui è cresciuto. Anzi, tutto il contrario. Vuol dire dargli delle regole per scriverlo.

I falsi miti sulla LSC.


a) I relatori della proposta delle regole ortografiche – attualmente ufficiali- della Regione Sardegna hanno commesso un immenso errore nel chiamare la loro creatura “Limba Sarda Comuna”. Hanno creato da subito un malinteso, facendo pensare di aver “inventato” una lingua nuova. Ma la LSC è semplicemente l’acronimo con cui è stato chiamato il sardo standard e le sue regole grammaticali di scrittura, non di pronuncia. Il sardo parlato non viene minimamente intaccato.


b) Il secondo errore ha a che fare con il fatto che il documento della LSC aveva una funzione burocratica, diretta ai dipendenti regionali, per redigere documenti in limba, che fossero il più possibile universali al livello di comprensione. Questo ha lasciato intendere che si trattasse di regole ferree, con le quali si faceva divieto di impiegare qualsiasi localismo.

Il mostro LSC

La LSC è diventata una specie di mostrounu mommoti– che vuole cancellare il sardo “vero”, le varianti locali e l’identità “calda” della lingua del focolare domestico. Chi lo sostiene in buonafede, spesso non ha capito come funziona uno standard, che obiettivi si pone e quale è l’uso che se ne deve fare.
In realtà fuori dal palazzo della Regione si possono (eccome!) utilizzare le regole standard anche per le parlate locali. Basta capire che la pronuncia, e le regole di trasposizione di questa nella scrittura, sono una pura astrazione. Come in ogni lingua, del resto.

Scrivo come mi pare.


Quando diciamo che non vogliamo la LSC o altre proposte ortografiche, di fatto stiamo dicendo quasi sempre che vogliamo scrivere il sardo con le regole dell’italiano. Diamo per scontato che le regole di corrispondenza tra scritto e parlato siano quelle e basta. Queste regole, invece, cambiano da lingua a lingua. Il suono italiano “gn” si rappresenta (scrive) nello stesso modo in francese ma “ñ” in spagnolo. Il suono “gl” in francese e in spagnolo si scrive “ll”. Il suono “ch” in inglese si rappresenta con “k”, in spagnolo e in francese con “qu”. Significa mica che i francesi e gli spagnoli scrivono male e non rispettano i suoni delle loro parlate?
Ovvio che no. Vuol dire soltanto che ogni lingua ha le sue “regole” che si “rappresenta” in modo convenzionale e nel rispetto di abitudini letterarie consolidate.

 

Parlo come mangio.


Diamo per scontato che le lingue standard abbiano una corrispondenza automatica tra parlato e scritto: nulla di più falso. In tutte le lingue esistono diversi accenti che determinano una diversa corrispondenza tra scritto e pronuncia. In inglese la pronuncia cambia radicalmente da Londra a fuori Londra, da una città all’altra dal Galles alla Scozia, trasformandosi enormemente nelle varie zone degli USA, in Australia, in India e in tutti gli altri stati dove viene utilizzata ufficialmente. Altrettanto accade con lo spagnolo nelle varie regioni della Spagna e nel resto dei paesi latinoamericani. In alcune parti della Francia la erre si pronuncia come in italiano e non esiste la erre moscia. In questi tre casi parliamo di centinaia di milioni di persone sparsi per il mondo, con centinaia di accenti che che attraversano più continenti. Per ognuna di queste lingue esiste UN solo standard di scrittura. Eppure ognuno continua a parlare come gli pare.

Ciò comporta che in inglese “ch”, “r”, “t”, e tutte le vocali corrispondano a decine di suoni diversi a seconda delle zone. In spagnolo “j”, “ll”, “c”, “z” o “ch” e le vocali, vengono pronunciate in modi diversissimi, a volte diventano afone.

Ma questo accade anche in italiano. Anche se a scuola ci dicono subito che l’italiano si scrive come si parla, non è vero. Anche l’italiano secondo dizione non sempre legge ciò che è scritto (es. la “i” di cielo che si scrive ma non si legge), ma si rispetta quasi sempre la corrispondenza. L’italiano dei teatri però è una lingua che non esiste naturalmente in nessuna parte dell’Italia, toscana compresa. Si tratta di suoni inventati che solo chi “artificializza” la propria pronuncia è in grado di riprodurre secondo norma.

A scuola la maestra detta la frase: “ci sono cento casse di gemme preziose”.
Se di Bologna dirà: “ tzi suno zento cassse di zemme pretziose”
Se di Milano: “ Ci sunu cinto casse di giemme prziusi”
se di Firenze: “ Sci sono scento hasse di jemme phreziusse”
Se di Avellino: “Gi sono gendo gasse di gemme pretziosse”
Eppure tutte queste maestre scriveranno la frase secondo la norma. Nessuno gli chiede di parlare come Gassman, solo di scrivere secondo norma.

 

Andende vs andendi.

 

Quando si parla di standard per il sardo si parla di regole di scrittura, punto. Questo significa che quando scriviamo lo facciamo rispettando la storia letteraria della lingua e delle norme consolidate, oltre che il buonsenso. Dire che il plurale finisce on “s” come per la parola “bellas”, la terza persona sempre in “t” e che “est” che si scrive alla latina, vuol dire far riferimento alla storia di tutto il sardo scritto che così faceva già prima dell’anno mille e fino agli anni ’70. Non vuol dire indicare una pronuncia. Per cui “Bellas” si pronuncerà diversamente a seconda delle zone, esattamente come accade con l’italiano. La maggior parte delle regole che la LSC, la LSU o proposte del mondo intellettuale, hanno messo nero su bianco, sono banali e ovvie per chiunque conosca un pochino di letteratura in sardo. Quando lo standard ci dice che dobbiamo scrivere “andende”, “est”, “pedra”, non ci sta vietando di non pronunciare “addend-i”, “est-i/est-e” o “perda”. Esattamente come in italiano un romagnolo dice “zento” invece di “cento”, un toscano “hohahola” o “eternitte” invece di “Coca-Cola” e “eternit” o un Milanese dice che vive a “Milanu” ma il cartello di ingesso in città dice “Milano”. Può essere che in futuro si scelga una pronuncia standard per il sardo, come la dizione in italiano, oppure più pronunce standard come l’inglese (es. Queen’s English, australiano o americano). Fino a quel momento gli standard di scrittura hanno la sola funzione di dirci come si riproduce graficamente una parola e quale forma preferire: quello che fa l’Accademia della crusca quando gli chiedi con quante “t” si scrive “soprattutto” o se “scuola” ha la “q” o la “c”. Convenzioni.

Lingua tecnologica.

Una lingua viva nel 2017 non può star fuori dalla tecnologia. Il sardo è da questo punto di vista una lingua viva. Esistono molte voci di Wikipedia in sardo, un browser tradotto in sardo, Facebook in sardo, sintetizzatori vocali (Sintesa) e traduttori automatici. tutti questi strumenti sono possibili solo perché esiste uno standard che consente di pescare da testi omogenei nella scrittura e convenzioni. Una lingua minore come il sardo se fatta a spezzatino da mille criteri di scrittura personali, non potrebbe avere alcun futuro in questo mondo.

Il sardo conviene.


In catalogna uno spot che vuole passare sulla tv regionale deve essere in catalano; significa che ci sono molti studi di doppiaggio e registrazione che esistono solo perché esiste il bilinguismo. In Alto Adige i dipendenti pubblici devono essere bilingui, questo garantisce ai locali di avere accesso prioritario ai posti pubblici, noi invece emigriamo. Le minoranze linguistiche italiane hanno diritto ad una densità di scuole per abitante più alta, noi chiudiamo le scuole nei piccoli paesi. Alto Adige e Val d’Aosta hanno più deputati perché sono minoranza linguistica, noi no perché pur essendo la prima per numero di persone non la valorizziamo.

Gran finale

Il sardo per sopravvivere deve essere lingua ufficiale, deve avere regole base standard ed essere impiegata in ogni ambito della vita pubblica e privata insieme all’italiano e allo studio delle lingue straniere. Non si tratta di una questione ideologica ma di una esigenza pratica.
Diversamente il sardo muore, anzi sta già morendo.

Se avete una opinione diversa mi dovete dire come ottenete il risultato: come salvate il sardo dalla sorte che gli tocca.

Il resto sono belle parole al capezzale di un moribondo.

 

Casteddu s’est ischidende.

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Istimadu Lobina, oe apo fatu una passillada in su tzentru de Casteddu. Apo pensadu chi su chi as contadu de sa capitale in “Il fatto quotidiano” est schet sa cara iscuria.

Femmu passillende in sa Ruga de Roma e apo bidu is bar, is ristorantes de sa Marina e su melting-pot suo. M’arregordu comente fiat cando andamu a iscola innia. M’arregordu sa tristura decadente de cussu cuarteri, sbuidu de is abitantes suos, mandados in edifìtzios populares cumintzende dae su pusti-guerra finas a is annos noranta. Fiat unu gheto pro immigrados. Oe est unu mundu cuntzentradu, esèmpiu de s’integratzione possìbile. Apo passilladu in su Corso, antis fiant is màchinas a passillare in su Corso. Ti ses agatadu mai de cantu sunt bellos cossos palatzos? As pensadu mai a ite bella fotografia si podet fàghere immoe castiende cara a Pratza Yenne?

Apo pensadu a cantu at essere bellu cando sa pedra s’at a pinnigare totu su logu suo, su chi dd’at furadu s’asfaltu. Apo pensadu a cantas da cussas butegas, iscuridas dae is tzentros cummertziales, ant a torrare a bìvere. At essere sa ruga prus bella su Corso.

 

Apo caminadu in Carrera Manno arribbende finas a Carrera Garibaldi e a sa pratza sua. A die de oe est de is pipios chi ci giogant a bocia. Ci fiant turistas, no fiant meda, nemmancu tropu, su chi bastat. Unu bentigheddu lèbiu at donadu friscura a una die tranchilla de primavera. Ischiet a abarrare cittìa Casteddu. Seu passadu in pratzita Martiri. Naraiant chi sa protzessione chi dae sèculos est semper passada dae innia depiat parare pro culpa de is traballos chi ci fiant faghende. Sa pratza est acabada e si nche podet caminare; sa processione puru est passada.

No apo potziu resistire e cun destinu Pratza Garibaldi seu basciadu in Biddanoa. Ma cantu est bella? De aici bella chi ci emmo a andare a bivere cras! Est unu cuarteri cun s’ànima, aunde s’iscurtant is personas chistionare sa limba issoro, sa nostra. C’est su chiostru de su monastèriu abertu in pratza San Giacomo. Su sole de su sero carìtziat sa pedra bianca. Gòticu catalanu e Romànicu m’arregordant a Bartzellona e un’arrogu de istòria e identidade chi si sunt isfortzados a iscantzellare ma chi bivet in nosu che a unu tzerriu irratzionale o ,forsis, est cosa de chìmica. Su calcare casteddaju t’arregordat cantos tonos bi sunt intre su biancu e s’ocra. Arribbo in pratza Garibaldi, dae pagu aberta torra e totu pedonale. M’arregordu ite fiat sa felitzidade de cùrrere lìberu dae pensamentos cun su bentu in sa cara a pitzus de una bicicleta pitica che a mei. Pipius de cada edade dd’ant giai conchistada cudda pratza. Deo dd’emo a lassare a issos a usucapione. Su viagiu miu s’acabbat in Ruga Sonnino, in su mentres duas bitzicletas mi passant. No ci fiat nemmancu s’idea de is bitzicletas, in Casteddu, deghe annos a oe. Forsis is chi apo contadu funt sceti liftings chene contenidu. Traballos pubricos pro su ‘pòpolu boe’. E puru sa durchesa de sa bida in Casteddu, su prexiu de is pipios, s’istile de bida rivolutzionadu, is turistas. A mie no mi paret estètica chene contenidu. A mie mi paret chi su tessutu sotziale de su coro de Casteddu bivet.

Problemas ci nde sunt? Milli. Casteddu est imperfeta, iscontat milli arretradesas, fìgias de is bombas e de una classe polìtica chi pranghet pro su pregiu a s’inaugurada de unu parchègiu nou. Una Casteddu de ‘palatzinaros’ e ‘cimentaros’, chene istrategias de isvilupu. Ma est cangiada custa tzitade. Est sutzèdida calicuna cosa chi dd’at ischidada in su profundu suo. Est pagu, tropu pagu ancora. Ma si est chi oe si podet figurare unu benidore, chi si podet a su mancu chistionare de Casteddu “tzitade capitale” est proite custa est una tzitade curiosa meda, prus de su chi si contat, prus projetada a su benidore. Est beru, mancat una visione de capitale, Casteddu sighet capitale de isse matessi.

Una amiga mia italiana m’at nau chi a pàrrere suo s’at a bortare in una pitica Bartzellona. Semus lontanos. Sa Sardigna intrea est luntana dae isfrutare su potentziale suo. Bivimus una gherra de identidades e Casteddu est capitale de custa gherra. Ma semus in sa ruga bona. Emmo a bòlere su dòpiu de is bitzicletas, prus meda turistas, unu progetu culturale a beru chi siat pensadu pro is annos chi benint.

Però Casteddu est camminende in sa ruga bona. No est de nos setzere pregiados, ma nemmancu sighire cun custu contu de “in Casteddu non c’est nudda”, “andat totu male” o “totu is butegas sunt serrende”. Est beros, ma no est una nova. No at bìvidu mai una richesa opulenta, custa tzitade. Problemas meda no nde eus cantzelladu in custos annos, ma no eus nemmancu fuliadu su tempus. Si podet e si depet pedire meda de prus, ma no serramus is ogros, bolemu-si unu pagu de bene. Casteddu est mellus oe de deghe annos a como. Prus bella meda. E su mèritu est de is casteddajos. Si ddu depemus narare ” bravos” dogna tantu. Unu “bravos” seriu e ratzionale. Unu “bravos” chi no nos assolvat ma chi nos impongiat de faghere bene e mellus. Sinunca eus a pensare chi de ispera no ci nde est.

Imbetzes c’est.

 

Cagliari si sta svegliado.

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Caro Lobina, oggi ho fatto una passeggiata in centro a Cagliari e ho pensato che quello che tu hai raccontato di Cagliari su ” Il fatto quotidiano” è solo il suo lato oscuro.

Ho camminato in via Roma e ho visto che i bar, i ristoranti della Marina e il suo melting pot. Mi ricordo com’era quando andavo a scuola li. Mi ricordo la decadenza triste di quel quartiere svuotato dai suoi abitanti dirottati in costruzioni popolari dal dopoguerra agli anni ’90. Era un ghetto per immigrati, oggi è un mondo concentrato, esempio dell’integrazione possibile. Ho passeggiato per il Corso, prima erano le macchine a passeggiare nel Corso. Ti eri mai accorto di quanto sono belli quei palazzi? Avevi mai pensato a che bella foto si può fare ora guardando verso piazza Yenne?

Ho pensato a quanto sarà bello quando la pietra si riprenderà il posto che le ha rubato l’asfalto. Ho pensato a quante di quelle attività oscurate dai centri commerciali riprenderanno vita. Diventerà la strada più bella il Corso.

Ho camminato per Via Manno e poi per Via Garibaldi. Per ora è dei bambini che ci giocano a pallone. C’erano diversi turisti, non troppi e non pochi, quanto basta. La brezza decisa ha rinfrescato una giornata tranquilla di primavera. Sa stare in silenzio Cagliari. Sono passato per piazzetta Martiri. Dicevano che la processione che da secoli è sempre passata li si sarebbe dovuta fermare a causa lavori. La piazza è finita e percorribile; la processione è passata. Non ho resistito e per scendere verso piazza Garibaldi ho fatto una passeggiata per Biddanoa. Ma che bella è diventata? Bella tanto che ci vivrei domani! È un quartiere con un’anima, dove si ascoltano le persone che parlano la lingua loro, la nostra. C’è il chiostro del monastero aperto in piazza San Giacomo. Il sole del pomeriggio accarezza la pietra bianca, il romanico e il gotico catalano mi ricordano Barcellona e un pezzo di storia e di identità che si sono sforzati di cancellare ma che vive in noi come un richiamo irrazionale o forse è chimica. Il calcare casteddaio ti ricorda quanti toni separano il bianco dall’ocra. Arrivo in piazza Garibaldi, appena riaperta e tutta pedonale. Mi ricordo cos’era la felicità di sfrecciare libero dai pensieri col vento in faccia su una bici piccola come me. Bambini di ogni età l’hanno già conquistata quella piazza. Io la cederei a loro per usucapione. Il mio viaggio finisce su via Sonnino, mentre due o tre bici mi sorpassano sulla strada. Non esisteva neanche l’idea delle biciclette a Cagliari dieci anni fa. Forse quelli che ho raccontato per te sono solo dei lifting senza contenuti. Lavori pubblici per il popolo bue. Eppure la dolcezza della vita di Cagliari, la felicità dei bambini, lo stile di vita rivoluzionato, i turisti. A me non sembra estetica senza contenuto. A me sembra che il tessuto sociale del cuore di Cagliari vive.

Ci sono problemi? Mille. Cagliari è imperfetta, sconta mille arretratezze, frutto delle bombe e di una classe politica che si commuoveva all’inaugurazione di ogni nuovo parcheggio. Una Cagliari di palazzinari e cementari, senza idea di società, senza strategie di sviluppo. È cambiata questa città. È successo qualcosa che l’ha risvegliata nel profondo. È poco, ancora troppo, troppo, poco. Ma se oggi si può immaginare un futuro, se si può anche solo parlare di Cagliari Capitale, è perché questa è una città molto più curiosa di quanto si racconta, molto più proiettata al futuro. È vero manca una visione da capitale, Cagliari continua ad essere solo capitale di se stessa.

Un’amica italiana mi ha detto che secondo lei sarà presto come una piccola Barcellona. Siamo lontani dall’esserlo. La Sardegna intera è lontana dallo sfruttare il proprio potenziale. Viviamo un conflitto di identità, e Cagliari è la capitale di questo conflitto. Ma siamo sulla buona strada. Vorrei dieci volte più biciclette, molti più turisti, un progetto culturale serio e a lungo termine.

Però Cagliari è sulla buona strada. Non c’è da sederci soddisfatti, ma neanche continuare con questa litania di ‘a Cagliari non c’è nulla’, ‘va tutto male’, ‘i negozi chiudono’. Perche è vero, ma non è una novità. Non ha mai vissuto una opulenta ricchezza, questa città. Non abbiamo cancellato molti problemi in questi anni, ma neanche sprecato il tempo. Si può e si deve ambire a molto di più, ma non tappiamoci gli occhi, vogliamoci un po’ bene. Cagliari è meglio oggi di 10 anno fa. Molto meglio. È merito dei cagliaritani. Diciamocelo ‘bravi’ noi sardi ogni tanto. Un ‘bravi’ serio e razionale. Un ‘bravi’ che non ci assolve ma che ci spinge a fare bene e meglio. Altrimenti penseremo che non c’è speranza.

Invece c’è.

Clandestini

Pensavo.

Abbiamo paura di uomini che varcano il mare dopo aver passato deserti, galere, fame e guerra. Temiamo uomini che solcano il mare consapevoli che il loro ultimo respiro potrebbe venire affogato; il loro corpo trascinato nel nero-blu di un mare infinito. Uomini sfregiati dalla vita e da altri uomini. Uomini violentati nel sesso e nell’anima. Li chiamiamo clandestini. Come fossero un esercito di persone tutte uguali e non degli uomini uno per uno; soli, nati nel posto sbagliato e uniti insieme dalla paura. Uomini che scappano per non sprecare la loro unica vita a far la guerra alla miseria o a scappare da una misera guerra. Loro meritano la nostra paura.

Quando il mare lo solcano degli uomini con la camicia bianca inamidata, il nodo della cravatta ben stretto, ben profumati; srotoliamo il tappeto rosso e stiriamo il vestito delle feste. Fingiamo di non sapere che tanto profumo lo usa chi deve nascondere il tanfo della propria miseria umana. Fingiamo di non sapere che stiamo per stringere la mano a chi ci invade davvero. Abbiamo finto quando la SARAS e tutte le sue aziende sorelle hanno avvelenato la nostra terra e assassinato i suoi stessi operai. Neanche l’animale più limitato uccide chi gli procura un beneficio.

Una divisa ci da sicurezza. Così quando l’esercito decide di appropriarsi di ettari di terra nostra e usarli per esplodere ordigni illegali, abbattere isolotti, devastare beni archeologici o calpestare dune di spiagge bianche; noi pensiamo che ‘ci tocca’ per difendere la ‘sicurezza nazionale’. Fingiamo così di non vedere la frutta puzzolente e gli animali deformi; attribuiamo al caso il cancro del vicino o il bambino malformato.

Quando vediamo un uomo, un uomo come noi, con la pelle più scura che usa un altro nome per chiamare Dio, abbiamo paura. Non profuma, quell’uomo, non veste una camicia inamidata, non ci rassicura con una bella divisa. È una paura comoda, la nostra. Non vogliamo guardare negli occhi di quell’uomo perche sappiamo che sono pronti ad accendersi di speranza. Non sopportiamo la delusione che adombrerà il suo sguardo quando quella speranza gliela negheremo. Non siamo capaci di convivere con chi ci ricorda quanto inutili sono i nostri sprechi e quanto indecente è la nostra indifferenza davanti a mezzo mondo che muore di fame. Non vogliamo vedere ogni giorno chi abbiamo colonizzato e derubato fino a solo sessant’anni fa.

Preferiamo la morte e le malattie certe dei poligoni militari o degli impianti petrolchimici, al rischio possibile che un clandestino possa occupare una casa popolare, perché la sua famiglia è più numerosa di una delle nostre, quelle col pedigree. Meglio il ricatto ‘lavoro e cancro o salute e disoccupazione’ che un immigrato assunto al posto nostro.

Meglio farsi invadere da lobbisti senza scrupoli e uomini armati fino ai denti che giocano al Risiko a casa nostra, che tendere la mano a dei disgraziati con gli occhi pieni di vita.

Sarò in controtendenza ma nella mia Sardegna i clandestini invasori hanno la pelle bianca, si profumano molto e spesso sono armati.

 

Storia sarda: narrazione tricolore

Il 28 Aprile del 1794 il popolo sardo caccia, dopo una rivoluzione popolare, il viceré sabaudo. Esattamente quanto accade a Parigi pochi anni prima e in molte altre città europee prima e dopo. Le classi dirigenti borghesi emergenti e i nobili marginalizzati assecondano il malcontento popolare provocando rivolte e rivoluzioni. Come nella rivoluzione francese anche in quella sarda le classi dirigenti sono le uniche in condizione di accedere alla conoscenza e di sviluppare coscienza di classe e di se. La coalizione tra borghesi e popolo cambia la storia dell’occidente. Inizia una lenta riappropriazione del proprio ruolo nel modo, dei limiti e del valore della propria condizione; che farà del ‘popolo bue’ un soggetto attivo e non più passivo della storia. Dopo secoli di immobilismo rinascono valori di eguaglianza sopiti dal tempo della Roma repubblicana. Le rivoluzioni del ‘700 fanno nascere una nuova coscienza e una nuova cultura nel popolo. La rivoluzione sarda è l’inizio di un lungo cammino di svezzamento del popolo sardo che per alcuni si conclude con il raggiungimento dell’autonomia e che altri credono debba completarsi con l’indipendenza. Quella sarda non nacque come rivoluzione per l’indipendenza, ma come reazione all’oppressione sabauda, all’esclusione e marginalizzazione dei sardi nelle questioni del regno. I sardi in rivolta volevano che le cariche pubbliche in Sardegna fossero assegnate anche ai sardi; che gli organi consultivi sardi fossero convocati dal Re e che le decisioni tenessero conto dei problemi e degli interessi anche sardi nelle dinamiche del regno. I Savoia non si dimostrarono ne comprensivi ne disponibili al dialogo. Tornarono in Sardegna più feroci di prima, attuando una sanguinaria oppressione in tutta l’isola. Un antipasto della conquista del meridione e della guerra civile che ne seguì; delle morti e dello sfruttamento coloniale che Pino Aprile ben descrive nel suo ‘Terroni’. Come a descriverlo saranno le Parole di Garibaldi o di Gramsci, a raccontare un’idea di potere basato sulla sottomissione e sul terrore. Uno stesso destino che vide i sardi e la loro terra oggetto di uno sfruttamento infinito: dal legname ai minerali passando per il grano. I Savoia divennero Re grazie alla corona di Sardegna, ai favori ad altre potenze europee, felici di indebolire l’impero spagnolo, e all’abilità diplomatica di cui furono maestri poco tempo dopo con l’annessione del sud. Diplomazie e accordi sottobanco coperti dalla retorica patriottica, dalla storiella sui Mille e dagli eroi risorgimentali.

La Sardegna fu per questa dinastia di razzisti -spesso ignoranti-nobili francofoni, il banco di prova, la cavia per l’esperimento, della conquista dell’intera penisola. Lo fu per l’idea di potere, di monarchia e di Stato; basata sull’idea di un popolo sottomesso e spaventato dal potere. La prevaricazione al posto del rispetto. Un potere rispettato per la propria capacità di interpretare linterese collettivo della nazione e locale dei territori non era nelle corde dei Savoia, ne in quelle dei loro luogotenenti.

Nel Ragno dei Savoia era la sottomissione l’unica alternativa possibile.

Il razzismo trasuda in molte descrizioni fatte dagli inviati del Re nel momento della cessione del Regno a seguito della Crisi spagnola legata alla successione sul trono del regno iberico. La descrizone di un popolo sfaticato, da correggere e civilizzare: con lo stesso approccio che si adottava per le colonie.

Istatutos Tataresos - Statuti Sassaresi

Istatutos Tataresos – Statuti Sassaresi

La storiografia ufficiale italiana ha, invece, un approccio molto diverso.

Questo articolo che vi propongo è perfetto per raccontare la ‘narrazione tricolore‘.

http://www.ereticamente.net/2014/05/la-sardegna-dalla-cessione-ai-savoia.html

Usiamo questo articolo, ma potremmo usare libri interi, per analizzare punto per punto di questo racconto patriottico.

Generalmente la narrazione si basa su alcuni punti chiave:

1) L’esportazione della civiltà

La storiografia ufficiale racconta la Sardegna legata all’identità culturale italiana, in modo stretto, naturale e privilegiato già dagli inizi del medioevo. Racconta la parentesi spagnola come un momento di decadenza e oppressione, sanato dall’arrivo di una dinastia italiana (che però parlava il francese) a ristabilire prosperità.

Con una descrizione inattendibile, come quella dell’articolo, non per l’assenza di fonti (ci mancherebbe) ma per la loro parzialità.

Lo si vede nella descrizione fatta della rivoluzione sarda, inattendibile peche i riferimenti su cui si costruisce questa semplificazione parziale, sono prevalentemente scritti dai piemontesi o dai loro alleati. In secondo luogo, perche non si spiegherebbe la rivoluzione sarda del 1794, se non anche con un malcontento popolare. E’ difficile credere che un popolo intero decida di rischiare la vita in una rivoluzione, solo perche un gruppo di nobili e borghesi locali chiede che tra gli impiegati pubblici ce ne sia anche qualcuno sardo. Difficile che lo faccia nel bel mezzo di quella che l’articolo descrive come una coraggiosa riforma verso il progresso. In un contesto economico e sociale così favorevole, è difficile immaginare un popolo tanto indignato da spingersi alla rivoluzione.

In questo genere di ricostruzioni vengono poi, completamente ignorate le feroci repressioni che seguirono alla rivoluzione, da parte dello stesso Bogino -descritto invece come un illuminato governante settecentesco- che sparge, invece, terrore in tutta l’isola. L’assegnazione della terra alla sfruttamento da parte di liguri e piemontesi e poi dei toscani caratterizzerà il programma di riforma boginiana. Una sostanziale assegnazione di interi pezzi dell’isola a interessi privati che certo non facevano prosperare I sardi.

E’ un fatto irresistibile per grossa parte della storiografia italiana fare propaganda pro-unitaria. Non si perde occasione per descrivere la Sardegna come naturale parte integrante del territorio nazionale italiano, per cultura e per lingua. Non si perde occasione per ignorare repressioni, confische, espulsioni, scritti e descrizioni razziste dei luogotenenti della dinastia sabauda.

La descrizione dell’occupazione delle isole sarde con l’impianto di coloni genovesi a Carloforte o di strutture industriali di proprietà piemontese e genovese come di riforme illuministe fa molto sorridere. Mi chiedo come si possa considerare uno stato -in questo caso il Regno di Sardegna- che viene consegnato come bottino di guerra ad una dinastia – I Savoia- che nomina un viceré inviato dal proprio Stato a governare un territorio straniero. Vicerè che descrive il popolo che è chiamato a governare come un luogo incivile e barbaro, con un popolo disprezzabile e un clima ostile. Un governo che innesta una serie di colonie con popolazioni provenienti dal proprio territorio, che da concessioni alla speculazione di signori provenienti dalla madrepatria che innestano poli minerari, disboscano metà del territorio e costituiscono grandi società agricole, di cui sono proprietari latifondisti della medesima madrepatria con al servizio contadini locali.

Come si può descrivere una situazione di questo tipo? Per gli storici patriottici si tratta di illuminate riforme. Per me, ignorante sardo, somiglia molto a quell’esportazione di civiltà’ che gli stati e i sovrani d’Europa vollero nel Nuovo Mondo, nell’Africa e pochi anni dopo in tutti I grandi Imperi Coloniali. Insomma a me sembra colonialismo. Ma forse io sono in malafede e mi sbaglio. Forse non capisco la portata innovatrice delle riforme ‘illuministe’ dei Savoia. Forse io, come il popolo sardo rivoluzionario che seguiva Juanne Maria Angioy, non capisco che quello che veniva portato dai Savoia era progresso; che I sardi erano sfaticati e stupidi e le classi dirigenti isolane non offrivano un solo nome da mettere a capo dell’isola, a capo di una miniera o di un impresa di legname. Forse hanno ragione loro: siamo geneticamente incapaci di fare impresa o di riforme illuminate; dobbiamo ringraziarli per essere venuti ad insegnarci come si diventa civili, come si diventa moderni. Grazie a loro siamo entrati nella rivoluzione industriale.

Però continua a sfuggirmi un passaggio: se dovevano insegnarci a diventare civili -loro progrediti amministratori nordici- perche dopo quasi tre secoli di ‘civilizzazione’ loro sono diventati ricchi e colti, mentre il livello di abbandono scolastico dei sardi è il primo in Italia, le aziende minerarie, metallurgiche ed energetiche sono ancora in mano di non sardi? Ah che sciocco! Deve essere che siamo proprio cocciuti noi sardi, non ci vuole proprio entrare in testa questa civiltà! Fortuna che loro non ci lasciano soli, non ci abbandonano. Chissà, magari tra altri tre secoli saremo diventati abbastanza civili da non avere più bisogno del loro generoso aiuto…augh!

2) Che cattivi questi spagnoli!

I libri di storia ad uso scolastico fingono di ignorare tutta la documentazione storica relativa al periodo spagnolo in Sardegna (peraltro studiato pochissimo), descritto con pregiudizio come un regime di oppressione e di occupazione, come se la presenza spagnola fosse illegittima e quella sabauda liberatrice. Stesso trattamento che viene riservato agli insulti razzisti e all’approccio coloniale dei piemontesi al sud Italia dopo l’invasione del Regno delle due Sicilie.

E’ probabile che la Spagna fosse incapace di amministrare in modo moderno il territorio sardo, come molte altre parti del suo regno. E’ probabile che la Sardegna del ‘700 fosse profondamente arretrata. E’ possibile che questo si legasse con l’inizio della decadenza della Spagna, primo Stato moderno d’Europa, primo e ricco Impero coloniale che entra in crisi sul finire del 1600. Ma se la descrizione fatta della Sardegna spagnola, è basata sugli stessi criteri con i quali si descriveva il Regno delle due Sicilie come uno stato satellite della Spagna (falso) arretrato e corrotto, beh il diritto di dubitare di tali ricostruzioni c’è tutto.

Sarebbe interessante iniziare delle serie ricerche negli archivi spagnoli per capire quanto di questa descrizione sia vero e quanto utile propaganda politica ad uso e consumo degli interessi sabaudi e per legittimare le mire della borghesia emergente del piemonte pronta ad espandere il proprio dominio politico ed economico nei nuovi territori del regno.

Forse gli spagnoli erano degli sfruttatori, ma è certo che nella cultura iberica non c’è mai stata un’idea esotica delle isole, una considerazione minore. Tipica idea che invece pervade la cultura italiana, che considera le isole come terre emerse isolate e lontane. Le attuali isole spagnole sono tutt’oggi molto più ricche di quelle italiane sia con un confronto diretto tre le due, che con una comparazione interna alle regioni del territorio nazionale di riferimento. Oltre a godere di privilegi legati alla continuità territoriale e all’autonomia di governo.

Poi ho molti dubbi sulla condizione economica pre-sabauda. Si usa l’aumento della popolazione per dimostrare il miglioramento dell’economia del Regno. Vorrei sapere se l’aumento della popolazione nell’era Savoia sia derivato dall’aumento delle nascite e sia connesso alla condizione economica. Perche come unico criterio di valutazione mi pare un poco debole: perche potrebbe essere conseguenza della fondazione di nuove città con genti genovesi nelle isole minori dell’Iglesiente e poi per l’arrivo di soldati e funzionari sabaudi a sostituire quelli sardi. Oltre che dall’assenza di pestilenze, dall’arrivo delle norme igieniche o da altre ragioni.

Vorrei capire se c’è una connessione tra questa crescita demografica e le condizioni di vita del popolo. Perché questo criterio mi ricorda molto la misurazione della ricchezza del Regno delle due Sicilie basata sul confronto dei chilometri di ferrovia in comparazione con quelli del Piemonte (ignorando le flotte navali del regno, la sua caratteristica geografica, la ricchezza nelle casse del regno, la condizione delle zone rurali, etc).

Poi penso agli abiti tradizionali sardi -con evidenti influenze spagnole e dunque di quel periodo- fastosi, ricchi di oro, tanto da essere opulenti. I dolci sardi più noti hanno origine o legame con quella cultura, dolci ricchi di zuccheri, uova, mandorle, miele: raffinati nella decorazione e diffusi su tutto il territorio. Per non parlare della tradizione orafa della filigrana, della lavorazione dei tessuti e dei tappeti. L’artigianato e la lavorazione delle porcellane non è da meno.

3) La Sardegna è italianissima!

Perplesso mi lascia, invece, l’affermazione secondo cui statuti delle città sarde scritti in lingua italiana sulla base del diritto municipale italico, nell’ampia diffusione della lingua e della cultura italiana nell’Isola a fianco dell’autoctona lingua sarda”. Forse parliamo di accadimenti diversi, ma gli Statuti Sassaresi o la Carta de Logu, furono scritti in lingua sarda. Che poi nell’estremo nord della Sardegna l’influenza linguistica italofona abbia avuto esiti linguistici di ceppo toscano, simili a quelli corsi, è noto tanto che ripeterlo è perfino banale.

Affermare che i Giudicati siano stati conseguenza dell’influenza pisana o genovese, significa, poi, costruire un falso storico.

Curiosa è l’idea che la Sardegna abbia avuto un rapporto privilegiato con l’Italia medioevale e che, grazie a questa, abbia importato e sviluppato un sistema originale, alternativo a quello feudale. Sorprendente dire che un sistema – quello giudicale sardo- nato quasi due secoli prima abbia ‘importato’ un’idea di autonomia locale che il resto dei Comuni avrebbe vissuto un secolo dopo.

E’ curioso affermare che questo costituisca un segno di legame privilegiato con l’Italia, insieme alla costruzione di città fortificate con influenza pisano-genovese; dato che, invece, le dimore giudicali avevano caratteristiche simile a quelle di tante altre sparse per l’Europa nel medioevo. Come si trattasse dell’inizio della costrizione di una identità culturale e nazionale comune. Altra cosa è affermare l’alleanza con territori prossimi, famiglie di prestigiosa nobiltà o parlare di influenze reciproche, di forti scambi commerciali, artistici e culturali. Scambi simili a quelli che la Toscana rinascimentale avrà con le fiandre, da cui importerà, probabilmente, il sistema dei comuni.

Tanto più che I nobili sardi si legavano a famiglie nobili dei vari casati europei, come la casata arborense della mitica Eleonora d’Arborea, lei stessa nata in Catalogna.

Non è strano che si tenti di dimostrare una presunta italianità propria della cultura sarda. Non è nuovo che si voglia inventare un rapporto privilegiato, un qualche legame fraterno con l’italiano, coi pisani o con altri.

Il principio è dimostrare che siamo italianissimi, che siamo cresciuti ‘fratelli d’Italia’ e che tutte le differenze che qualcuno paventa sono simili a quelle che troviamo nel resto delle Regioni italiane e che siccome noi siamo isolani, dunque più provinciali dei provinciali, vogliamo trovare grandi differenze dove non ci sono. Quindi la Storia della Sardegna non è così diversa da quella della Basilicata, del Lazio o della Toscana, siamo tutti italiani in fondo.

Il problema di questa teoria si scontra con la realtà.

Dire che l’italiano entra progressivamente nella tradizione letteraria sarda, in modo naturale, nel medioevo è falso. E’ giusto dire che l’italiano del Rinascimento – o meglio il toscano- entra nell’uso di molte parti d’europa, legato alla musica e all’arte: esattamente come oggi. Ma con questo non diciamo che tutta l’Europa parla italiano.

Qualcuno scrive perfino libri sul ‘Rinascimento in Sardegna’. Legittimo e perfino interessante. Ma purtroppo per noi, la nostra bella isola il rinascimento non l’ha mai ospitato. Se non, come l’hanno ospitato la Spagna, la Francia o qualche altro paese prossimo al territorio italiano. In tutta l’Europa I religiosi importavano maestranze italiane per adornare luoghi sacri. Perfino in Inghilterra arrivarono pittori fiorentini, ma questo non ci fa parlare del ‘Rinascimento in Inghilterra’.

E’ ovvio che la Sardegna abbia conosciuto qualche maestranza rinascimentale in più rispetto alla corte inglese, anche solo per questioni di vicinanza geografica. Paventare però che l rinascimento – momento centrale della costruzione dell’identità culturale italiana e del sentimento risorgimentale di popolo- sia arrivato in sardegna come a Firenze, Bologna, Mantova, Roma o Napoli, è ridicolo.

Come è ridicolo affermare che la Sardegna abbia come riferimento linguistico colto l’Italiano storicamente. Sarebbe come dire che il riferimento storico della Corsica è il francese!

La Sardegna è una cultura a parte, un luogo che ospita una identità culturale complessa, che non può essere banalizzata e piegata a volgari opere di propaganda nazionalista. La Sardegna ha la sua peculiare e unica identità culturale, storica e linguistica. Non riconoscere questa diversità di fatto è un atto volontariamente violento di cancellazione della storia e delle radici di un popolo.

La paura immotivata dello Stato e delle elite culturali italiane che la Sardegna possa scegliere di indipendizzarsi se messa nelle condizioni di aver consapevolezza della propria specialità rispetto al resto d’Italia, è ottocentesca, ingiusta e perfino manifestazione della ignoranza di ciò che i sardi si sentono di essere oggi.

Questo approccio che vuole l’Italia ignorante sulla vicissitudini pre e post unitarie, sulle peculiarità e sulla plurinazionalità del su territorio (lo sono di fatto quasi tutti i grandi Stati europei) opprime l’idea di se che un popolo ha. Rende incapace la Sardegna di avere coscienza di se, di riconoscere l’indipendenza e l’originalità di momenti alti della civiltà europea come la Civiltà Nuragica o il sistema giudicale e la Carta de Logu. Impadisce l’appropriazione di momenti di indimpendenza culturale rispetto all’italia. Rende zoppa la cultura sarda, la prosciuga di fondamentali pezzi del puzzle; senza consentirle di comprendere il quadro storico nel suo complesso.

Fingere che il sardo sia una dei tanti dialetti italiani riduce le capacità di lettura del territorio, delle tradizioni locali, dei nomi dei luoghi, della letteratura e recide il legame tra genrazioni.

Appiattire la Sardegna ad una quasi storicamente aliena cultura italiana, significa ridurre spazi per l’economia locale. Significa non dare gli strumenti per la promozione seria del territorio attraverso la sua cultura; sinifica demotivare il suo popolo convincendolo – a volte senza neppure volerlo- che non è capace di nulla se non con l’aiuto di una balia.

Costruire il mito della italianità della Sardegna è un errore per i sardi ma lo è anche per l’Italia.

Scritto da chi pensa che si possa vivere sotto lo stesso tetto, ma con un rapporto paritario, con rispetto reciproco di identità, interessi e diritti.